L'arca olearia
Erosione della biodiversità di fiori negli oliveti con l'uso di erbicidi
L’impiego crescente di erbicidi in Andalusia, in particolare glifosato e oxyfluorfen, ha ridotto il numero di specie da 301 a 187. Il ruolo della formazione degli operatori agricoli come fattore critico per la conservazione della biodiversità negli agroecosistemi mediterranei
16 maggio 2026 | 12:00 | R. T.
La Spagna si conferma il primo produttore mondiale di olio d’oliva, con l’Andalusia che rappresenta la regione a maggiore superficie coltivata. Tuttavia, l’intensificazione delle pratiche agricole ha privilegiato la resa produttiva a scapito della sostenibilità ecologica. Gli oliveti costituiscono agroecosistemi complessi, capaci di ospitare numerose comunità vegetali e una ricca fauna associata, ma l’uso indiscriminato di erbicidi sta determinando una progressiva semplificazione floristica. Lo studio qui sintetizzato ha confrontato la composizione vegetale di 117 parcelle negli anni 2007 e 2021, evidenziando perdite significative di diversità direttamente correlate alle strategie di gestione del suolo. Accanto all’analisi ecologica, la ricerca ha coinvolto studenti del master in Olivicoltura, Olio d’Oliva e Salute, dimostrando come un approccio didattico basato sull’indagine possa accrescere la consapevolezza degli operatori del settore.
Materiali e metodi dell’indagine fitosociologica
Le parcelle sono state selezionate nel 2007 garantendo omogeneità ecologica e floristica, con superfici variabili tra 0,5 e 2 m² a seconda delle associazioni dominanti. Si è applicata la fitosociologia secondo il metodo Braun‑Blanquet, utilizzando la scala di abbondanza‑dominanza e successiva trasformazione in valori percentuali di copertura tramite la scala di Van der Maarel. Nel 2021 i rilievi sono stati ripetuti sulle stesse coordinate geografiche. Per ciascuna associazione è stato calcolato l’Indice di Valore di Importanza (IVI), che combina abbondanza relativa, dominanza relativa e frequenza relativa. I dati sugli erbicidi sono stati integrati con informazioni AEPLA (2010‑2019) e con interviste ai conduttori. Venti studenti hanno partecipato attivamente all’analisi dei dati, alla verifica in campo e alla interpretazione delle dinamiche successionali, in un percorso strutturato in quattro fasi: attivazione contestuale, apprendimento del metodo fitosociologico, uscite sul terreno, sintesi comparativa.
Variazioni quantitative della diversità floristica
Nel 2007 i rilievi hanno censito 301 taxa (specie e sottospecie), distribuiti in 154 generi e 31 famiglie botaniche, con una media di 12,77 piante per rilievo. Le famiglie dominanti erano Composite, Graminacee e Leguminose. Nel 2021 il numero di specie è sceso a 187, con una media di 4,48 piante per rilievo. Questa netta riduzione è attribuibile all’aumento del consumo di erbicidi, passato da 718.000 litri nel 2010 a circa 1.900.000 litri nel 2019. La sostanza più utilizzata è il glifosato (4,2 milioni di euro di fatturato e 1,5 milioni di litri nel 2019), seguita dall’oxifluorfen (1,9 milioni di euro e 165.000 litri). L’incremento dei trattamenti diserbanti riflette una inadeguata formazione degli operatori agricoli, spesso carenti di competenze tecniche sulla gestione integrata delle malerbe.
