Bio e Natura
Italia finalmente pioniera nel campo delle energie rinnovabili
In attesa dei decreti attuativi del d.lgs. 28/2011 per avere sostegni alla produzione ed utilizzo, il nostro Paese gioca la carta dei biocarburanti di seconda generazione
16 giugno 2012 | Marcello Ortenzi
I biocarburanti sono scarsamente prodotti in Italia, mentre entro il 2020 i trasporti dovrebbero vedere almeno il 10% del consumo avvenire utilizzando fonti rinnovabili, secondo le direttive rinnovabili del 2009. Il settore dei trasporti è il più difficile tra quelli su cui intervenire per ridurre le emissioni serra a causa di rigidità sia nelle infrastrutture sia nella distribuzione che nell’utilizzo e gli incentivi al biodiesel e al bioetanolo non sono stati più rinnovati, mentre solo per il biometano si attendono oggi i decreti attuativi del d.lgs. 28/2011 per avere sostegni alla produzione ed utilizzo. Un convegno a Firenze, nell'ambito dell'evento Terra Futura 2012 "Le prospettive dei biocarburanti nel trasporto urbano", ha evidenziato la situazione dei biocarburanti in Italia, attraverso l'analisi del professor David Chiaramonti del Dipartimento di Ingegneria Energetica dell’Università di Firenze. Il futuro dei carburanti, nel mondo, sembrerebbe già scritto: sempre meno petrolio e sempre più biocombustibili scelta obbligata, se non altro per l’esaurimento delle risorse fossili e il costo sempre più in ascesa. Ma questa soluzione ha anche qualche problema: dalla conversione di colture destinate alla produzione di cibo al fenomeno del land grabbing; dalla deforestazione al rincaro dei generi alimentari ed al massiccio uso di pesticidi inquinanti, che in aree diverse del mondo causano avversione verso i biofuel. Il convegno ha visto interventi anche sulla soluzione che si sta imponendo per questi problemi, i biocarburanti di seconda generazione che ora hanno una concretezza con l'impianto in costruzione da parte della società Mossi & Ghisolfi in provincia di Vercelli, un’invenzione tutta italiana, frutto di un investimento da 120 milioni di euro, a cui se ne sono aggiunti 12 della Regione Piemonte. Il progetto porterà alla creazione di oltre 150 posti di lavoro, la produzione di 42mila tonnellate di biocarburante e una riduzione delle emissioni di CO2 di circa 70mila tonnellate ogni anno. Dopo cinque anni di sperimentazioni che hanno coinvolto 10 Università e circa 100 ricercatori, l’Italia si trova nell’inusuale ruolo di pioniere tecnologico nel campo delle energie rinnovabili. La tecnologia che utilizza biomasse non food come materia prima (specialmente canna comune) è stata sviluppata nei laboratori della società a Tortona ed è unica al mondo. La sfida, per l’azienda alessandrina, era quella di rendere i biocombustibili veramente eco-compatibili. Visto che la CO2 complessivamente emessa nella produzione di biocarburanti da mais o girasole può essere troppo elevata ed è accaduto in altre aree del globo che sono stati sottratti spazi originariamente destinati alla produzione di alimenti, è stato importante sviluppare la nuova tecnologia per non andare a toccare la parte edibile della pianta, per valorizzare ciò che nessun altro utilizza. Anche la paglia del riso, troppo ruvida sia per l’uso alimentare che per essere destinata alla zootecnia, in genere abbandonata nei campi, è invece un ingrediente ideale per la tecnologia di seconda generazione o la bagassa, generata dagli scarti della produzione di canna da zucchero. La canna comune (arundo donax) è la pianta più indicata perché, oltre a crescere spontaneamente sui terreni marginali di tutta la pianura padana e di molti areali marginali, ha percentuali di sequestro di CO2 molto elevate, ha bisogno di poca acqua e pochi fertilizzanti nonostante la resa molto elevata (10 tonnellate per ettaro contro 3 t/ha del mais), e non intacca la produzione di cibo. La sfida è anche l'approvvigionamento sufficiente di materia prima per l'impianto localmente o almeno nella regione. I terreni abbandonati in Italia, secondo le stime più recenti, sono fra 1,5 e 2 milioni di ettari, terreni lasciati incolti perché poco redditizi o poco fertili. Coltivandoli con la canna comune, si offre un reddito incrementale all’agricoltura, e si evitano problemi legati ai processi di erosione e di dissesto idrogeologico, spesso causati proprio dall’abbandono dei terreni. La d.ssa Claudia Castelli, della società Chemtex Italia ha sottolineato che questa tecnologia è “del tutto auto-sostenibile dal punto di vista economico e finanziario”. A Crescentino è in corso di realizzazione su quella che era un tempo una vecchia fabbrica siderurgica il primo ed unico impianto al mondo che produrrà bioetanolo di nuova generazione. Il professor Chiaramonti ha aggiunto che “questo impianto consente di portare la tecnologia dell’etanolo di seconda generazione ad una scala pienamente industriale, ma sopratutto oltre all’aspetto produttivo del bioetanolo vi è poi quello di sviluppo tecnologico, che consentirà di valorizzare la tecnologia nel mondo in un contesto fortemente competitivo e di grande prospettiva nei prossimi anni”.
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