L'arca olearia

Il settore olivicolo e oleicolo italiano a rischio paralisi prima del default?

Quanto è concreta la possibilità che il mondo oliandolo si fermi in blocco nel mezzo della campagna per protestare contro burocrazia opprimente e prezzi bassi? Frantoiani e olivicoltori hanno obiettivi diversi ma un simile malessere

12 novembre 2011 | Alberto Grimelli

Non è una campagna olearia che si è aperta col sorriso quella 2011/2012.

Tante le ragioni che portano a non festeggiare il rito della raccolta delle olive e dell'olio nuovo. Se nel centro nord è la scarsità di frutti il problema principale al sud è invece un prezzo delle olive che, partito già basso, potrebbe ulteriormente scendere nelle prossime settimane.

Il tutto mentre i frantoi vivono con estremo malumore il carico burocratico del registro telematico Sian, con gli obblighi di tracciabilità dell'olio.

La minacciata serrata dei frantoiani non è ancora avvenuta, per ora si lavora ma la situazione è tesa, specie nelle piccole aziende di estrazione dell'olio, dove la novità è stata recepita in ritardo e con enorme fastidio. Ora c'è poco tempo di pensare, le richieste di novello sono pressanti ma a campagna in corso non è escludibile una azione di protesta dimostrativa.

E' anche possibile una manifestazione congiunta tra olivicoltori e frantoiani, e questa sarebbe davvero una novità.

Ciascuno con il proprio fardello. A causa di una quotazione dell'olio italiano in precipitosa discesa nelle ultime settimane anche i prezzi delle olive ne hanno immediatamente risentito, con una quotazione di meno di 40 euro/quintale anche in areali vocati e particolarmente apprezzati, come il foggiano. Un calo di 10 euro rispetto all'anno passato. La reazione è stata estemporanea e scomposta. I produttori hanno inscenato uno sciopero della raccolta che, tra alti e bassi, è durato una settimana alla fine di ottobre e ha sortito l'effetto di un lieve incremento delle quotazioni. Uno e due euro in più e tutti al lavoro ma la prospettiva è che, già a partire da dicembre, la situazione volga al brutto, con un ritorno alle condizioni economiche stringenti di tre-quattro anni fa.

Cosa accadrà allora?

Al momento il settore oliandolo è impegnato a produrre ma il malcontento serpeggia ovunque, dai campi ai frantoi.

Pochi visi sereni in questa campagna olearia e molte facce cupe.

Queste inquietudine e insoddisfazione latente del settore oliandolo tutto potrà sfociare in una crisi vera e propria? Dubito di veder trattori nel mezzo delle strade e qualche manifestazione organizzata, anche se non è escludibile qualche protesta estemporanea e passeggera, come quella degli olivicoltori foggiani. E' più probabile che il tutto si traduca in una revisione al ribasso delle stime produttive, con meno olio italiano prodotto. Sarà questo il segnale più inequivocabile che il settore è a rischio paralisi, che ha raggiunto un punto di non ritorno con bacini olivicoli che si svuotano e inevitabilmente frantoi che chiudono.

Attribuire la colpa al meteo, ai cambiamenti climatici è una facile giustificazione, in realtà se l'Italia perde il proprio settore olivicolo e oleario le ragioni sono più profonde. Sono negli animi di olivicoltori vecchi, disincantati e delusi. Sono nei pensieri di frantoiani vessati, trascurati o peggio vilipesi.

Ogni anno una nuova ricetta, una nuova formula magica per dare valore aggiunto. Ogni anno si rivela una chimera, ogni anno un boccone amaro in più da digerire. La parentesi dell'olio Made in Italy, dell'origine obbligatoria come leva di valore aggiunto, è durata lo spazio di una campagna olearia. Mesi di euforia effimera.

Il problema è quello di una crisi strutturale dell'olio d'oliva nel bacino del Mediterraneo. Il consumo non cresce, o non cresce abbastanza, nei paesi tradizionalmente consumatori, cresce poco in nazioni che apprezzano, e pagano, l'olio d'oliva di qualità. Incrementa più sensibilmente in nuovi paesi, laddove l'olio d'oliva è quasi uno sconosciuto (Brasile, Russia, Cina, India), ma, qui, per fare penetrazione occorre confrontarsi con i prezzi degli oli di semi e quindi l'extra vergine deve costare poco se vuole guadagnarsi una fetta di questi mercati. Un apparente paradosso. Il consumo cresce di pari passo con la produzione ma cresce in particolare laddove non dà valore aggiunto, anzi deprime quello che si è costruito. Persino Marocco e Tunisia faticano a guadagnar sull'olio.

La crisi strutturale del settore olivicolo e oleario parte dunque da lontano e vede più esposta l'Italia perchè non ha mai affrontato e risolto i propri problemi principali come l'estrema parcellizzazione, la vetustà degli operatori e degli impianti, una filiera frazionata e dilaniata al proprio interno, una politica apatica e inconcludente. Occorre ripartire da qui e allora, forse, avremo la speranza di poterci lamentare, come fanno in altri paesi, ma macinando magri utili e non congrue perdite.

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