L'arca olearia

CHE GRANDE DELUSIONE. I PRODUTTORI OLIVICOLI NON RIESCONO ANCORA A SGANCIARSI DALLA ASSURDA CONTRAPPOSIZIONE CHE LI VEDE NEMICI DELLE AZIENDE DI MARCA

L’armonizzazione della filiera è un traguardo culturalmente assai lontano. Permangono le sacche di resistenza al grande e temuto avversario a nome “industria dell’olio”. Che amarezza! Come si possono compiere passi in avanti con tali premesse? La filiera olio di oliva è strutturalmente debole e ha bisogno di un respiro comune e di tanta coesione tra le parti. Invece, c’è chi ruota contro. Ma a che pro?

03 dicembre 2005 | Luigi Caricato

Deluso, deluso, deluso. Delusissimo, in verità.

Sono stato a Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze.
Nella Villa Medicea di Lilliano, nella frazione di Antella, dove si è svolta la manifestazione “Olio dal vivo”.

Sabato 26 novembre ho partecipato in veste di moderatore a un convegno che ha avuto come relatori importanti e autorevoli voci del mondo scientifico:

il professor Natale Frega, presidente del Sioos, la Società internazionale olio di oliva e salute,

il professor Giuseppe Caramia, presidente del Congresso internazionale “Bambino: progetto salute”,

il professor Massimo Cocchi, presidente dell’Arna, l’Associazione ricercatori nutrizione e alimenti.

Il tema del convegno – “Buono e salutare: l’extra vergine è servito” – è di per sé di grande attrazione, certamente complesso ma necessario, fondamentale.

Fondamentale perché proprio attraverso la valorizzazione degli aspetti salutistici dell’olio extra vergine di oliva ch’è possibile dare animo e forza a un prodotto che ormai si definisce da più parti, non a caso, un functional food.

Eppure, il tema dell’olio di oliva in relazione alla salute, è stato colpevolmente trascurato in particolare dai produttori. Da sempre. Tranne rarissime eccezioni.

Dov’è dunque la mia delusione? Semplice.
Ad essere sinceri, è un sentimento di delusione misto ad amarezza.
Ciò che più mi ha colpito, sono stati gli atteggiamenti del pubblico, nella quasi totalità composto da produttori olivicoli.

A scatenare un largo e caloroso applauso è stato l’intervento di Andreas Marz, produttore olivicolo in Toscana ma anche caporedattore della rivista in lingua tedesca “Merum”.

Marz era tra i relatori del convegno, e dovendo esporre sul tema “Comunicazione dell’extra vergine per la salute all’estero” ha inevitabilmente toccato più di un tasto dolente, tra cui l’argomento frodi e sofisticazioni, corroborando la propria posizione con le invettive rivolte a ciò che impropriamente si definisce ancora “industria dell’olio” (anziché utilizzare l’espressione più pertinente di “aziende di marca”).

In sostanza, secondo Marz tali aziende non sarebbero legittimate a rappresentare l’olio extra vergine di oliva, né tanto meno meriterebbero di veicolare la valenza salutistica degli oli ricavati dalle olive. Perché l’extra vergine – lo ribadisce in modo chiaro – dovrebbe essere un prodotto da lasciare in esclusiva ai produttori.

Si tratta di pareri e valutazioni liberamente formulati, che possono essere condivisi o meno, sia chiaro. Stupisce tuttavia – ed è questo che mi ha sorpreso – la piena e spontanea adesione da parte del pubblico presente, aderendo con un applauso scrosciante. Come si può, dico io?

Perché insistere con le vetuste formule di una linea dura e intransigente, da irredentisti?
Perché continuare a creare squilibri nell’opinione pubblica?
Si può essere fermi e precisi nella denuncia di qualsiasi anomalia presente nel settore olio di oliva senza per questo creare dei danni seri al comparto.
Ricordate la trasmissione “Report” di qualche anno fa? Terrorismo mediatico, il medesimo che si è consumato ai danni del vino.
Serve a ben poco.
Occorre fare una informazione mirata, attenta, scrupolosa, quando ci si rivolge al grande, vasto e variegato pubblico dei consumatori. Non ha senso picchiare duro e indiscriminatamente. Non ha senso, soprattutto, affermare assurdità inconcepibili.

E’ inconcepibile per esempio ritenere sbagliato che a occuparsi del tema olio in relazione alla salute vi siano anche le aziende di marca?
Marz ha sostenuto proprio questo. Ricercando su Internet si trovano in prima istanza i riferimenti ai grandi gruppi commerciali.
Perché, è forse da proibire?