Trasformazioni delle associazioni vegetali e IVI
L’analisi dell’IVI mostra modifiche sostanziali. Nell’associazione Anacyclo clavati‑Hordeetum leporini, Hordeum leporinum passa da valori IVI superiori a 70 (2007) a valori compresi tra 11 e 31,58 (2021). Sinapis alba subsp. mairei registra un crollo da 81,06 a 26,35 nell’associazione Fedio cornucopiae‑Sinapietum mairei. Chrysanthemum coronarium nell’associazione Resedo albae‑Chrysanthemetum coronarii scende da 83,87 a 6,75. Specie caratteristiche come Malva neglecta, Raphanus raphanistrum e Diplotaxis catholica subiscono decrementi marcati, mentre compaiono o aumentano taxa generalisti e tolleranti agli erbicidi (Papaver rhoeas, Diplotaxis virgata, Onopordum nervosum). Un caso particolare è rappresentato dall’associazione Trifolio cherleri‑Taeniatheterum caput‑medusae su substrati silicei, dove la specie dominante diminuisce solo lievemente (da 30,91 a 25,60) grazie alla gestione con pascolo, che mantiene una discreta sostanza organica. Nelle parcelle su substrati basici trattati con erbicidi, invece, la trasformazione è molto più rapida e profonda.
Dinamiche successionali e ruolo del suolo
Le variazioni non dipendono solo dall’effetto diretto degli erbicidi. Gli studenti hanno evidenziato come nell’associazione Trifolio cherleri‑Plantaginetum bellardii l’aumento di Taeniatherum caput‑medusae (IVI da 2,01 a 13,8) e la diminuzione di Plantago bellardii (da 42,35 a 12,08) siano correlati a un incremento della sostanza organica per effetto del pascolo, non all’uso di diserbanti. Al contrario, nelle associazioni su suoli argillosi calcarei come Papaveri rhoeadis‑Diplotaxietum virgatae, l’erosione e il dilavamento dei nutrienti – aggravati dalla riduzione della copertura vegetale – favoriscono la scomparsa delle specie stenocie. Il confronto tra parcelle con copertura vegetale continua e parcelle con suolo nudo mostra che queste ultime trattengono meno umidità, subiscono maggiori perdite di sedimento e presentano temperature superficiali più elevate, con ripercussioni negative sulla capacità di recupero della comunità erbacea.
Implicazioni per la formazione e le politiche agricole
I risultati dimostrano che l’uso prolungato di erbicidi non solo riduce la biodiversità, ma modifica la stessa identità delle associazioni vegetali, sostituendo comunità specializzate con comunità ruderali a basso valore ecologico. Questo processo è reversibile solo in parte, perché la perdita del suolo e della banca semi si ripercuote per anni. La partecipazione attiva degli studenti del master ha permesso di produrre analisi IVI e interpretazioni successionali scientificamente solide, a partire da dati primari di due tesi di dottorato. Questo dimostra che è possibile integrare la ricerca di conservazione con la formazione post‑laurea, a condizione che i curricoli universitari prevedano attività di campo e l’uso diretto di fonti scientifiche. Attualmente la normativa spagnola (Regio Decreto 1105/2014 e Regio Decreto 387/2021) non richiede in modo esplicito una formazione ambientale approfondita per i futuri tecnici agricoli, né promuove l’alfabetizzazione scientifica in materia di contaminanti.
Conclusioni e prospettive operative
La perdita di diversità floristica negli oliveti andalusi è misurabile e direttamente collegata alle scelte gestionali. La riduzione di specie come Hordeum leporinum, Sinapis alba subsp. mairei e Chrysanthemum coronarium rappresenta un campanello d’allarme per la funzionalità dell’agroecosistema, con conseguenze sulla regimazione idrica, sulla fertilità del suolo e sulla catena alimentare. L’approccio didattico basato su flipped classroom e project‑based learning, applicato a dati reali raccolti in 14 anni, ha consentito agli studenti di sviluppare competenze analitiche e di interpretare criticamente le interazioni tra pratiche agricole, dinamiche della vegetazione e salute pubblica. Servono tuttavia strumenti di valutazione validati (pre‑post test, questionari basati sul Modello delle Credenze sulla Salute) per quantificare i reali apprendimenti. Parallelamente, è urgente una riforma curricolare che includa obbligatoriamente l’educazione ambientale nei percorsi per tecnici agrari e che promuova modelli di gestione integrata delle coperture vegetali, riducendo la dipendenza dagli erbicidi e preservando la complessità biologica degli oliveti mediterranei.
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