L'arca olearia

L’OLIVICOLTURA E L’OLIO DI OLIVA CONQUISTANO L’AUSTRALIA. GRANDI ESTENSIONI MA LA MAGGIOR PARTE DELLE AZIENDE OLIVICOLE SONO PICCOLE, CON SUPERFICI INFERIORI AI 5 ETTARI. DOMINANO FIDUCIA, OTTIMISMO E FAI DA TE

“Come un neonato, l’olivicoltura australiana ha un potenziale infinito ma nessuno può ancora prevedere cosa sarà in grado di fare”. Con queste parole lo storico Michael Burr ha commentato il confuso presente australiano. Il consumo di olio di oliva è raddoppiato nel giro di 10 anni ed è oggi pari a 1,58 kg pro capite. Dalla produzione di 5.000 t di olio nel 1998 si è giunti alle 9.000 t della campagna 2006, più o meno riconfermati nella non positiva chiusura della stagione appena terminata

01 settembre 2007 | Duccio Morozzo della Rocca

L’olivicoltura australiana sta vivendo una fase di rapida crescita. Se piccole realtà sono documentate fin dai primi anni del 1800, è solo dai primi anni 1990 di questo secolo che si è assistito al boom delle piantagioni trainato dalla popolarità della dieta mediterranea che ha portato alla messa a dimora di circa 9 milioni di piante di olivo in 15 anni.
Le proprietà salutistiche dell’olio di oliva hanno dunque toccato il cuore di imprenditori provenienti dai campi più disparati che hanno visto in questo settore dell’agribusiness una nuova possibile fonte di reddito.
Dalla produzione di 5.000 t di olio nel 1998 si è giunti alle 9.000 t della campagna 2006 (fonte Coi), più o meno riconfermati nella non positiva chiusura della stagione appena terminata.
Il 2007 australiano non sarà infatti un anno da ricordare per la produzione bensì per il clima. Due mesi di siccità primaverile hanno ridotto pesantemente (30-50 %) la produzione stimata e alcune precipitazioni antecedenti la raccolta hanno reso le olive troppo umide e dunque difficili da lavorare in frantoio. In alcune zone, infine, gelate inaspettate hanno rovinato parte della produzione.
Ma gli australiani hanno l’ottimismo nel sangue.

Il consumo di olio di oliva nel paese è raddoppiato nel giro di 10 anni ed è oggi pari a 1,58 kg pro capite per un totale in crescita di 34000 t vendute nel 2005/2006 (IOOC).
Neanche a dirlo, leader di mercato in Australia è la Spagna seguita da Italia e Grecia mentre i grandi produttori locali cominciano a trovare piccoli spazi negli scaffali della grande distribuzione sperando, anche questa non è una novità, di seguire l’exploit ottenuto con il vino.

Il grande potenziale economico del mercato dell’olio di oliva diventa dunque il motore in Australia di numerose attività di ricerca condotte talvolta senza il necessario coordinamento e senza validi supporti scientifici.
Sono molti gli studi sul comportamento varietale, sulla chimica dell’olio, sull’estrazione, sull’economia ma troppo spesso manca la comunicazione tra i protagonisti di queste indagini (università, stati, governo, indipendenti) che si trovano sovente a svolgere contemporaneamente ricerche identiche o già svolte in passato, e spesso con approcci poco scientifici.

L’Australia olearia è comunque in fermento e, come in ogni periodo giovanile che si rispetti, gli esponenti di spicco del mondo olivicolo australiano cercano di trovare un posto di riguardo nella vecchia e addormentata culla mediterranea a suon di proclami e manifesti. E un pò di confusione...
È infatti facile imbattersi in articoli e discussioni dove la superiorità dell’olio australiano, la bontà del proprio terreno e la bravura degli olivicoltori australi viene sventolata ai quattro venti senza la necessaria umiltà, anche considerando che spesso, in Australia, domina il fai da te.
Non mancano tuttavia i grandi gruppi economici che lavorano tra vivaismo, materiali per oliveti e consulenza e cavalcano l’onda dell’entusiasmo proponendo le soluzioni più disparate, intensivo, superintensivo…e per il business si cerca di sostenere l’innato ottimismo australiano tessendo le lodi degli olivicoltori e delle condizioni favorevoli dell’Australia. Lo spazio certo non manca, non sempre invece c’è sufficiente disponibilità d’acqua per sostenere 2000 piante/h.
E purtroppo non sempre, anzi troppo spesso, queste scelte sono poi sostenibili.
Per prima cosa il know how tecnico di chi si trova a gestire questi oliveti non è sufficientemente solido e questo trascina l’olivicoltore in un girone dell’inferno dantesco alle prese con potature ipotetiche, problemi fitosanitari, la fumaggine prospera tingendo di nero tantissimi oliveti, e numerosi problemi in fase di raccolta (provato mai a raccogliere 20.000 alberi di koroneiki con lo shaker?). L’irrigazione/fertirrigazione è gestita per lo più senza criterio: acqua e concime sempre e comunque, l’estrazione e lo spandimento sanse pure, quasi che il principio sia più se ne spande, meglio è.
Molti olivicoltori si dicono inoltre contrari all’assistenza di un tecnico consulente preferendo sbagliare e quindi imparare dai propri sbagli. Continuando ad essere ottimisti.

