Bio e Natura

L'agricoltura sociale in attesa di segnali dalla politica. Quanto ci sarà ancora da aspettare?

Le grandi potenzialità sociali ed economiche di questo comparto, finora considerato quasi folkloristico, non sono ancora state pienamente comprese. L'agricoltura sociale, nonostante tutto, continua però a crescere. Ne abbiamo parlato con Anna Ciaperoni e con Francesca Giarè

06 aprile 2013 | Francesco Presti

L’agricoltura sociale sta crescendo, gradualmente e con tutte le difficoltà imposte dal momento economico e politico che stiamo vivendo. Lentamente ma sta crescendo. Cosa è cambiato in questi anni lo abbiamo chiesto a due persone, due donne impegnate da anni in agricoltura sociale: Anna Ciaperoni di AIAB e Francesca Giarè di INEA.

Con Anna Ciaperoni abbiamo ripercorso gli ultimi anni di attività:” Inizialmente l’agricoltura sociale si concretizzava in una serie di iniziative lodevoli (ma scollegate fra loro) che partivano soprattutto dal mondo delle associazioni che si avvicinavano ad esperienze rurali. Poi sono stati fatti censimenti a livello regionale e nazionale e – tanto per fare alcuni numeri- le aziende certificate biologiche che hanno avviato percorsi di inclusione sociale sono più che raddoppiate negli ultimi anni passando da circa 100 a oltre 200 aziende in tutta Italia.” Ci sono stati grandi progressi anche a livello locale con diverse regioni che hanno emanato leggi che definiscono l’agricoltura sociale e promuovono questi percorsi virtuosi. “Anche i volti dell’agricoltura sociale stanno cambiando” racconta sempre Anna Ciaperoni “ci sono molte donne, molti giovani e tante sono le aziende che vogliono capire come muoversi in questo ambito, anche a livello europeo l’interesse è forte.”

Tutti segnali positivi che fanno ben sperare, restano però delle problematiche legate alla complessità dei percorsi che mettono insieme soggetti molto distanti fra loro: aziende agricole, associazioni e cooperative sociali, fasce deboli della cittadinanza, operatori sociali e tecnici del mondo agricolo. Per questo AIAB ha investito molto nella formazione di giovani tecnici che possono orientare le scelte degli agricoltori e avvicinarli a percorsi di inclusione lavorativa. Ci tiene a precisare Anna Ciaperoni che “AIAB, tramite lo sviluppo dell’agricoltura sociale, promuove i valori più profondi dell’agricoltura, che non è da intendere solamente come un processo produttivo ma soprattutto come strumento multifunzionale . L’agricoltura è un grande mezzo di aggregazione capace di generare benessere per i più deboli, paesaggio, turismo e difendere i territori dall’abbandono. Per AIAB è fondamentale proporre alle aziende nuovi strumenti di promozione e valorizzazione delle proprie risorse.”

Anche Francesca Giarè di INEA partecipa da anni al processo di definizione dell’agricoltura sociale in Italia, sottolinea che per il successo di questo promettente percorso“ è fondamentale il dialogo fra i vari soggetti coinvolti nei progetti. Agricoltori e operatori del mondo sociale parlano lingue diverse, fanno mestieri diversi e non sempre è facile superare questo aspetto. Il dialogo deve avvenire non solo a livello progettuale fra i vari soggetti attraverso l’apertura di tavoli tecnici per capire risorse e problematiche dei territori, ma anche a livello politico, istituzionale sia a livello locale che a livello regionale e nazionale.”

Una questione che da anni occupa i lavori dei vari soggetti promotori a livello nazionale è la creazione di un marchio specifico per la commercializzazione dei prodotti di agricoltura sociale. “È una questione molto delicata” osserva Anna Ciaperoni “ perché per realizzare un marchio è necessario un disciplinare. Questo non è semplice da definire poiché le realtà che convergono verso l’agricoltura sociale sono molto variegate e c’è il rischio di escludere ingiustamente qualcuno. C’è anche un altro rischio e cioè richiamare soggetti opportunisti che ci guadagnerebbero in reputazione dando vita a delle truffe vanificando cosi il lavoro di tanti durante tutti questi anni.” Anche per Francesca Giarè il tema è molto delicato poiché il marchio può essere un buon supporto e un ottimo strumento di promozione ma “dobbiamo far attenzione a non farlo diventare solamente un bollino - uno dei tanti - da attaccare a un prodotto agro alimentare.”

Chi ha idee, voglia di fare e di investire in agricoltura sociale deve trovare un contesto chiaro per poter procedere, senza una normativa di riferimento si rischia di isolare le iniziative che provengono dal basso e causare il blocco di progetti. Le Istituzioni insomma devono fare la loro parte e l’emanazione di una legge nazionale che diventi riferimento per tutto il territorio nazionale è indispensabile per consentire un vero riconoscimento delle pratiche di agricoltura sociale.

Ma la politica, lo sappiamo tutti, in questo momento è in alto mare.

Aspettiamo allora … ma quanto ancora?

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Diego Leva

08 aprile 2013 ore 10:53

Gentile Dott. Presti, non discuto la bontà dell'iniziativa assolutamente meritoria, ma avvalorare l'idea che tutto si debba ridurre ad un altro albo, come è già successo con le fattorie sociali, mi fa stare male, semmai è una maniera di tarpare le ali alla fantasia ed alla libera iniziativa. Saluti

giovanni senza terra

07 aprile 2013 ore 17:54

fantastico
sarebbe un sogno riuscire ad affidare compiti agricoli, obiettivi, scopi quotiliani,a dei ragazzi sofferenti psichiatrici che normalmente sono chiusi in se o comunque isolati dal contesto sociale.. eppure ora è impossibile,la burocrazia ed i regolamenti attuali che non ammettono eccezzioni alla complicata normativa sul lavoro ...meglio tenere questi ragazzi ,imbottiti di psicofarmci sulle spalle delle famiglie o delle asl e comunita....eppure sarebbe semplice trovare formule di lavoro assistito senza gravare sulle aziende superando la ridicola borsa lavoro

francesco presti

07 aprile 2013 ore 12:28

Gentile Sig Leva,
condivido le motivazioni della Sua lamentela, non solo l'agricoltura annega fra le carte ma l'Italia in generale è burocratizzata a livelli insostenibili. I percorsi di agricoltura sociale sono però portatori sani di valori che toccano tutti i soggetti che partecipano a questi progetti e secondo gli attori di questi percorsi di inclusione si possono generare benefici economici, etici, sociali.
Non sarebbe una sconfitta anche dell'agricoltore rinunciare ad un progetto per "troppa burocrazia"? non sarebbe più logico pensare a snellire le procedure piuttosto che dimenticare ?

Diego Leva

06 aprile 2013 ore 22:00

Un altro marchio, un altro disciplinare, altre commissioni, ma non vi rendete conto che l'Agricoltura sta annegando in un mare di carte? Non vi rendete conto che molte Dop esistono solo sulla carta? Perchè un imprenditore non ritiene conveniente aderire ad un Consorzio? Non ve lo siete mai chiesto? Maree di adempimenti, registri, con l'errore sempre in agguato ed il rischio di esser sbattuti in prima pagina, come il peggiore dei sofisticatori, da qualche Nas fondamentalista. Fateci un favore, dimenticateci!
Diego Leva Agronomo