L'arca olearia

Le divisioni interne? Rendono debole il mondo dell’olio

La concorrenza degli altri grassi non è stata neanche scalfita da scandali. Eppure sono i veri padroni del mercato globale, ma di questi nessuno parla. Nessuno racconta ai produttori che sono questi signori, supportati dal vuoto culturale e politico, ad aver messo ai margini l’agricoltura

14 gennaio 2012 | Pasquale Di Lena

Caro Luigi, ho letto il tuo articolo come sempre puntuale e giustamente incazzato per questa genialità tutta italiana. Anch’io ho fatto le tue stesse considerazioni dopo aver letto le due pagine dedicate da “Repubblica” ai nostri grandi trasformatori di olio trattati come criminali.

Non sono voluto intervenire e dire la mia perché, mi sono reso conto, che la migliore risposta a quelli che pensano di poter dire tutto, solo perché convinti di avere la verità in tasca, è non dar loro spago e farli, così, godere.
Rischiano di diventare famosi, come insegnano molti programmi della nostra formidabile televisione, solo perché abili diffamatori, in questo caso di un mondo complesso, qual è quello dell’olio, che viene da lontano con tutte le sue luci e le sue ombre.

La vita mi ha insegnato a diffidare molto dei fondamentalismi e degli uomini che credono di avere la verità in tasca; dicono e non dicono (perché alludere, non fare nomi o citare il nome di una sola azienda?) o parlano senza rendersi conto di quello che dicono e non sanno dei danni che riescono a provocare. Quasi sempre sono personaggi alla ricerca di un posto al sole se non nascondono altre verità e interessi.

Voglio credere di sbagliarmi nel caso di chi ha steso l’articolo, anche perché non lo conosco e gli unici elementi di giudizio che ho sono le due fitte pagine firmate e pubblicate da “Repubblica” che, come tu dici, non hanno fatto bene all’olio italiano, al pari di altre informazioni diffuse di recente.
Ma come si fa a spiegargli - lo dice uno che ha speso la sua vita a difendere i viticoltori e gli olivicoltori – che non è vero che i buoni sono tutti da una parte e i cattivi tutti dall’altra, e che non serve distruggere nel momento in cui c’è da costruire, tutt’ insieme, percorsi virtuosi sia per gli uni che per gli altri. Ora, proprio ora, che c’è da conquistare un mercato globale che ha bisogno degli uni e degli altri e, soprattutto, di qualità.

Qualità e diversità da trovare all’interno di quella filiera che non c’è e di cui, però, si sente la necessità, proprio perché utile a far conquistare all’olio di oliva (lo chiamo così per significare il prodotto che si ricava direttamente e solamente dal frutto di un albero che ha segnato nei secoli e continua a segnare il Mediterraneo) i mercati che non ha, per una serie di errori (anche quello di una classificazione che punisce e non premia l’olio di oliva) di chi ha governato e continua a governare questo comparto così importante della agricoltura nostra e degli altri paesi del Mediterraneo.
Errori degli uni e degli altri che non hanno portato al mondo dell’olio i risultati che poteva ottenere con l’umiltà, il dialogo, la collaborazione, l’utilizzo delle tante risorse - che pure sono state messe a sua disposizione - per dare all’olio di oliva quello spazio che oggi non ha e ciò per una dose eccesiva di negligenza e arroganza, che ha portato a piccole distruttive battaglie interne invece che a cogliere la forza dell’unità, dando vita alla filiera e, con essa, a una comunicazione che, di fatto, non c’è come non c’è mai stata.

Penso alle distrazioni, da venti anni a questa parte e, purtroppo, sempre nel campo della comunicazione, che non hanno permesso al consumatore di capire il valore e il significato delle nostre eccellenze Dop e Igp, che - come sono riusciti a capire, ma solo in questi ultimi giorni, organismi importanti a livello europeo - sono una formidabile guida per il consumatore e che il mondo dei produttori - non solo italiani- non ha saputo ancora utilizzare, nonostante il prezioso contributo che questo mondo dato per farle.

Non è un caso che la concorrenza degli altri grassi, sia animali che vegetali, non è stata neanche scalfita e che sono essi i veri padroni del mercato globale nelle mani di multinazionali potenti e della finanza, che - perché non chiederselo – trovano nell’olivo, non una pianta sacra per quello che ha dato, con il suo olio, alla nascita e crescita di civiltà ed al benessere dell’uomo, ma un ostacolo da eliminare e, così, impoverire interi territori e, nel tempo, desertificarli con l’abbandono.
Ma di questi padroni nessuno parla. Nessuno racconta ai produttori che sono questi padroni, supportati dal vuoto culturale e politico che ha messo ai margini l’agricoltura, quelli che stanno cacciando dalle loro aziende i titolari e naturali proprietari non solo di una casa o di una stalla, della terra, ma di valori.

Questi non sanno che stanno pagando a caro prezzo le divisioni all’interno del loro mondo, che sono sempre vive anche ora che non ci sono più ispirazioni ideologiche. Divisioni che rendono deboli il mondo che si rappresenta e forti chi vuole questo mondo senza voce, incapace di costruire un futuro con la messa a disposizione di progetti e programmi, e, soprattutto, con il dialogo con chi dev’essere coinvolto e convinto che è anche suo interesse fare percorsi virtuosi insieme.
 

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Donato Galeone

14 gennaio 2012 ore 18:00

Condivido che il mondo dell'olio di oliva italiana continuerà ad essere debole se non costruisce "filiere locali" non a parole..usuali ma "con aggregazioni di scopo partecipate". Condividendo e definendo i costi di produzione delle qualità varietali delle olive; della trasformazione in olio e del confezionamento. Partecipando, sia quale produttore, singolo o associato, che quale frantoiano, singolo o associato, alla commercializzazione del prodotto "certificato olio di olive italiane" e quale titolare di quote societarie di "partecipante di filiera locale". Sarà - a mio avviso - il possibile e autentico prodotto "olio di olive" italiane con la diversificate "qualità" caratterizzante la tipicità alimentare delle nostre agricolture.
Donato Galeone