Libri

Due, quando la poesia prende forma

Il libro di Maria Zanolli stupisce per il colore della scrittura. I suoi versi sono come il profumo della neve. Inafferrabili se non si ha il tempo di ascoltarli

07 febbraio 2009 | Alessio Sartore

Maria Zanolli

Quant’è ingannevole, a volte, la poesia. Si nasconde. Una lettura non è mai la stessa. La prima spesso è difficile. Ci si chiede perché quelle parole stiano stampate lì, sul libro, in piedi sullo scaffale della libreria del centro. Poi la rileggiamo. Ancora. Ancora. E le parole prendono forma, si tingono di colori diversi, bianco, nero, blu. La porta si è aperta, siamo entrati nelle parole, nella poesia. Poi qualcuno ci spinge. Scusi. E se proviamo a tornare sulla stessa pagina, sbattiamo contro una porta chiusa. Le parole sono tornate al loro posto casuale. Non dicono molto. Non dicono.

La poesia va letta ad alta voce. Come per un incantesimo la porta si apre piano e noi ci infiliamo dentro. Va letta e riletta, senza timore.
Lenzuola vuote/ appoggiate ai pensieri nudi/ la campana, tocchi/ di morte. Con gli occhi/ abbracciati al cuscino/ grida la tua assenza.
C’è chi se la riscrive e la attacca al microonde. Prima di uscire, la borsa che penzola dalla spalla, ci dà un’occhiata. Ogni giorno. Finché quelle poche parole, quella poesia diventa qualcosa, una stanza, delle lenzuola, un’emozione.

Due (Campanotto editore, 2006, pp. 64, 8,50 euro) di Maria Zanolli, autrice bresciana alla sua prima esperienza letteraria, stupisce per il colore della scrittura, i toni salati delle cose di tutti i giorni, il saperle cogliere quando sono indifese e cristalizzarle in una parola, due, una piccola frase.

E li chiamano alibi /ma io ho solo ali bucate/ un orologio fermo/ lo scontrino sbiadito del bar sotto casa.
Questa poesia è come il profumo della neve. Inafferrabile se non si ha il tempo di ascoltarla. Poesia che brucia. Pochi versi, quasi un haiku.
Voglio i tuoi occhi sul tavolo/ voglio spicchi di pupille tagliati sottili/ disposti con cura su un tagliere/ bagnato/ visioni umide, velenose./ La mia ultima cena.

Parole crude, ma che sanno anche aggrapparsi alla vita e disegnarne i margini.
Di te/ dita in nota/ ai lati di una tovaglia./ L’altra metà/ dell’amore apparecchi,/ piatti/ bicchieri, posate/ le mani/ su di me. Quasi a ricordare che non si è mai soli, che l’altro esiste in ogni cosa.

Una sfumatura femminile, una parola immediata, diretta, fatta di ferite, sorrisi fraintesi, piccoli spigoli appuntiti. Ma non deve spaventare. Alla fine la poesia, come la vita, fa compiere un viaggio e il suo ritorno. Ci si inabissa per un po’, si sale sopra un tetto subito dopo. Si brucia e si congela nello stesso istante. E alla fine siamo noi. Libro in mano seduti sul divano. Si sfoglia l’ultima pagina. Si chiude la porta. Un altro tramonto.
L’ora di una sera a giugno le/ otto e quarantatré/ quando il sole/ scende e la pelle/ si lascia posare, le braccia ora/ sedute adagiate ai binari inferiori ora/ stese all’aria fresca e l’erba./ Ma gli occhi (instancabili)/ imbambolati negli aspri contorni rossastri (bruciano)/ e il sale taglia il viso e/ l’ora.

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