L'arca olearia

L’olivo e i suoi parenti selvatici: un viaggio tra tassonomia e storia naturale

L’olivo e i suoi parenti selvatici: un viaggio tra tassonomia e storia naturale

L’olivo coltivato (Olea europaea subsp. europaea) è uno degli alberi più iconici del Mediterraneo, ma il suo “albero genealogico” include numerosi parenti selvatici distribuiti tra Africa, Asia e isole atlantiche

13 giugno 2026 | 10:00 | R. T.

Immaginate di parlare di un albero che conoscete bene – l’olivo selvatico, che in spagnolo si chiama acebuche – e di scoprire che, a seconda del paese o dell’erboristeria consultata, il suo nome scientifico cambia. Sembra un dettaglio da specialisti, ma in realtà è un problema concreto per chi studia la biodiversità, gestisce aree protette o cerca di conservare varietà antiche.

Il genere Olea comprende circa 33 specie e 9 sottospecie di alberi e arbusti sempreverdi, distribuiti in Africa, Europa, Asia e Oceania. Al centro di questo sistema c’è il cosiddetto complesso di Olea europaea, un gruppo tassonomico che include sia l’olivo coltivato sia diverse forme selvatiche. Alcune di queste sono endemiche di isole lontane, come Madera e le Canarie, altre vivono nei deserti del Sahara o nelle foreste dell’Himalaya.

Fino a poco tempo fa, cinque nomi importanti all’interno di questo gruppo non avevano ancora un “tipo” ufficialmente designato – cioè un esemplare concreto di erbario a cui fare riferimento per identificare la specie. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Plants ha colmato questa lacuna, designando i lectotipi per Olea europaea subsp. cerasiformis, O. europaea var. maderensis, O. cuspidata, O. laperrinei e O. sylvestris.

Il problema degli esemplari “senza carta d’identità”

In botanica, il concetto di tipo nomenclaturale è fondamentale. Si tratta di un esemplare d’erbario (o una illustrazione) che funge da riferimento permanente per un nome. Quando un nome non ha un tipo designato, possono sorgere ambiguità: due ricercatori potrebbero interpretare la stessa specie in modo diverso, creando confusione nella letteratura scientifica, nelle banche dati e nelle politiche di conservazione.

I cinque nomi presi in esame dagli autori – Ferrer-Gallego, Wajer e Ferrer-Gallego – erano stati citati in passato da altri studiosi (come Peter S. Green nel 2002) come “olotipi”, ma senza le necessarie formalità richieste dal Codice Internazionale di Nomenclatura (ICN). Secondo le regole, per designare validamente un lectotipo è necessario usare l’espressione “qui designatus” (“qui designato”) o un equivalente. Poiché questa formula era assente, le precedenti indicazioni non avevano valore legale secondo il Codice.

Il nuovo lavoro ha riesaminato i materiali originali conservati in vari erbari – tra cui il Natural History Museum di Londra (BM), l’erbario di Firenze (FI), i Kew Gardens (K) e l’Università di Montpellier (MPU) – e ha provveduto a designazioni formali, accompagnate da immagini e riferimenti precisi.

L’olivo di Madera e quello delle Canarie: una storia di isole e confusioni

Uno dei casi più affascinanti riguarda gli olivi selvatici delle isole Macaronesiche (Madera e Canarie). Questi alberi, pur essendo simili all’olivo mediterraneo, presentano caratteristiche distintive: foglie più strette, rami talvolta spinosi e frutti piccoli.

Il nome Olea europaea subsp. cerasiformis si riferisce attualmente all’olivo endemico di Madera. Tuttavia, gli autori hanno scoperto che il materiale originale su cui si basa questo nome non proviene affatto da Madera, ma dalle Canarie. Il lectotipo designato (FI000164) fu raccolto da Jean-Marie Despreaux sulle montagne di Gran Canaria, non sull’arcipelago portoghese. Questa discrepanza tra il nome (usato per Madera) e il tipo (canarino) è un problema aperto che potrebbe richiedere in futuro una proposta di conservazione con un tipo diverso.

Parallelamente, gli autori hanno tipificato Olea europaea var. maderensis, pubblicata da Richard Thomas Lowe nel 1838. Il lectotipo scelto è un esemplare raccolto da Lowe stesso il 10 maggio 1838 vicino a Câmara de Lobos (Madera), conservato a Londra con il codice BM015177113. Questa pianta è oggi considerata un sinonimo della sottospecie cerasiformis, ma il lavoro chiarisce definitivamente a quale esemplare fare riferimento.

Per l’olivo delle Canarie, invece, esiste già un olotipo ben definito: Olea europaea subsp. guanchica, conservato all’erbario di Madrid (MA643248). Questo taxon, endemico dell’arcipelago, è stato recentemente elevato al rango di specie con il nome Olea guanchica.

