L'arca olearia

Inerbire l'oliveto è una scelta lungimirante

Una corretta gestione dell’inerbimento non comporta differenze di produttività rispetto alla lavorazione periodica del suolo ma presenta numerosi vantaggi

10 novembre 2012 | Giovanni Caruso

L’olivicoltura italiana si estende su una superficie di circa 1.2 milioni di ettari, che corrisponde a circa il 13% della superficie olivicola mondiale. Alla luce di questi dati appare evidente come la gestione del suolo in olivicoltura abbia ripercussioni, di breve e di lungo periodo, su vaste aree agricole in tutto il modo. Nonostante negli ultimi tempi sia andata crescendo l’esigenza di adottare tecniche di gestione del suolo di basso impatto ambientale, ancora oggi la tecnica più comunemente adottata in olivicoltura si basa su ripetute lavorazioni meccaniche effettuate con lo scopo di aumentare la ritenzione idrica, eliminare le infestanti e interrare i fertilizzanti.

La lavorazione convenzionale causa perdita di suolo, ruscellamento superficiale, erosione, destrutturazione degli aggregati, decremento della sostanza organica a causa di un aumento del tasso di mineralizzazione, riduzione della porosità e formazione di strati compatti. Un ulteriore aspetto negativo delle lavorazioni ripetute è rappresentato dalla riduzione della portanza del terreno. Ciò determina, soprattutto nei terreni argillosi, problemi di transitabilità delle macchine con conseguenti ritardi su alcune operazioni colturali, quali ad esempio la raccolta e i trattamenti fitosanitari dove la tempestività di intervento è strettamente legata all’efficacia dello stesso.

Al contrario, la presenza di un prato stabile determina il mantenimento della sostanza organica, che si mineralizza più lentamente che in suolo lavorato, e contribuisce al miglioramento delle proprietà fisiche nonché della fertilità chimica. La presenza di un cotico erboso facilita anche le operazioni colturali aumentando la portanza del terreno e migliorando la transitabilità nell’oliveto durante i periodi umidi. La gestione del suolo tramite inerbimento può, tuttavia, comportare alcuni fenomeni negativi in relazione alla crescita dell’albero quali ad esempio l’ instaurarsi di una competizione idrica e nutrizionale tra il prato e l’olivo. Inoltre, il lungo periodo di siccità estiva della maggior parte delle zone olivicole meridionali ed insulari dell’Italia, pone dei limiti alla diffusione dell’inerbimento in oliveti in asciutto.

A causa dei possibili fenomeni di competizione idrica e nutrizionale con l’olivo, l’inerbimento può comportare una minore crescita vegetativa degli alberi, sia come incremento del diametro del fusto che volume della chioma, rispetto alla lavorazione del suolo. Tali differenze possono tradursi successivamente in una minore produttività degli alberi. Per tale motivo, è opportuno evitare un insediamento troppo precoce del prato che, quindi, dovrebbe essere iniziato, anche in condizioni irrigue, a partire dal terzo o quarto anno dall’impianto. Una volta iniziato l’inerbimento nell’oliveto è opportuno prevedere almeno due o tre sfalci del prato, a seconda della posizione geografica e del regime pluviometrico stagionale, nel corso dell’anno. Un primo sfalcio solitamente viene effettuato prima della ripresa vegetativa alla fine delle operazioni di potatura. In questo modo è possibile effettuare contemporaneamente lo sfalcio del prato e la trinciatura dei residui di potatura. Il secondo, o terzo, sfalcio viene effettuato in prossimità della raccolta in modo da consentire una migliore transitabilità delle macchine e degli operatori all’interno dell’oliveto.

Per quanto riguarda l’efficienza produttiva dell’olivo è possibile affermare che una corretta gestione dell’inerbimento non comporta differenze rispetto alla lavorazione periodica del suolo. Questo è stato osservato sia in un oliveto intensivo della Toscana che in un oliveto tradizionale in Spagna. Al contrario, risulta evidente l’effetto della tecnica di gestione del terreno sulle caratteristiche del suolo. In particolare, la macroporosità dello strato superficiale in un terreno inerbito presenta valori pari a circa il doppio rispetto a quelli di un suolo lavorato. Inoltre, la formazione di una crosta superficiale sul suolo lavorato può determinare una riduzione del tasso d’infiltrazione dell’acqua di circa otto volte rispetto a quella misurata sul suolo inerbito. In uno studio condotto in Spagna, in un oliveto in asciutto, è stata osservata anche una migliore fertilità biochimica del suolo inerbito, legata ad una maggiore attività microbica ed enzimatica, rispetto al suolo lavorato.

Alla luce di queste considerazioni, l’uso di coperture vegetali è attualmente consigliato per proteggere il suolo nell’oliveto, migliorare le proprietà fisiche e biochimiche del terreno e garantire una migliore fertilità complessiva nel medio e lungo periodo.

 

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domenico laruccia

18 novembre 2013 ore 19:17

salve, non mi pare aver letto alcun seguito o mi sono perso qualcosa ? grazie. cordialmente.

domenico laruccia

28 gennaio 2013 ore 15:56

molte grazie per i cortese riscontro e attenzione. un affezionato lettore.

Redazione Teatro Naturale

28 gennaio 2013 ore 15:44

A seguito di contatti con l'autore, in considerazione che la risposta avrebbe richiesto molte spiegazioni, è stato deciso di approfondire il tema in successivi articoli che troverà sui prossimi numeri di Teatro Naturale.
A presto dunque e buona lettura

domenico laruccia

24 gennaio 2013 ore 17:57

e come si dovrebbe realizzare tale copertura vegetale ? cosa consigliate ??