Io direi proprio di no; anzi, ben vengano gli utili apporti alla filiera, anche da parte delle aziende di marca.
Di fronte al terribile silenzio dello Stato sul tema olio e salute, di fronte all’assenza e all’inedia delle Istituzioni pubbliche, c’è, per fortuna, salvifico, uno spiraglio di luce offerto dalle aziende che hanno intelligentemente investito in tale direzione.
L’olio extra vergine di oliva è un prodotto che va studiato e approfondito. Eppure la ricerca nutrizionale in Italia langue, non viene opportunamente finanziata.
Lo ricordo a chi, tra quel pubblico, troppo distratto ignora la realtà.

Faccio degli esempi.
La Carapelli attraverso l’omonimo Istituto nutrizionale ha investito in ricerche sulle proprietà biologiche dei fenoli nell’olio extra vergine di oliva. E non solo.
Così la Bertolli, con l’Osservatorio del gusto ha contribuito a chiarire molti aspetti trascurati perché non supportati da adeguati finanziamenti. E’ il caso della dietoterapia. Il gusto dei pazienti non è stato opportunamente considerato nella gran parte della letteratura scientifica, soprattutto in relazione a patologie croniche come il diabete, l’obesità o le malattie cardiocircolatorie.
Questa attività di ricerca è meritoria.

Possiamo inoltre proseguire citando il gruppo Sos, l’attuale proprietario dello storico marchio Olio Sasso.
In Spagna il colosso Sos ha finanziato ricerche sullo squalene, un idrocarburo assai importante sul piano della valenza salutistica. Le proprietà antiossidanti di questo composto pare abbiano un ruolo decisivo nel prevenire l’insorgenza del cancro, in particolare di quello al colon, ma contribuisce pure a rafforzare il sistema immunitario, e altro ancora.

Ci sarebbero molti altri esempi da fare.
Come si possono dunque avanzare riserve verso le aziende di marca per un atteggiamento di puro pregiudizio e chiusura?
Non è concepibile.

Nel nome di una filiera forte e coesa, è necessario che tutti i suoi componenti intraprendano una strada comune.
Con una volontà unitaria sarà infatti possibile rendere il comparto olio di oliva più competitivo e credibile.

Non è facile.
Finché vi saranno produttori che in maniera maldestra, e con qualche punta di ingenuità, metteranno in discussione a priori il ruolo delle aziende di marca non si andrà da nessuna parte.

E’ un mondo ancora immaturo quello dei produttori olivicoli, purtroppo.
Senza cultura di prodotto, senza spirito imprenditoriale, senza aperture e capacità di confronto non è possibile giungere da nessuna parte.

Cosa è accaduto a Bagno a Ripoli? Quando ho detto la sacrosanta verità, ovvero che i produttori olivicoli sono i primi responsabili dei propri mali, questi sono rimasti disorientati e forse delusi.
Ma la delusione è soprattutto e unicamente mia: come si fa a pretendere di ignorare la realtà o di scambiarla per quello che non è?

Non è la prima volta che mi trovo di fronte a persone che vogliono essere ingannate, chiudendo gli occhi al mondo.
Queste persone dicono: “ingannami, ingannami pure! Dimmi ciò che le mie orecchie vogliono sentirsi dire, dimmi che la colpa della situazione che non va è sempre degli altri”.

Di fronte a una realtà così complessa è meglio lasciar stare e rinunciare.
Mi chiedo a volte che senso abbia scrivere articoli e libri per smuovere la gente dal lungo sonno in cui è precipitata.
Mi chiedo che senso abbia svegliare le coscienze che invece si oppongono, recalcitranti.

I produttori non vogliono diventare adulti, preferiscono lamentarsi e addossare agli altri componenti la filiera le colpe di una cattiva, pessima, squalificante gestione di un comparto con poche speranze per il futuro, nonostante le brillanti potenzialità.

I produttori olivicoli vogliono ascoltare parole dolci, vogliono la carota e non il bastone, vogliono essere del tutto ignari di ciò che sta capitando loro e di ciò che si va delineando nell’economia mondiale.

Allora, dinanzi alle difficoltà, diventa facile accusare le aziende di marca
per la propria inefficienza,
per la propria incapacità a essere protagonisti della storia.

I produttori si lamentano di leggi create ad arte per favorire l’industria olearia. Si lamentano quasi non avessero colpe per quanto sta loro capitando.
Loro lamentano un’assenza dai centri del potere.
In verità, in democrazia le leggi vengono costruite insieme con le parti in causa.
Sorge allora spontanea una domanda.
Dov’erano i produttori olivicoli al momento in cui si è deciso per loro?
A chi hanno delegato la propria rappresentanza?
Sono davvero coscienti delle proprie responsabilità?
O preferiscono forse attribuire colpe a chi meglio sa gestire la realtà?

Scrivano pure coloro che non condividono tale mia analisi.
E’ una questione che va affrontata.

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