Bio e Natura
Non basta il Beewashing per la tutela della biodiversità
Rete Clima è in allarme sulle strategie di sostenibilità superficiali: la tutela degli ecosistemi passa per la rigenerazione degli habitat, non solo per l'allevamento di api domestiche
17 aprile 2026 | 13:00 | Marcello Ortenzi
La rivista Canale Energia ha di recente ospitato un articolo di Rete Clima per evidenziare che seppure in natura esistono oltre 20.000 specie di api e più di 200.000 specie di impollinatori selvatici eppure, nel dibattito pubblico e nelle strategie ESG delle aziende, l’attenzione sembra essersi cristallizzata su un’unica protagonista: l’ape domestica (Apis mellifera). Certo, è l’ape più conosciuta e più diffusa al mondo e fondamentale per la produzione di miele e l’impollinazione delle colture agricole ma l’ape mellifera è una specie allevata e gestita dall’uomo. Il Network tecnico afferma che elevarla a simbolo esclusivo della salvaguardia ambientale è un errore prospettico che rischia di alimentare il fenomeno del “Beewashing”. Questo termine è stato inserito nella letteratura scientifica nel 2015, per indicare quelle iniziative che utilizzano l’immagine delle api per dichiarare un impegno a favore della biodiversità, senza però intervenire sui reali fattori ecologici che determinano la salute degli ecosistemi. Secondo Rete Clima, il rischio è duplice:
- Efficacia limitata:installare alveari non risolve il degrado degli habitat.
- Distrazione di risorse:l’attenzione viene spostata da interventi strutturali necessari, come la diversificazione floreale e la riduzione delle pressioni ambientali.
Spiega Paolo Viganò, Fondatore di Rete Clima. “Il punto centrale non è aumentare il numero di alveari per aumentare l’impollinazione,” “È invece migliorare le condizioni ecologiche che consentono alle diverse specie di prosperare. È la qualità degli habitat a determinare la resilienza degli impollinatori, specie quelli selvatici.”
La scienza avverte: una diffusione eccessiva e non pianificata di api mellifere può danneggiare le popolazioni selvatiche. I rischi principali includono:
- Spillover di patogeni:la trasmissione di malattie dalle specie allevate a quelle selvatiche.
- Competizione trofica:in aree con scarse risorse floreali, l’alta concentrazione di api domestiche può sottrarre nutrimento agli impollinatori selvatici, che sono i veri pilastri dell’impollinazione naturale.
La biodiversità come infrastruttura
Il ragionamento prosegue puntualizzando che la conservazione non può essere una singola azione isolata. La biodiversità, che indica la ricchezza di vita sulla Terra, includendo piante, animali, microrganismi e i geni, va intesa come una vera e propria infrastruttura naturale, essenziale per la stabilità del clima e la sicurezza alimentare. Le api pur necessarie non sono le “salvatrici” degli ecosistemi, ma parte di essi: la loro sopravvivenza dipende dalla continuità ecologica e dalla disponibilità di habitat diversificati.
“Il beewashing può generare una percezione di impatto positivo non supportata da risultati reali,” conclude Viganò. “Oggi le imprese hanno l’opportunità di rafforzare la propria strategia ESG attraverso interventi coerenti e misurabili, capaci di contribuire concretamente alla resilienza dei sistemi naturali.” L’invito appare chiaro: per proteggere il nostro futuro, dobbiamo guardare oltre l’alveare e prenderci cura dell’intero paesaggio, compito che in larga misura dipende dalle azioni delle istituzioni.
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