Bio e Natura

L’USO DELLE ACQUE REFLUE DEPURATE A FINI IRRIGUI POTREBBE AIUTARE INTERI TERRITORI AGRICOLI

Nella sola provincia di Lecce, con il recupero delle acque reflue, si potrebbero irrigare 3500 ettari. Sono molteplici i benefici derivanti da questa politica, come la riduzione dello sfruttamento e dell'inquinamento delle falde. Va inoltre considerato il valore fertilizzante delle acque di recupero

01 settembre 2007 | Antonio Bruno

Le acque reflue opportunamente trattate sono paragonabili ad una sorgente inesauribile di risorsa idrica; dove c'è un consumo c'è anche la produzione di acqua adeguata a particolari utilizzi.
La provincia di Lecce si stima produca circa 480.000 m3/giorno di acque reflue che ad un tasso di 5.000 m3/ha/anno, potrebbero irrigare circa 3.500 ettari.
Negli impianti del Consorzio di Bonifica di Lecce duemila agricoltori in 33 impianti di irrigazione irrigano 1.200 ettari l’anno con un consumo annuo di un milione e ottocentomila metri cubi.
La maggior parte del consumo di acqua si concentra nel settore agricolo (73,5% delle disponibilità). Il 23% viene utilizzato dell'industria e dal settore energetico e solo il 3,5% è destinato a usi domestici.

Negli anni trascorsi i progetti orientati a creare un’offerta d’acqua sono stati la risposta più ovvia ai bisogni idrici cercando di anticipare l'incremento della domanda. Negli ultimi anni però, si sono riscontrati forti ostacoli. L'idea di aumentare l'offerta per far fronte all'incremento della domanda non è più considerata una soluzione, soprattutto per l’aumento vertiginoso dei costi di costruzione e per la diminuita efficienza di trasformazione nel settore agricolo, (diminuzione del prezzo dei prodotti agricoli) ma anche per via degli aspetti ambientali e sociali e per l'uso inefficiente che se ne fa.
La diffusione sul territorio salentino di sostanze contaminanti si ripercuote soprattutto sulle acque sotterranee, che si arricchiscono progressivamente di sali, pesticidi ed elementi tossici assorbiti dal terreno; la contaminazione delle falde dovuta a nitrati di origine agricola è una delle nostre più fondate preoccupazioni ambientali, soprattutto perché è diffusa l'agricoltura irrigua.
Bisogna sottolineare che il danneggiamento delle falde non viene soltanto dagli inquinamenti di origine agricola, ma anche dallo sfruttamento eccessivo dei pozzi che provoca l'abbassamento del livello della falda e la conseguente intrusione di acqua marina, con effetti rovinosi sulla qualità dell'acqua e successivamente dei terreni (fenomeno che genera la desertificazione) a questo proposito l’allarme è già stato lanciato dai Professori Negri e Margiotta della Università del Salento nel loro libro “Alla ricerca dell’acqua perduta”.

Esistono enormi benefici potenziali che possono essere ottenuti dall’uso di acque reflue in irrigazione.
Ridurre il carico inquinante dell’acqua utilizzata da agricoltori, industrie ed insediamenti urbani,
permetterebbe in gran parte il loro riutilizzo per l’irrigazione. La Provincia di Lecce con una popolazione di circa 500.000 abitanti ed un consumo idrico pro capite di 120 litri giornalieri, produce circa 480.000 m3/giorno di acque reflue (supponendo che l’80 per cento dell’acqua utilizzata raggiunga il sistema fognario).
Se questi reflui trattati fossero utilizzati per irrigazione, con un controllo attento, ad un tasso di 5.000 m3/ha/anno, potrebbero irrigare circa 3.500 ettari.
Negli impianti del Consorzio di Bonifica di Lecce duemila agricoltori in 33 impianti di irrigazione irrigano 1.200 ettari l’anno con un consumo annuo di metri cubi 1.793.751.
Gli agricoltori pagano le spese per quest’acqua ammontanti a 24 centesimi di euro al metro cubo. La maggior parte della spesa è costituita dal pagamento dell’energia elettrica necessaria ad alimentare le pompe che emungono l’acqua dalla profondità di cento metri.
Mantenendo lo stesso rimborso la provincia di Lecce avrebbe un ristoro di Euro 42.048.000 per i circa 175 milioni di metri cubi di acqua reflua prodotta se questa fosse riutilizzata a scopo irriguo.
Altro beneficio da non sottovalutare è il risparmio di energia elettrica che si traduce in una minore dipendenza dai paesi produttori di petrolio con un sollievo per la nostra bilancia dei pagamenti.
La sola acqua dei reflui soddisferebbe l’intero fabbisogno dell’irrigazione collettiva del Salento e potrebbe essere usata per irrigare ulteriori ettari di privati ed enti pubblici.

