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La supremazia dell'olio di oliva italiano negli Stati Uniti va mantenuta

La supremazia dell'olio di oliva italiano negli Stati Uniti va mantenuta

Negli Stati Uniti esiste un segmento dei prodotti Italian Style. Dop e Igp sono definizioni a cui il consumatore è ancora poco avvezzo, ma che possono fare la differenza 

25 marzo 2022 | Claudio Vignoli

Attualmente circa il 30% della nostra produzione di olio extravergine di oliva è destinata agli USA, mentre il Canada è il quarto Paese di destinazione del nostro olio. Ma è soprattutto osservando i dati relativi al consumo che risulta evidente come il mercato Nordamericano racchiuda ampi e interessanti margini di miglioramento.

Negli USA, infatti, il consumo pro capite annuo si attesta a un litro che sale a 1,5 in Canada: livelli bassi rispetto a Paesi come Spagna (3 litri) o Italia (8 litri), ma comunque ben al di sopra della media mondiale di 0,45 litri. E a rendere ancora più interessanti le prospettive di questo mercato è il trend costante che guida l’incremento dei consumi.
Confrontando, infatti, i dati degli ultimi 30 anni, negli USA il consumo annuo di olio di oliva è addirittura triplicato, attestandosi attorno ai 320 milioni di chili nel 2021 (dati ISMEA). Allo stesso modo, anche in Canada, il mercato dell’olio d’oliva si è sviluppato molto negli ultimi 20-30 anni, anche se a essere determinanti per la crescita del settore sono stati soprattutto gli ultimi cinque con un trend dell’80%. Oggi in Canada l’extravergine di oliva è il prodotto italiano più consumato e la richiesta si concentra in particolare nelle Province dell’Ontario e del Quebec. Ma è in quest’ultima che si registrano in consumi più alti, per il fatto che il Quebec è la regione più “europea” del Canada per quanto riguarda i gusti e la gastronomia ed è quella dove si trovano non solo consumatori di origine francese, ma anche importanti insediamenti di italiani e di altri gruppi etnici molto legati alla tradizione mediterranea.

E proprio la diffusione delle buone pratiche alimentari – determinata dal prestigio crescente della dieta mediterranea – ha avuto un ruolo fondamentale nell’impulso al consumo di olio extravergine in tutto il Nordamerica. Si è verificato un vero e proprio cambiamento epocale nel modello di consumo, che oggi tende a includere l’olio d'oliva nella dieta in modo regolare. Negli USA è stato sicuramente molto incisivo il contribuito della campagna informativa dell’Agenzia per la salute alimentare degli Stati Uniti (FDA). Nel 2018 la FDA ha addirittura suggerito di apporre sulle etichette di olio di oliva precise indicazioni relative alla salubrità di questo alimento. Le riconosciute proprietà benefiche hanno perfino salvato l’extravergine italiano dai dazi di Trump.

L’olio evo italiano, quindi, nonostante il costante calo produttivo registrato negli ultimi 30 anni (la resa si è dimezzata passando dai 674 milioni di kg del 1991-92 ai 315 milioni dell’ultima raccolta 2021-22) mantiene una indiscussa supremazia qualitativa, per altro ampiamente riconosciuta all’estero visto che il prezzo resta il più alto.

Il consiglio è però quello di non dormire sugli allori della nostra leadership qualitativa. È infatti necessario un costante adeguamento alle dinamiche di mercato attraverso investimenti in innovazione, come stanno facendo altri Paesi produttori che negli ultimi anni sono cresciuti molto. Penso a Marocco, Turchia, Algeria che hanno puntato sulla meccanizzazione e sul sistema intensivo aumentando progressivamente la loro capacità produttiva.

Nella competizione globale l’Italia non può vincere sulle grandi quantità a basso costo, anche perché il nostro territorio per sua natura limita la meccanizzazione e preclude le forme di coltivazione intensiva. Ma proprio per questo dobbiamo agire sull’innovazione, puntando sulle risorse dell’Agricoltura 4.0 che permette di contrastare i cambiamenti climatici e di migliorare la resa e la qualità. Dobbiamo puntare poi sulla cultura di prodotto per far comprendere che l’evo non è un alimento indifferenziato, ma un’eccellenza che si declina in sfumature di gusto, sapore e tradizione fortemente legate al territorio di origine. DOP e IGP sono definizioni a cui il consumatore è ancora poco avvezzo, ma che possono fare la differenza in un mercato dove il livello della concorrenza è molto elevato. Negli Stati Uniti esiste, per esempio, un segmento di prodotti locali Italian Style che riesce a soddisfare una buona parte della domanda di cibi italiani. Per questo è sempre più necessario per le nostre aziende fare sistema così da tenere alto l’interesse verso gli autentici prodotti agroalimentari del nostro Paese.

In questo è fondamentale il ruolo dei consorzi e delle associazioni che possono dare la giusta voce a un settore che rischia altrimenti di essere troppo frammentato e quindi di non essere comunicato e valorizzato nel modo corretto.

Bisogna insistere sulla comunicazione, per far capire il valore aggiunto delle DOP e IGP soprattutto in termini di controllo e tracciabilità del prodotto. A tal proposito va detto che, con la Pandemia, le persone hanno mangiato prevalentemente in casa in questi due anni e hanno iniziato a scegliere oli buoni per condire. L’asticella si è spostata verso l’alto. La strada, dunque, è quella giusta.

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