Anno 10 | n. 6 | 11 Febbraio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it
di Daniela Marcheschi
Costruire un racconto capace di avvincere narrando i fatti meno appariscenti della vita di ogni giorno - quella che molti sarebbero portati a giudicare troppo ovvia, se non impoetica o non letteraria a priori: è in questa difficile sfida che riesce invece a primeggiare Alessandro Tamburini.
Tamburini – che è nato nel 1954 e risiede a Trento - è uno dei pochi autori italiani da cui il lettore è sicuro di non doversi aspettare tradimenti, intendendo per questi ultimi storie a buon mercato, false consolazioni, sciatterie, autocompiacimenti o anche effetti gratuiti. C’è anzi come una professionalità o una probità “antica” in lui, e, con i cinque racconti riuniti in Uno sconosciuto alla porta (Ancona, Pequod, 2008), Tamburini si conferma non a caso uno dei nostri migliori scrittori – quelli che scrivono inseguendo la propria interiore necessità.
Questo autore è infatti in grado di coniugare uno stile limpido e senza sbavature con una narrazione che riesce a caricare di attese e sorprese lo snodarsi degli eventi più semplici dell’esistenza di uomini e donne comuni. Ad esempio, che cosa può accadere se per una leggerezza capita di perdere il treno? Ed è davvero «pazzo» quel vicino importuno e rumoroso, tutto dedito alla musica e alle canzoni, che diventa inaspettatamente celebre? Cosa succede a vendere una porta ricorrendo a un settimanale di annunci? E quando senza troppo pensare apriamo la nostra vita a nuove conoscenze?
Nessuna esistenza è davvero vuota di eventi; semplicemente gli occhi che la guardano non sanno vedere quanto piena sia anche quella in apparenza più scontata: la bravura di Tamburini sta proprio nel far lievitare un simile, banale, quotidiano in echi suggestivi e in delicate emozioni di segreta poesia.

Alessandro Tamburini, Uno sconosciuto alla porta, Pequod, pp. 185, 16 euro
di Daniela Marcheschi
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