Bio e Natura
Il 2013 sarà l'anno del biogas: impianti più piccoli e più sottoprodotti
Crescerà la domanda di combustibili fossili e così i prezzi. Un aumento che favorirà le energie alternative che godranno dei nuovi incentivi
05 gennaio 2013 | Marcello Ortenzi
L'entrata in vigore dei nuovi incentivi alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è ormai in vigore dal 1° gennaio. Molte le novità introdotte. Innanzitutto le tariffe diverse, non solo in relazione alla fonte (eolica, idraulica, geotermica, biogas, biomasse e bioliquidi sostenibili) ma anche in relazione alla tipologia di impianto e alla potenza in kW dello stesso. Altra rivoluzione l'introduzione dei premi e l'obbligo di iscrizione al registro, mentre l'attuale tariffa omnicomprensiva calerà del 3% al mese dal gennaio prossimo. Molte le domande che suscita sia il sistema di incentivo per gli impianti a biogas dall’anno prossimo sia le opposizioni che in diversi casi questo settore sta scontando oggi, come pure le energie rinnovabili in genere. Un convegno recente a Viterbo (13 dicembre) organizzato da Agroenergia e BTS Italia, dal titolo “Biogas e Sottoprodotti” ha messo in luce come il settore sia cresciuto negli ultimi anni sviluppandosi prevalentemente nelle regioni del Nord, con un forte baricentro in Lombardia. Questo perché il modello di biogas padano-lombardo è stato incentrato sugli allevamenti zootecnici e sulle principali zone di coltivazione del mais.
Con le norme dell’ultimo anno entreremo in quello che potremmo chiamare Biogas 2.0, che sarà molto diverso dal biogas che abbiamo conosciuto finora. Il presidente dell’associazione Itabia, Vito Pignatelli, ha sostenuto che abbiamo imparato molto dall’esperienza nel settore degli ultimi tre anni e cambieranno certamente molte cose. I nuovi incentivi, così come previsti, favoriranno gli impianti di piccole dimensioni e l’impiego di sottoprodotti almeno per il 70% dell’alimentazione agli impianti. Di conseguenza, gli impianti di biogas saranno molto più interessanti per le aziende agricole del Centro e del Sud, ad oggi scarsamente considerati. “Il biogas è a tutti gli effetti la fonte rinnovabile più accessibile perché potenzialmente scalabile su piccole dimensioni”.
Invece, Alberto Palmonari, dell’Università di Bologna ha risposto all’argomento “danni ambientali degli impianti” sottolineando l’inconsistenza scientifica delle preoccupazioni di natura microbiologica relative agli impianti di biogas, argomento spesso sostenuto dai “comitati del no”, perchè l’ambiente anaerobico per le sue caratteristiche chimico-biologiche sia sfavorevole per lo sviluppo di patogeni presenti negli effluenti zootecnici e la correlazione tra la mancata coincidenza tra patologie e aree di maggiore concentrazione di impianti, scagioni del tutto il biogas.
Anche Beppe Croce, di Legambiente, è intervenuto sulle eccezioni che si vanno facendo a questi impianti, dal lato dell’utilizzazioni di colture dedicate, affermando che vi sono buoni impianti e cattivi impianti. Ma non si può semplicisticamente affermare che i buoni impianti sono quelli che utilizzano sottoprodotti e i cattivi sono quelli alimentati a biomasse coltivate. Croce ha ricordato che l’associazione ambientalista ha di recente premiato due impianti virtuosi sia con l’utilizzo di un tipo di alimentazione sia con l’altro. “Fondamentale per noi di Legambiente è il pieno utilizzo dell’energia, ossia lo sfruttamento del calore, per impieghi industriali o di teleriscaldamento”.
In definitiva bisognerebbe considerare che l’impiego dei terreni agricoli in Italia (fonte ISTAT) sono oltre 12 milioni gli ettari coltivati. Quelli riservati alla produzione di energia da fonti rinnovabili (biogas e biomasse) sono oggi circa 196 mila e saranno 225 mila nel 2015 quando si andrà a regime. Una percentuale pari all’1,8% della superficie intera coltivabile, si può fare facilmente la deduzione di quanto può pesare il settore agroenergetico sul totale coltivato.
Accanto a questo dato non si deve dimenticare che per decenni la politica agricola comunitaria ha sovvenzionato, con il set aside, obbligando gli agricoltori a non coltivare sino al 10% della superficie agricola e così sarà, in misura ridotta, anche nei prossimi anni.
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