L'arca olearia

I frantoi alzano la voce: l'olio non si vende e le olive non si possono ritirare

I frantoi alzano la voce: l'olio non si vende e le olive non si possono ritirare

Documento congiunto di tutte le sigle dell'associazionismo frantoiano al Masaf. Mentre le istituzioni chiudono le porte ai trasformatori, i depositi traboccano di prodotto invenduto e la prossima campagna olearia si annuncia come un disastro annunciato. I frantoiani lanciano l'allarme: senza liquidità e senza spazi, il collasso dell'intera filiera è dietro l'angolo

29 luglio 2026 | 12:30 | Alberto Grimelli

Il comparto olivicolo-oleario italiano si trova a fronteggiare quella che le associazioni dei frantoiani, unitariamente (e questa è già una notizia in sè), definiscono senza mezzi termini una "drammatica prospettiva" destinata a travolgere l'intera filiera. Il nodo scorsoio che si sta stringendo attorno al collo dei trasformatori è di una semplicità disarmante: i depositi sono ancora saturi dell'olio della scorsa campagna, e tra poche settimane arriveranno le nuove olive. Un paradosso logistico che rischia di trasformarsi in una catastrofe economica senza precedenti.

La saturazione fisica dei magazzini non è che la punta dell'iceberg di una crisi finanziaria che sta strangolando i frantoiani. L'olio invenduto rappresenta capitale immobilizzato, risorse sottratte alla liquidità necessaria per remunerare gli olivicoltori entro i termini di legge. E qui il discorso si fa drammaticamente serio: l'articolo 4 del D.Lgs. n. 198/2021 impone ai trasformatori di pagare la materia prima agricola deperibile (ovvero le olive) entro trenta giorni. Trenta giorni che i frantoiani, con le casse vuote e le linee di credito già ampiamente esposte, non potranno rispettare.

Lo scenario che si profila è da brividi: non solo le aziende già in difficoltà saranno costrette a rifiutare il ritiro delle olive, ma anche quelle ancora in salute dovranno adottare la stessa drastica misura per preservare la propria sopravvivenza. Il risultato sarà una reazione a catena che lascerà gli olivicoltori senza canali di sbocco per il proprio raccolto, con un danno che rischia di estendersi a macchia d'olio su tutto il territorio nazionale.

La scommessa sull'olio italiano e il crollo del mercato

Le radici di questa crisi affondano nella scommessa della tenuta del mercato dell'olio che i frantoiani hanno pagato a caro prezzo. All'inizio della scorsa campagna, i trasformatori hanno acquistato la materia prima dagli olivicoltori a prezzi stellari, con punte di 9-10 euro al chilogrammo per l'olio all'ingrosso e una media stabilizzatasi intorno ai 7-8 euro. Poi, improvvisamente, il mercato è crollato, precipitando abbondantemente al di sotto dei costi di acquisto iniziali.

Sostanzialmente i frantoiani si sono trovati a scommettere sull'Italia, sull'eccellenza del prodotto italiano e sulla tenuta di un mercato che aveva dato respiro all'intera filiera olivicola nei due anni precedenti.

I frantoiani si sono però trovati intrappolati in una morsa inesorabile: vendere l'olio stoccato significava registrare perdite pesantissime, trattenerlo significava immobilizzare capitali e pagare costi di stoccaggio sempre più insostenibili. Una situazione paradossale in cui l'immobilismo è costato quanto l'azione, e l'azione ha portato alla rovina. Il tutto mentre gli olivicoltori, che avevano venduto e incassato all'inizio della campagna, godevano di un benessere temporaneo che ha finito per alimentare un pericoloso cortocircuito politico.

A peggiorare il quadro, i costi operativi di gestione hanno subito rincari strutturali che sembrano non conoscere tregua. L'energia elettrica, fattore produttivo vitale e insostituibile per i processi estrattivi meccanici, ha registrato aumenti pesantissimi. La logistica e i trasporti hanno visto lievitare le tariffe sia per il trasferimento della materia prima che per la distribuzione finale. E la gestione dei sottoprodotti, con gli oneri gravosi per la movimentazione di sanse e acque di vegetazione, si è trasformata in un ulteriore salasso, aggravato dalla totale mancanza di garanzie sulla destinazione d'uso agroenergetico della sansa bifasica.

L'esclusione istituzionale (dai tavoli ministeriali e regionali) che grida vendetta

Ciò che rende la situazione ancora più amara è il totale isolamento istituzionale in cui i frantoiani denunciano di essere stati gettati. Il 14 luglio 2026, il Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste ha convocato il cosiddetto "Tavolo Olio". Un'occasione cruciale per discutere il futuro del settore, alla quale sono state invitate solo le organizzazioni agricole e le cooperative. I frantoiani, che rappresentano l'anello della trasformazione, sono stati semplicemente dimenticati.

Le associazioni firmatarie del documento unitario non usano mezzi termini nel definire questa esclusione un "grave errore strategico". Con una lucidità che suona come un atto d'accusa, sottolineano come si stiano pianificando interventi parziali senza ascoltare chi detiene materialmente il prodotto. Una pianificazione che, per sua stessa natura, rischia di essere miope e inefficace, perché ignora le reali condizioni di chi il prodotto lo trasforma, lo stocca e lo porta sul mercato.

Ma l'esclusione non è solo nazionale. Anche a livello regionale, gli assessorati competenti hanno mancato di convocare la categoria dei frantoiani ai tavoli di confronto sui prossimi bandi operativi. Un silenzio assordante che le associazioni interpretano come il frutto di una miopia sindacale: i grandi confederazioni, allineate con gli olivicoltori che hanno già incassato, non stanno esercitando la pressione politica necessaria, lasciando i trasformatori in un totale stato di abbandono.

La resa dei conti imminente

Il documento unitario sottoscritto dalle principali associazioni nazionali e territoriali - da AIFO a FOA Italia, da ASSOFRANTOI a CNA Agroalimentare e Confartigianato Frantoi, fino alle rappresentanze siciliane, calabresi e pugliesi - rappresenta un grido d'allarme che le istituzioni non possono più permettersi di ignorare. La richiesta è chiara e improrogabile: la convocazione immediata di un tavolo di crisi alla presenza del Ministro e degli assessori regionali competenti.

Non si tratta più di discutere, ma di agire. Perché il tempo stringe, e la prossima campagna olearia bussa già alla porta. Se non si troveranno soluzioni concrete per lo smaltimento delle giacenze, per il rifinanziamento delle linee di credito e per il sostegno alla liquidità dei frantoi, il blocco totale del ritiro delle olive sarà una realtà con cui fare i conti. E le conseguenze, per l'intera filiera agroalimentare italiana, sarebbero devastanti.

I frantoiani chiedono di essere ascoltati non come una categoria corporativa, ma come l'anello essenziale di una catena che tiene insieme migliaia di olivicoltori, centinaia di aziende di trasformazione e un patrimonio di qualità e tradizione che rappresenta uno dei fiori all'occhiello del made in Italy. Un patrimonio che rischia di andare in frantumi per la miopia di chi, in questi mesi, ha scelto di voltare lo sguardo dall'altra parte.

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