L'arca olearia
Olivo: la varietà Picual accumula più biomassa e carbonio della Arbosana
La scelta varietale e le pratiche di gestione agronomica dell'olivo dovrebbero tenere conto non solo della produttività, ma anche della capacità della pianta di accumulare biomassa e trattenere carbonio nel tempo
31 marzo 2026 | 11:30 | R. T.
Comprendere in che modo gli alberi accumulano e distribuiscono la biomassa, sia nella parte aerea sia nell’apparato radicale, è oggi una delle chiavi per progettare sistemi agricoli più efficienti, resilienti e capaci di affrontare le sfide poste dal cambiamento climatico.
È da questa premessa che parte un nuovo studio guidato da ricercatori dell’Istituto di Agricoltura Sostenibile del Consiglio Superiore delle Ricerche Scientifiche spagnolo (IAS-CSIC), in collaborazione con l’IFAPA Camino de Purchil e l’Università di Cordova, che ha messo a confronto due cultivar di olivo molto diffuse nel bacino del Mediterraneo: Arbosana e Picual.
Il risultato principale è chiaro: la varietà Picual tende ad accumulare più biomassa e più carbonio rispetto alla Arbosana, mostrando caratteristiche che potrebbero rivelarsi strategiche nella selezione di olivi più adatti a condizioni ambientali sempre più estreme.
Perché misurare la biomassa dell’olivo è così importante
“La quantificazione precisa della biomassa e dell’accumulo di carbonio nell’olivo è fondamentale per ottimizzare la gestione agronomica e valutare il ruolo di questa coltura nella mitigazione del cambiamento climatico”, spiega Milagros Torrús Castillo, responsabile principale dello studio.
Secondo la ricercatrice, una conoscenza approfondita della distribuzione della biomassa nelle colture legnose è essenziale non solo per descriverne la crescita, ma anche per progettare impianti più efficienti e selezionare i genotipi meglio adattati a scenari climatici in evoluzione.
Nel caso dell’olivo, il tema assume un rilievo ancora maggiore per via della sua enorme diffusione a livello globale: si stima che esistano circa 11,3 milioni di ettari di oliveti nel mondo, distribuiti in 60 Paesi su cinque continenti, anche se la maggior parte è concentrata nell’area mediterranea.
Il cambiamento climatico mette alla prova l’olivicoltura
L’aumento delle temperature, la maggiore irregolarità delle precipitazioni e la crescente frequenza di eventi climatici estremi stanno già influenzando la produttività agricola e la sicurezza alimentare.
In questo contesto, la ricerca sull’olivo non può limitarsi alla resa produttiva, ma deve includere anche la capacità delle diverse varietà di:
- tollerare siccità e stress termico;
- accumulare biomassa in modo efficiente;
- contribuire allo stoccaggio del carbonio organico.
Secondo gli autori, queste informazioni possono aiutare a migliorare la produttività e la resilienza degli oliveti, oltre a chiarire il loro potenziale come pozzi di carbonio.
Uno studio che ha analizzato anche le radici
La ricerca, pubblicata da Springer Nature, ha sviluppato metodologie sia distruttive sia non distruttive per quantificare la biomassa aerea e sotterranea e il contenuto di carbonio in alberi di 7 anni e mezzo appartenenti alle cultivar Arbosana e Picual, coltivati in condizioni mediterranee.
Uno degli aspetti più rilevanti del lavoro è stato l’approccio sperimentale: i ricercatori hanno effettuato l’estrazione completa di tre alberi per ciascuna varietà, analizzando insieme sia la parte visibile della pianta sia l’apparato radicale, un livello di dettaglio ancora raro negli studi dedicati all’olivo.
Picual investe di più in tronco e rami, Arbosana nelle foglie
Dall’analisi è emerso che la varietà Picual tende ad accumulare una quantità maggiore di biomassa totale rispetto alla Arbosana.
In media, i valori registrati sono stati:
- 36,5 kg per albero per la Picual
- 27,5 kg per albero per la Arbosana
La differenza dipende soprattutto dal fatto che la Picual investe maggiormente nello sviluppo di tronco e rami secondari, mentre la Arbosana destina una quota relativamente più elevata della propria biomassa alle foglie.
Per quanto riguarda l’apparato radicale, in entrambe le cultivar circa il 60% della biomassa delle radici è risultato concentrato nei primi 25 centimetri di suolo, mentre oltre il 55% si trovava nel pane radicale, cioè nella massa più compatta di radici che circonda la base della pianta.
Il suolo resta il principale serbatoio di carbonio
Sul fronte del sequestro del carbonio, lo studio ha rilevato che la concentrazione media ponderata di carbonio è pari a:
- 47% nella biomassa aerea
- 42% nelle radici
Tuttavia, osservando il sistema oliveto nel suo complesso, il suolo si conferma il principale deposito di carbonio organico, con circa 76 tonnellate di carbonio per ettaro, contro le 13–16 tonnellate per ettaro immagazzinate nella biomassa degli alberi.
Anche il ritmo di accumulo annuale del carbonio mostra differenze tra le due varietà:
- 1,68 tonnellate di carbonio per ettaro all’anno per la Arbosana
- 2,16 tonnellate per ettaro all’anno per la Picual
Si tratta di valori in linea con i tassi di fissazione del carbonio osservati in altri agroecosistemi mediterranei.
Indicazioni utili per il futuro degli oliveti
Secondo il team di ricerca, il campionamento distruttivo si è rivelato particolarmente efficace nel mettere in luce le differenze tra cultivar nella distribuzione della biomassa e nell’accumulo di carbonio, mentre il metodo non distruttivo appare più adatto per applicazioni su larga scala.
Per gli autori, questi risultati indicano chiaramente che la scelta varietale e le pratiche di gestione agronomica dovrebbero tenere conto non solo della produttività, ma anche della capacità della pianta di accumulare biomassa e trattenere carbonio nel tempo.
L’obiettivo è duplice: rendere gli oliveti più efficienti dal punto di vista produttivo e, allo stesso tempo, più utili nella lotta al cambiamento climatico.
Oliveti tra produzione e sostenibilità
Il lavoro mette così in evidenza il ruolo strategico dell’olivicoltura in una fase in cui l’agricoltura è chiamata a conciliare produttività, sostenibilità ambientale e adattamento climatico.
Come sottolinea ancora Torrús Castillo, le future ricerche dovranno approfondire il modo in cui le caratteristiche specifiche di ciascuna varietà possano essere integrate in strategie di gestione mirate, capaci di aumentare il sequestro di carbonio nei diversi modelli di impianto.
In altre parole, l’oliveto del futuro non dovrà essere solo più produttivo, ma anche più resiliente e più sostenibile.
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