Dalle montagne dell’India al deserto del Sahara: altri due viaggi nomenclaturali

L’olivo dal “naso appuntito” – Olea cuspidata – fu descritto da George Don nel 1837 basandosi su materiale raccolto da Richard Blinkworth nella regione indiana del Kumaon (Himalaya). Questa pianta, oggi considerata Olea europaea subsp. cuspidata, ha una distribuzione enorme: dal Sudafrica all’Arabia, fino alla Cina sud-occidentale. Gli autori hanno designato come lectotipo l’esemplare K001117178 dei Kew Gardens, uno dei tre sintipi originari, perché è il più completo e rappresentativo.

Un caso ancora più estremo è quello di Olea laperrinei, un olivo che vive nei massicci montuosi del Sahara centrale (Ahaggar, in Algeria). Scoperto agli inizi del Novecento, fu descritto nel 1912 dai botanici Battandier e Trabut, che ammisero candidamente di non aver avuto a disposizione “esemplari completi” e di poter offrire solo “una descrizione provvisoria”. Oggi questa pianta è considerata una sottospecie di O. europaea (O. europaea subsp. laperrinei) ed è un prezioso serbatoio di diversità genetica, studiato per comprendere come le piante abbiano resistito ai cambiamenti climatici nel Sahara.

Il lectotipo designato (MPU006797) è conservato a Montpellier e fu raccolto dal comandante Laperrine, ufficiale ed esploratore francese, nel massiccio dell’Hoggar. Purtroppo il materiale è in cattive condizioni – proprio come lamentavano i descrittori originali – ma è l’unico esemplare superstite direttamente collegato alla pubblicazione.

L’oleastro: il selvatico che divenne olivo

L’ultimo nome tipificato è forse il più importante dal punto di vista storico e agricolo: Olea sylvestris, l’olivo selvatico noto anche come oleastro (o acebuche in spagnolo). Questa pianta è considerata l’antenato diretto dell’olivo coltivato. Il nome fu pubblicato da Philip Miller nell’ottava edizione del Gardener’s Dictionary nel 1768.

Gli autori hanno rintracciato un esemplare chiave conservato al Natural History Museum di Londra (BM015176764). Si tratta di una pianta coltivata nel Giardino Botanico di Leida (Paesi Bassi) nel 1728, raccolta da William Houston, un medico e botanico scozzese amico di Miller. Sulla stessa etichetta si riconoscono la scrittura di Houston (che cita il nome di Bauhin) e quella di Miller (che trascrive la diagnosi latina della sua specie). Non c’è dubbio: Miller vide e annotò personalmente questo esemplare prima di pubblicare il nome.

Curiosamente, gli autori segnalano che un altro esemplare associato a Miller nello stesso periodo – oggi nell’Erbario Sloane – non è affatto un olivo, bensì un Elaeagnus angustifolia (l’olivastro di Russia), una specie completamente diversa. Un errore di identificazione che dimostra quanto sia facile confondere piante simili tra loro.

Perché tutto questo è importante per il settore agricolo e ambientale

A prima vista, la tipificazione di nomi botanici può sembrare un’attenzione da “tassonomi da poltrona”. In realtà, queste decisioni hanno implicazioni concrete per chi lavora con l’olivo:

  • Conservazione della biodiversità: identificare correttamente le sottospecie selvatiche permette di stabilire priorità di tutela. L’olivo del Sahara (laperrinei) è geneticamente distinto da quello mediterraneo e rappresenta una risorsa unica per la resilienza climatica.

  • Miglioramento genetico: gli incroci tra varietà coltivate e forme selvatiche (come l’oleastro) possono introdurre caratteri di resistenza a siccità, salinità o parassiti. Sapere esattamente a quale taxon appartiene un determinato accesso in una banca del germoplasma è fondamentale per i programmi di breeding.

  • Storia dell’agricoltura: distinguere tra olivo coltivato e oleastro su base morfologica è difficile, soprattutto su reperti archeologici. La tipificazione fornisce un punto di riferimento per gli studi di archeobotanica, aiutando a capire quando e dove sia avvenuta la domesticazione.

  • Normative e commercio: le liste di specie protette (come la direttiva Habitat dell’Unione Europea) si basano su nomi scientifici. Un nome ambiguo può portare a incertezze legali sulla protezione o sul commercio di determinati materiali vegetali.

Conclusioni: un lavoro di precisione al servizio della filiera

L’articolo qui riassunto ha risolto decenni di incertezze nomenclaturali per cinque nomi del genere Olea. Grazie alla consultazione diretta degli erbari storici e al rispetto rigoroso del Codice internazionale, gli autori hanno fornito alla comunità scientifica uno strumento chiaro e stabile.

Per il tecnico, l’agronomo o il vivaista, queste designazioni possono sembrare lontane dalla pratica quotidiana. Eppure, ogni volta che si acquista una pianta di olivo certificata, si partecipa a un progetto di recupero di varietà antiche o si studia l’impatto del climate change sugli oliveti, ci si appoggia silenziosamente a una struttura di conoscenza che ha bisogno di fondamenta solide. I nomi – se usati correttamente – sono il primo, essenziale strumento per comprendere, proteggere e valorizzare la straordinaria diversità degli olivi del mondo.

Bibliografia

Ferrer-Gallego, P.P., Wajer, J. & Ferrer-Gallego, R. (2026). Typification of five names in the genus Olea (Oleaceae). Plants, 15(2), 185.

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