In questo clima poco chiaro ho cercato conforto nel lavoro delle associazioni di categoria (una per ogni stato ed una nazionale) alla guida dello sviluppo olivicolo del Paese.
Il quadro, se possibile, è assai più confuso: un complicato intreccio di incarichi tra mondo della produzione agricola, società gastronomiche, esportatori, consulenti, incarichi governativi e rappresentanti degli olivicoltori. E se di qualità in campo si parla molto poco, un forte accento è posto sulla commercializzazione all’ingrosso di un prodotto nazionale che, sulla carta, è extra vergine di qualità per il 95% e per questo meritevole di un premio di prezzo all’estero.
E forse anche per questo l’egemonia economica e legislativa europea non sembra piacere molto al presidente dell’Australian Olive Oil Association, Paul Miller, che da alcuni anni ha intrapreso una campagna internazionale toccando i Paesi nuovi dell’olivicoltura mondiale in cerca di alleanze contro le leggi “mal scritte” dal vecchio continente.
Aiuti alla produzione nella comunità europea e parametri chimici “stretti” per l’olio extra vergine sembrano essere per l’associazione australiana e per il suo presidente le priorità da risolvere, prima ancora dello stato di salute della propria olivicoltura.
Con i contributi agli olivicoltori e le tasse sull’importazione in Europa, sostiene Miller, si crea una disparità nella concorrenza dei mercati mondiali che non rende merito alla qualità.
Nel mese scorso durante la sua visita in California, Miller ha espresso inoltre la sua paura che gli Usa possano accettare i parametri chimici istituiti dal Consiglio Olivicolo Internazionale, mentre l’Australia vorrebbe allargare le maglie degli standard perché non più specchio della realtà mondiale ormai mutata. Una difesa del proprio clima e terroir.
Da alcuni studi, risulterebbe infatti che alcune cultivar, ancorché europee, coltivate in Austrialia eccedano i limiti Coi, in particolar modo per quanto riguarda l’acido linolenico.

Una ricerca della studiosa Susan Sweeny ha cominciato intanto a mettere ordine alla confusione della miriade di nomi delle cultivar presenti in Australia trovando molti sinonimi tra cui ben 14, per esempio, per il Frantoio.
È inoltre emerso che 10 sono le maggiori varietà che da sole producono quasi il 90% dell’olio australiano. Tra queste troviamo frantoio, Barnea, Arbequina, Correggiolo, Koroneiki, Picual, Manzanillo, Leccino, Coratina e Kalamata.
Di queste cultivar monitorate dalla Sweeny viene dimostrata la generale conformità ai parametri chimici Coi.
Ulteriori e approfonditi studi della chimica dell’olio australiano sono comunque ancora necessari.

Il mondo dell’olio è, tutto sommato, un piccolo mondo. E ancora più piccolo appare in un così grande Paese. A vivere culturalmente e socialmente la tradizione olivicola sono principalmente le famiglie di emigrati italiani e greci che hanno cresciuto con pazienza le piante portate con loro negli anni cinquanta ma, a migliaia di chilometri di distanza da casa, il destino degli ulivi sembra ricongiungersi nell’abbandono delle nuove generazioni.
Michael Burr studioso e storico dell’olivicoltura australiana divide i produttori australiani attuali in tre categorie:
- gli hobbysti o i produttori per consumo di casa;
- i piccoli e medi olivicoltori che producono “boutique oil”, olio di alta qualità, e lo fanno per passione, curiosità, scienza e un pò di snobbismo;
- l’agribusiness, un investimento in grandi piantagioni spesso intensive e super intensive con l’obiettivo di vendere olio sfuso di buona qualità nel mondo con la ricerca del massimo del profitto.
Secondo il censimento svolto dalla rivista “The Australian and New Zealand Olive Industry Directory” il 49% degli oliveti australiani (ovvero 269 aziende) è di dimensioni minori ai 5 ha, il 20% inferiore ai 10 ha (112 aziende) e solo 9 aziende, contrariamente a quanto a volte si crede, sono superiori per estensione ai 500 ha.
I piccoli produttori, dice Michael Burr, a causa degli alti costi spariranno e il potenziale più grande, conclude, lo avrà chi riuscirà a coniugare il business con la passione.

E la passione non manca a Paul Miller quando dice che “Nel 2010 l’Australia sarà riconosciuta globalmente come produttore di olio di alta qualità a prezzi competitivi”. Sarà proprio il 2010 l’anno in cui, continua Miller, l’Australia produrrà più di quanto consuma.
L’Austrialia, tuttavia, importa, per il 90%, olio di oliva europeo a basso costo, e risulta quindi poco credibile una riconquista delle posizioni sul mercato interno sulla base di una competizione sul prezzo, quindi la grande sfida per l’Australia sarà trovare un mercato dove vendere grandi quantità di olio sfuso. E dopo l’America e, forse, la Cina, l’Italia sembra per molti il Paese giusto dove esportare. Se così fosse ci troveremmo di fronte all’inizio di un buffo via vai transoceanico.
La scommessa australiana sembra dunque essere quella di arrivare alla maturità produttiva degli impianti con il supporto di una solida rete commerciale mondiale. Ed è forse per questo che le grida di battaglia dei prodi dell’olio di oliva australiano tuonano e cercano di echeggiare il più lontano possibile da casa perché, d’altronde, prima la nomea poi la contea...

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