L'arca olearia
Olivo convenzionale vs. biologico: produttività, redditività, resilienza e dipendenza dai sussidi PAC
La strategia “Farm to Fork” dell’UE punta al 25% di superficie agricola in biologico entro il 2030. Ma fare olivicoltura biologica conviene davvero? I sussidi del secondo pilastro compensano il minor ricavo da vendite, annullando le differenze di redditività
07 maggio 2026 | 15:00 | R. T.
Il Green Deal europeo e la strategia “Farm to Fork” fissano obiettivi ambiziosi: riduzione del 50% di pesticidi e fertilizzanti, aumento al 25% della superficie agricola in regime biologico entro il 2030. Nel 2020, la media UE era al 9,1%; in Spagna, primo produttore mondiale di olio d’oliva, il biologico copriva solo il 10,4% della superficie olivicola, nonostante una crescita costante.
Per raggiungere questi target, è essenziale capire se l’olivicoltura biologica possa essere economicamente sostenibile. Molti studi precedenti confrontavano aziende biologiche e convenzionali senza correggere le differenze strutturali (età dell’agricoltore, dimensione, altitudine, irrigazione, ecc.), rischiando stime distorte.
Lo studio che presentiamo applica per la prima volta in Spagna – e solo la seconda volta nell’oliveto – un metodo statistico di matching (propensity score full matching) per isolare l’effetto puro del sistema produttivo dalla variabilità delle aziende.
Dati e metodo: come si corregge il confronto
I dati provengono dalla rete contabile agraria spagnola (RECAN, equivalente della nostra RICA). Sono state analizzate aziende specializzate in olivo (TF37) negli anni 2014, 2018 e 2020, scelti come:
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2014 – stagione “cattiva” (bassa redditività)
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2018 – stagione “buona” (alta redditività)
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2020 – stagione “media”
Rispettivamente, il campione varia tra 330 e 435 aziende per anno, di cui circa il 33% biologiche (sovrarappresentate rispetto alla media nazionale, ma utile per l’analisi).
Covariate utilizzate per il bilanciamento
Per rendere il confronto imparziale, l’algoritmo di full matching ha bilanciato 18 variabili tra cui:
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Caratteristiche dell’olivicoltore: età, sesso, istruzione, essere full-time.
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Caratteristiche dell’azienda: localizzazione (Andalusia vs resto), presenza in aree svantaggiate, altitudine, superficie totale (UAA), % di irriguo, valore del terreno.
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Risorse e intensità produttiva: input per ettaro, incidenza del lavoro familiare.
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Variabili regionali: PIL pro capite, % di superficie biologica regionale.
Indicatori di performance economica
Sono stati calcolati 32 indicatori raggruppati in 5 dimensioni:
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Produttività (terra, lavoro, capitale)
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Redditività (ricavi, margine lordo, EBIT, ROA, ROE)
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Vitalità (reddito netto / costi opportunità totali)
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Resilienza (variazione reddito, flessibilità dei costi specifici, indice di diversità di Shannon – SDI)
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Indipendenza (incidenza dei sussidi PAC su ricavi e reddito)
Risultati principali: produttività inferiore, redditività equivalente
Produttività
In tutte e tre le annate il biologico mostra una minore produttività della terra (da -158 a -228 €/ha), e una minore produttività del capitale (significativa nel 2014 e 2018). La produttività del lavoro è inferiore nel 2018 e nel 2020, anche se non sempre significativa.
Nel 2014 (annata cattiva) il divario produttivo si riduce, perché la convenzionale risente maggiormente della siccità o delle basse rese.
Redditività – il dato chiave
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I ricavi da vendita del biologico sono sempre inferiori (tra -158 e -228 €/ha).
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I sussidi totali PAC sono invece superiori per il biologico (+83 €/ha nel 2020, +170 €/ha nel 2018).
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Scomponendo i sussidi:
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Primo pilastro (pagamenti diretti): minori per il biologico (fino a -141 €/ha).
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Secondo pilastro (agro-ambientali): molto maggiori per il biologico (da +118 a +232 €/ha).
