L'arca olearia

Ripresa vegetativa lenta per l'olivo, gli errori da evitare

In molte regioni, specie quelle colpite dal gelo, si segnala una ripresa vegetativa molto ritardata e più lenta della norma. Colpa dei danni ai tessuti verdi, spesso non manifesti, causati dal freddo ma anche dallo stress idrico provocato da Burian. Avere troppa fretta può significare compromettere l'equilibrio vegeto-produttivo dell'olivo, con conseguenze negative anche per l'anno che verrà

27 aprile 2018 | R. T.

Gli oliveti delle aree colpite dal freddo invernale stanno riprendendosi molto lentamente, allarmando gli olivicoltori.
Il germogliamento, infatti, è cominciato più tardi del solito e sta proseguendo con molta lentezza, evidentemente sintomo che i danni ai tessuti verdi, non sempre manifesti, sono stati piuttosto intensi.
A questi, però, si può aggiungere un altro fattore, poco considerato, ovvero lo stress idrico causato dalle condizioni meteo delle settimane passate.
Secondo una ricerca dell'Università di Madrid, infatti, quando la temperatura del suolo si abbassa sotto i 6,5 gradi, si produce un'elevata resistenza al movimento dell'acqua dal suolo alle radici. Se a questo aggiungiamo che un'elevata velocità del vento e una bassa umidità relativa possono portare a fenomeni di essiccamento fogliare e dei tessuti verdi, scopriamo che un altro fenomeno, certo meno importante del gelo di per sé stesso, può aver influenzato la ripresa vegetativa dell'olivo. Similmente a quanto avviene dopo un'estate siccitosa, può occorrere tempo per i tessuti disidratati di riprendere turgore e massima efficienza.

Resta il dubbio su quali misure è meglio adottare in casi simili.

Innanzitutto è sconsigliata un'abbondante concimazione azotata che, oltre a rischiare di provocare scompensi vegeto-produttivi, può stressare ulteriormente la pianta in una fase delicata di riequilibrio fisiologico e metabolico dopo lo stress invernale. Sarebbe anzi meglio frazionare la concimazione azotata in due-tre interventi, privilegiando le formulazioni a pronto effetto, come il nitrato ammonico, solo in fase iniziale, per poi prediligere quelle più a lento effetto, come l'urea. E' anche utile ricordare che un'eventuale abbondante concimazione azotata può portare a un ritardo dell'emissione delle gemme fiorali e delle mignole, spostandola di qualche giorno e portandola così in tempi, metà di giugno, più a rischio di onde di calore. Nel complesso è quindi utile procedere con cautela con le concimazioni e nel caso si andasse troppo a ridosso della fioritura può essere utile valutare anche una fertilizzazione fogliare di integrazione in pre fioritura o piena fioritura a sostegno della pianta.

In questa fase, poi, è sconsigliabile procedere con nuove potature, atte a eliminare fronda che appare compromessa (se non per gli interventi su strutture portanti come branche o rami visibilmente danneggiati) rimandando tali interventi all'estate, quando la pianta ha trovato un proprio equilibrio e quindi, anche visivamente, è possibile individuare le porzioni di chioma ormai realmente secche. Oggi, infatti, il serio rischio è eliminare significative porzioni di chioma spoglie di foglie ma ancora vitali, che quindi possono emettere germogli e quindi nuova superficie fotosintetizzante in tempi assai rapidi.

Molto importante in questa fase, invece, assicurarsi che la pianta abbia la massima disponibilità idrica, quindi che i tessuti possano essere sempre sufficientemente idratati, senza deficit che possono rallentare ulteriormente la ripresa vegetativa.

Infine è consigliabile monitorare con attenzione eventuali sintomi sulle foglie distinguendo fra le necrosi causate dal freddo, spesso apicali o che dall'apice si protraggono verso il centro della foglia, da eventuali recrudescenze di patologie fungine, prima fra tutte l'occhio di pavone, che possono essersi avvantaggiate di eventuali ferite, anche microscopiche, causate dal freddo. In questi casi, a debita distanza dalla fioritura, si può procedere con trattamenti rameici che però non possono essere effettuati ad alto dosaggio (>350 mg/hl) ma a più bassa concentrazione, per scongiurare l'effetto fitotossico e quindi l'ulteriore perdita di superficie fotosintetizzante.

L'errore più grave che si può commettere, quindi, è quello di voler far recuperare l'olivo in tempi rapidissimi, con interventi che, invece, possono provocare squilibri.
La stella polare, in questo periodo, è la salvaguardia, per quanto possibile, della maggiore superficie fotosintetizzante, e quindi foglie, tutelando la salute sanitaria della pianta e assicurando un corretto apporto idrico e nutrizionale.

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Leonardo Altobelli

29 aprile 2018 ore 10:59

Salve, mi chiedevo come gestire rami con apertura della corteccia, in particolare per piante di 3 anni, su tronco principale e branche primarie. In alcuni casi l'apertura è ampia, e supera il 50% del diametro del ramo. Ha senso lasciar 'vivere' questi rami anche se hanno qualche foglia ancora attaccata? Temo che siano ormai compromessi.