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Occhio di pavone dell'olivo: strategie di intervento e risultati

Occhio di pavone dell'olivo: strategie di intervento e risultati

L’integrazione di prodotti a elevata persistenza nelle fasi autunnali e primaverili, associate a elevata piovosità, e l’utilizzo di formulati a pronto effetto nelle fasi iniziali dell’infezione dell'occhio di pavone dell'olivo, rappresentano un modello di difesa razionale ed efficace

21 aprile 2026 | 13:00 | R. T.

La maculatura fogliare dell’olivo, nota come “occhio di pavone”, rappresenta una delle principali fitopatie a carico di Olea europaea nei contesti mediterranei e sub-continentali, con particolare incidenza nelle aree caratterizzate da elevata umidità e precipitazioni frequenti. L’agente eziologico, Venturia oleaginea, è un fungo ascomicete la cui epidemiologia risulta fortemente condizionata da parametri microclimatici quali temperatura, durata della bagnatura fogliare e umidità relativa. Studi recenti condotti in Italia settentrionale hanno evidenziato come condizioni di bagnatura fogliare superiori alle 18 ore, associate a temperature comprese tra 15 e 16 °C, favoriscano l’innesco delle infezioni e riducano significativamente il periodo di latenza .

Dal punto di vista fisiopatologico, la malattia si manifesta con tipiche lesioni circolari necrotiche sulla pagina superiore delle foglie, accompagnate da un alone clorotico, determinando una progressiva defogliazione. Questo fenomeno si traduce in una riduzione dell’attività fotosintetica, un’alterata differenziazione delle gemme a fiore e, conseguentemente, un calo produttivo sia in termini quantitativi sia qualitativi. In condizioni di elevata pressione infettiva, la perdita fogliare può compromettere anche la maturazione dei frutti e la resa in olio, come osservato in diversi contesti olivicoli internazionali .

L’attuale quadro normativo europeo impone una riduzione significativa dell’impiego di rame in agricoltura, con un limite massimo di 28 kg/ha nell’arco di sette anni. Tale restrizione ha stimolato la ricerca verso strategie di difesa a basso input, capaci di garantire efficacia fitosanitaria mantenendo sostenibilità ambientale. In questo contesto si inserisce una sperimentazione pluriennale condotta in Friuli Venezia Giulia, su cultivar Bianchera, notoriamente suscettibile alla patologia, con l’obiettivo di valutare l’efficacia di diversi formulati rameici a dosaggi ridotti, pari a circa 0,75 kg/ha di rame metallo per intervento, per un totale annuo di circa 2,3 kg/ha .

Il disegno sperimentale ha previsto il confronto tra sette formulazioni a base di rame, tra cui idrossido, ossido, solfato tribasico e poltiglia bordolese, nonché l’impiego di zolfo (Thiopron) sia singolarmente sia in combinazione con la poltiglia bordolese. Le valutazioni epidemiologiche sono state effettuate su un arco temporale esteso, includendo cinque rilievi stagionali e analisi di laboratorio mediante trattamento con NaOH al 5% per evidenziare infezioni latenti.

I risultati ottenuti evidenziano come l’efficacia dei formulati sia strettamente correlata alla loro persistenza sulla superficie fogliare e alla resistenza al dilavamento. In condizioni di scarsa piovosità, come nel periodo compreso tra inverno e estate 2022, l’idrossido di rame ha mostrato un’elevata efficacia iniziale, con una riduzione significativa dell’incidenza della malattia rispetto al controllo non trattato. Tuttavia, la sua limitata resistenza al wash-off ne riduce l’efficacia in condizioni di precipitazioni intense, dove si osserva un incremento della diffusione dei sintomi nelle fasi successive .

Al contrario, formulati caratterizzati da maggiore persistenza, quali ossido di rame e poltiglia bordolese, hanno dimostrato una capacità superiore nel contenere sia la diffusione sia la severità dell’infezione nel lungo periodo. In particolare, l’ossido di rame ha mostrato i livelli più bassi di incidenza nelle fasi finali del monitoraggio, mentre la combinazione tra poltiglia bordolese e Thiopron ha evidenziato un effetto sinergico, con una significativa riduzione della defogliazione e un aumento del numero medio di foglie per ramo.

L’analisi della severità, espressa in classi percentuali di superficie fogliare colpita, conferma tali evidenze: nei rilievi invernali e primaverili, i trattamenti a base di ossido e poltiglia bordolese, soprattutto in miscela con adesivanti, hanno determinato una maggiore frequenza di foglie sane (classe 0%) e una riduzione significativa delle classi più gravi (>51%). Al contrario, il trattamento con solo zolfo ha mostrato un’efficacia limitata, con valori di incidenza e severità comparabili al controllo, suggerendo un ruolo marginale di tale principio attivo nella gestione diretta del patogeno .

Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la dinamica della defogliazione, parametro strettamente correlato alla produttività. I dati indicano che i trattamenti più efficaci nel contenimento della malattia sono anche quelli in grado di preservare maggiormente l’apparato fogliare, con implicazioni dirette sulla capacità fotosintetica e sulla resilienza della pianta. In questo senso, la combinazione tra poltiglia bordolese e Thiopron emerge come una strategia promettente, probabilmente grazie a un effetto combinato di adesività e modulazione del rilascio degli ioni rameici.

In conclusione, l’approccio a basso apporto di rame risulta tecnicamente sostenibile, purché supportato da una scelta oculata dei formulati e da una gestione strategica dei trattamenti in funzione delle condizioni climatiche. L’integrazione di prodotti a elevata persistenza nelle fasi autunnali e primaverili, associate a elevata piovosità, e l’utilizzo di formulati a pronto effetto nelle fasi iniziali dell’infezione, rappresentano un modello di difesa razionale ed efficace. Ulteriori sviluppi della ricerca dovranno chiarire il ruolo degli adesivanti e delle interazioni tra zolfo e rame, nonché valutare alternative a minore impatto ambientale, in linea con gli obiettivi di sostenibilità dell’agricoltura europea.

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