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Conseguenza: il ricavo totale (vendite + sussidi) non mostra differenze significative tra i due sistemi. Di conseguenza, EBIT, reddito netto, ROA e ROE sono statisticamente uguali nelle tre annate.
In pratica: i premi PAC del secondo pilastro compensano esattamente il minore valore della produzione biologica.
Vitalità aziendale
Solo nel 2020 emergono differenze: la vitalità di lungo termine (reddito / costi opportunità totali) è leggermente peggiore per il biologico (-0,304), ma senza differenze nel profitto economico. In annate cattive o buone, non ci sono differenze significative.
Resilienza – punto di forza del biologico
Analizzando il panel 2014-2020 (212 aziende):
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Il biologico ha una flessibilità di aggiustamento dei costi specifici superiore del 63%.
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Maggiore flessibilità anche nell’indice di diversità colturale (SDI) – correlata a maggiore capacità di adattamento.
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Il coefficiente di variazione del reddito è inferiore (-10,9%, anche se al limite della significatività p=0,072).
Le aziende biologiche risultano più resilienti agli shock di mercato e climatici, grazie a strutture di costo più variabili e a una maggior diversificazione.
Dipendenza dai sussidi
Il biologico presenta una dipendenza maggiore dai sussidi PAC sul ricavo totale (+9% nel 2020, +8,2% nel 2018). Questo non è negativo di per sé, ma evidenzia che senza i premi del secondo pilastro la redditività biologica sarebbe nettamente inferiore.
Discussione tecnica: perché il divario di redditività scompare
La ricerca conferma che i premi per l’agro-ambiente (secondo pilastro) sono lo strumento più efficace per promuovere la conversione. Tuttavia, gli autori osservano un problema di efficienza: attualmente il premio è uniforme per ettaro, indipendentemente dalla produttività pre-conversione.
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Nelle aree marginali (oliveti di montagna, bassa resa <2000 kg/ha), il premio risulta sovracompensante.
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Nelle aree ad alta produttività (oliveti intensivi o in irriguo), il premio è insufficiente a coprire la perdita di reddito, frenando la conversione.
Proposta operativa per i policy maker
Gli autori suggeriscono un premio differenziato per produttività perduta:
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Maggiore compenso per chi converte oliveti ad alta resa (perdita maggiore di prodotto).
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Minore compenso per oliveti già a bassa redditività, evitando rendite ingiustificate.
Questo approccio permetterebbe di raggiungere il target UE del 25% di superficie biologica con un costo pubblico complessivo inferiore o a parità di risorse, accelerando la conversione dove oggi è economicamente svantaggiosa.
Implicazioni per l’olivicoltura italiana
Sebbene lo studio sia condotto in Spagna, il contesto italiano è molto simile (oliveto tradizionale, collinare, forte frammentazione, alta incidenza di aree svantaggiate). Le conclusioni sono rilevanti anche per la nostra RICA e per la prossima programmazione della PAC 2023-2027, dove i premi al biologico rientrano negli eco-schemi e nei pagamenti agro-climatico-ambientali.
Punti da tenere presenti per l’azienda olivicola:
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La conversione al biologico non peggiora la redditività finale, se i premi PAC sono adeguati.
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Migliora la resilienza (minor variabilità di reddito e maggiore flessibilità nei costi).
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Aumenta la dipendenza dai fondi pubblici: in assenza di premi, il reddito netto sarebbe significativamente inferiore.
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La produttività per ettaro diminuisce in modo consistente (fino a -200 €/ha di vendite), ma ciò non si traduce in minor reddito grazie ai premi.
Per le aziende che valutano la conversione, l’analisi suggerisce di:
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Verificare l’accesso ai premi del secondo pilastro (e ora anche agli eco-schemi).
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Considerare la propria produttività attuale: più è alta, maggiore è il premio necessario per mantenere redditività.
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Puntare su strategie di diversificazione (colture accessorie, rotazioni) per migliorare la resilienza, un fattore in cui il biologico eccelle.
Bibliografia
Martin-Garcia, J., Gómez-Limón, J.A., Arriaza, M. (2023). Conventional versus organic olive farming: which has a better economic performance? Agricultural and Food Economics
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