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Il prodotto locale? A volte ci si identifica
Ivan Malevolti, dell'Università degli Studi di Firenze, ha svolto presso l’Accademia dei Georgofili una lettura su senso e creazione di senso nel consumo di prodotti tradizionali locali
29 ottobre 2011 | C. S.
Partendo di una più ampia ricerca di respiro tecnologico-alimentare e medico-sanitario sui prodotti tradizionali locali, la lettura del professor Malevolti, che si è tenuta giovedi 27 ottobre, ha mirato ad analizzare i livelli di conoscenza e di consumo dei prodotti tradizionali (pane, pecorino, olio di oliva, vino) dei consumatori toscani e il loro grado di identificazione con i prodotti locali attraverso un proprio percorso di definizione del senso e delle modalità di creazione di senso.
L’analisi di Malevolti ha evidenziato tra l’altro l’esigenza delle aziende di incorporare significati nel prodotto offerto, in un continuo rimando tra soggetti facenti parte dello stesso contesto culturale, fornendo altresì al decisore pubblico elementi di conoscenza per intervenire a sostegno del modello di consumo regionale (tradizione, genuinità, sicurezza).
Sulla base di un approccio di pensiero della psicologia del consumatore, è stato costruito un modello di riferimento alla base della successiva indagine di campagna (100 interviste) che ha permesso di analizzare ed ottenere interessanti risultati in merito alla conoscenza dei prodotti (assai diffusa), alla prassi del loro effettivo consumo (da cui risulta un uso e una frequenza d’uso piuttosto elevati), al senso che i consumatori danno al consumo dei prodotti locali e regionali (il peso del localismo risulta elemento rilevante nel proprio vissuto esperienziale), alla costruzione di senso (dalle famiglie di origine alla crescita attraverso le pratiche dello scambio sociale).
In definitiva, origini, memoria, passato ed esperienze descrivono non solo prassi e significati del consumo di prodotti del territorio ma anche indicazioni sul significato della propria esistenza, nel senso di una vera autoidentificazione tra il sé e l’oggetto consumato.
Fonte: Giulia Bartalozzi

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