Il valore fertilizzante dell’effluente è importante almeno quanto l’acqua stessa.
Tipiche concentrazioni di nutrienti in reflui trattati sono: azoto, 50 mg/l; fosforo, 10 mg/l; potassio, 30 mg/l. Utilizzando tali reflui ad un tasso di 5.000 m3/ha/anno, il contributo annuale di fertilizzante sarebbe: azoto, 250 kg/ha; fosforo 50 kg/ha; potassio, 150 kg/ha. Quindi tutto
l’azoto e gran parte del fosforo e potassio normalmente richiesti per la produzione di colture
agricole potrebbero essere forniti dall’effluente.
Inoltre, altri micronutrienti e sostanze organiche contenute nell’effluente forniscono dei benefici
addizionali.
Un beneficio ulteriore è costituito dal fatto che, siccome la maggior parte di questi nutrienti sono
assorbiti dalla coltivazione, vengono rimossi dal ciclo idrologico e quindi non contribuiscono alla
creazione di zone morte nelle nostre belle aree costiere ulteriore bellezza del territorio che si traduce in presenza turistica e lavoro per i nostri imprenditori.
Solitamente le acque reflue sono viste come una sostanza di cui disfarsi al più presto possibile.
Tale concezione ha influenzato le tecniche di trattamento e portato a concepire soluzioni depurative costose (grandi reti fognarie in pressione e impianti di depurazione a fanghi attivi), con spreco di energia e scarso riutilizzo delle sostanze nutritive e dell'acqua trattata. Anche il riciclaggio dei fanghi di depurazione per l'uso agricolo spesso non è possibile, a causa della presenza di sostanze tossiche. Inoltre, la pratica comune da parte di Comuni e dei gestori degli impianti di depurazione di non separare i diversi tipi di acque reflue non agevola una eventuale inversione di tendenza: acque nere cariche di sostanza organica e batteri, acque grigie facilmente trattabili e acque piovane inquinate solo inizialmente (le cosiddette "acque di prima pioggia") sono raccolte in congiuntamente in unica rete e non possono subire un trattamento differenziato.
Il riutilizzo in agricoltura delle acque usate è una pratica diffusa in molti paesi e sempre più spesso raccomandata dagli organismi internazionali che promuovono lo sviluppo sostenibile. Tra i paesi che hanno la maggior esperienza nel settore è bene ricordare gli Stati Uniti e Israele. Quest'ultimo, a causa delle evidenti condizioni di scarsità della risorsa idrica, ha da sempre considerato le acque usate come parte del patrimonio idrico nazionale: già nel 1970 circa il 10% del potenziale idrico di Israele era costituito da acque reflue. Negli Stati Uniti la pratica del riutilizzo delle acque reflue ha preso piede soprattutto negli Stati desertici del Sud, in particolare California e Texas. E' proprio in California che sono state approvate le prime leggi che introducevano standard di qualità alle acque da riutilizzare, finalizzate a garantire che la pratica del riuso non provocasse problemi di carattere sanitario.
Recentemente però, con la crescita della sensibilità ambientale in tutto il pianeta, il tema del riutilizzo delle acque si sta diffondendo sempre più: il rapporto del World Water Council sull'acqua nel ventunesimo secolo (WWC 1998) cita esplicitamente il riutilizzo delle acque reflue come strategia principale per promuovere l'uso di risorse "non convenzionali".
Sono convinto che la soluzione di questo problema, come di tutti quelli legati alle questioni ambientali risieda i una visione diversa di gestire le cose del mondo.
Il mondo occidentale dopo aver esportato sistemi e modelli consumistici deve iniziare a “produrre” e quindi esportare modelli scientifici, tecnici e politici globalmente nuovi.
Modelli che “rispettino” ed emulino gli stessi principi su cui si basano i sistemi naturali ed ambientali.

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