L'arca olearia
La sfida della nuova PAC per l'olivicoltura italiana: il modello ortofrutticolo è la risposta?
L'estensione del modello delle Organizzazioni dei Produttori (OP) dal settore ortofrutticolo all'olivicolo rappresenta uno degli esperimenti più significativi della PAC 2023-2027. Ma questa scelta, che mira a rafforzare il potere contrattuale degli olivicoltori e a favorire l'aggregazione dell'offerta, si scontra con una realtà fatta di aziende frammentate e una storica riluttanza degli agricoltori a conferire la propria produzione alle cooperative
30 agosto 2026 | 11:00 | R. T.
L'olivicoltura italiana è caratterizzata da una frammentazione produttiva che indebolisce la posizione contrattuale degli agricoltori nei confronti della grande distribuzione e dell'industria trasformatrice. Per affrontare questo problema, la Politica Agricola Comune 2023-2027 ha esteso all'olivicoltura il modello delle Organizzazioni dei Produttori (OP), finora applicato con successo nel settore ortofrutticolo. In Italia, dove nel 2018 il volume commercializzato dalle OP rappresentava solo il 5,4% della produzione nazionale nonostante un potenziale stimato del 40%, la novità principale è l'introduzione dei Programmi Operativi (PO) in sostituzione dei triennali, con un sostegno finanziario calcolato sul Valore della Produzione Commercializzata (VMP). Per il biennio 2023-2024 il contributo europeo copre il 30% del VMP, percentuale destinata a scendere al 15% nel 2025-2026 e al 10% dal 2027. Pur con differenze rispetto al modello ortofrutticolo—che richiede l'impegno individuale dei soci a conferire il 100% della produzione e prevede vincoli di spesa per obiettivi ambientali e di ricerca—la strada è tracciata.
Un'indagine sulle preferenze degli olivicoltori
Per valutare l'attrattività di questo modello, un gruppo di ricercatori delle Università della Tuscia e di Napoli Federico II, in collaborazione con il CREA, ha condotto un'indagine su 201 olivicoltori italiani utilizzando un esperimento di scelta discreta. I risultati, pubblicati sul Journal of Policy Modeling, rivelano una forte eterogeneità di preferenze e un elemento critico: l'obbligo di conferimento della produzione. Mentre servizi come la condivisione di attrezzature (valutata con una disponibilità a rinunciare all'8% del prezzo dell'olio), gli strumenti di gestione del rischio (6,6%) e un marchio collettivo internazionale (5,4%) sono apprezzati e incentiverebbero l'adesione, l'obbligo di conferire il 50% della produzione richiede un premio sul prezzo di mercato di circa il 7,6% per convincere l'olivicoltore medio. Questa riluttanza richiama il concetto di "soft membership" osservato da Pascucci et al. (2012), dove gli agricoltori aderiscono alle cooperative senza necessariamente commercializzare attraverso di esse, preferendo mantenere la propria autonomia nelle strategie di vendita.
La trappola del circolo vizioso
Questa diffidenza verso l'obbligo di conferimento rischia di innescare un circolo vizioso. Il nuovo sistema di calcolo del sostegno, legato al Valore della Produzione Commercializzata, potrebbe penalizzare le OP con bassi livelli di conferimento, riducendone la capacità finanziaria di offrire quei servizi (condivisione di attrezzature, strumenti di mitigazione del rischio, marchi collettivi) che invece rappresentano il principale incentivo per gli agricoltori. Meno servizi significano minore attrattività e, di conseguenza, un ulteriore calo delle adesioni e dei conferimenti, tradottosi in un utilizzo solo parziale dei fondi europei disponibili.
Eterogeneità e implicazioni per le politiche
L'analisi rivela anche come le preferenze varino in base alle caratteristiche degli agricoltori. La condivisione di attrezzature è particolarmente apprezzata da chi opera in montagna e da chi si fida dei colleghi e percepisce un adeguato livello di leadership locale. Il marchio collettivo internazionale, invece, è più gradito da chi ha fiducia nelle istituzioni e ritiene che la propria comunità disponga di capacità di leadership, suggerendo che l'accesso ai mercati esteri è visto come meno rischioso quando c'è fiducia nelle strutture di governance. La propensione al rischio gioca un ruolo ambiguo: gli agricoltori più avversi al rischio tendono a preferire la situazione attuale piuttosto che aderire a una nuova OP, confermando la tendenza a privilegiare scelte note. Non emergono invece conflitti tra OP e certificazioni geografiche come DOP o IGP, suggerendo che i due strumenti possono coesistere. Tuttavia, la presenza di altri strumenti politici, come l'Eco-schema 3 che già incentiva il recupero dei sottoprodotti, potrebbe ridurre l'attrattività di servizi simili offerti dalle OP.
La strada da percorrere
La PAC 2023-2027 rappresenta un'opportunità per rafforzare il ruolo economico delle Organizzazioni dei Produttori nell'olivicoltura, ma i primi segnali indicano che la semplice estensione del modello ortofrutticolo potrebbe non essere sufficiente. Per evitare il circolo vizioso tra conferimento, servizi e partecipazione, sarà fondamentale intervenire su più fronti: rafforzare la consapevolezza dell'esistenza e del ruolo delle OP, progettare servizi che rispondano alle reali esigenze degli agricoltori e, soprattutto, individuare strategie per incentivare il conferimento. Come emerge dallo studio, la possibilità di accedere a mercati di maggior valore, ad esempio attraverso marchi collettivi internazionali, potrebbe rappresentare una leva efficace. In quest'ottica, il dibattito in corso in Puglia sul ruolo delle OP e l'implementazione dei Piani Operativi, così come il Piano olivicolo della Calabria con una dotazione di 50 milioni di euro per investimenti produttivi, rappresentano laboratori importanti per testare soluzioni che possano superare le resistenze degli agricoltori e rendere il nuovo modello un vero volano per il settore.
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