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AAA vero olio d'oliva italiano cercasi. Con l'abbandono degli oliveti cala la produzione

L'allarme sullo stato di salute del settore non è nelle vignette del New York Times ma nei numeri. Una produzione olearia molto bassa, con poco olio d'oliva sul mercato. Occorre cominciare a chiedersi che fare prima che l'olivicoltura nazionale scompaia. Controllo del mercato, olio artigianale, buona distribuzione dei fondi Pac e la sfida dell'Expo2015. Molti i temi su cui mettersi al lavoro, ora

“La crisi della produzione olearia nazionale - resa ancora più evidente dai dati della campagna olearia in corso - ha radici lontane: è il frutto avvelenato di scelte mancate e di errori di governo della nostra agricoltura, responsabilità della classe dirigente, politica e delle associazioni imprenditoriali, del nostro Paese.
La campagna olearia si era aperta con molte difficoltà per l'andamento climatico, per attacchi di mosca tardivi e per cali produttivi. A questi dati si sono aggiunte rese in frantoio molto basse. Ora i dati ufficiali di Agea confermano: rese in calo e produzione di olio d'oliva che non ha neppure raggiunto le trecentomila tonnellate. E' questo il dato più allarmante: una produzione di olio d'oliva molto bassa. Quindi c'è poco olio italiano sul mercato”. Così recita la presa di posizione della giunta nazionale della nostra associazione.

olio italianoCosa fare per invertire la rotta? Innanzitutto va salvaguardata e valorizzata la funzione produttiva a cui assolve il sistema di trasformazione artigianale dei frantoi oleari, sostenendo il loro necessario ammodernamento e agevolando la rottamazione di quelli obsoleti. E va intrapresa, e perseguita con coerenza, la strada della produzione di oli di alta qualità e delle produzioni certificate che valorizzano biodiversità e tipicità, il legame con il territorio e il rispetto dell’ambiente, oltre a garantire la salute dei consumatori.

Ma la salvaguardia della funzione produttiva deve partire dai campi e necessita del contenimento dei costi di produzione attraverso la diffusione di tecnologie e macchine adeguate alle caratteristiche degli impianti olivicoli, alle lavorazioni e alla raccolta, inerbimenti, efficaci strategie di controllo fitosanitario, prevenzione di nuove malattie e sviluppo della ricerca.

Ma stando con i piedi per terra, cioè senza finanziamenti a pioggia e senza regalie ai non addetti ai lavori. Cioè tenendo presente che, soprattutto in ragione della ridotta dimensione aziendale - il 40% delle aziende ha una superficie inferiore ad 1 ettaro, non vi è una disponibilità all’innovazione e agli investimenti. E per questo ci auguriamo che la nuova Pac tenga conto di questo e preveda interventi di sostegno rivolti esclusivamente agli olivicoltori professionali e non a chi ha agricoltura per hobby.

Un altro capitolo riguarda la salvaguardia del paesaggio, che ha a che vedere con l’identità stessa del Belpaese, avendo la consapevolezza che il problema è quello di garantire la coesistenza tra il vecchio ed il nuovo, cioè la sopravvivenza della olivicoltura tradizionale a fianco del necessario impianto di nuovi oliveti.

olio d'olivaServono indirizzi “di buona gestione” volti a tutelare e valorizzare la multifunzionalità del patrimonio olivicolo nazionale; ma soprattutto sono necessarie ed urgenti scelte legislative e di governo (a partire dalla definizione dell’impresa frantoio e delle figure professionali che la caratterizzano), il diffondersi di una informazione e una cultura gastronomica, che diano identità e valore al prodotto alimentare, all’olio estratto dalle olive made in Italy, che riconoscano la funzione essenziale e determinante della manifattura dei frantoi artigiani per garantire al consumatore e al mercato un prodotto sano, di origine certa, ottenuto da un processo di produzione trasparente. In poche parole l'olio artigianale.

Va attuato un costante, rigoroso e severo controllo sulle importazioni, sugli stoccaggi e sulle lavorazioni delle miscele di oli provenienti dagli altri paesi del mediterraneo e delle loro modalità di distribuzione e vendita, oltre a nuove misure penali per la lotta alle frodi.

Con il definitivo abbandono della coltura dell’olivo e la distruzione dei paesaggi dell’olivicoltura tradizionale si finirebbe col dare ragione a chi - per l’incertezza produttiva della coltura, i suoi costi, la sua scarsa redditività, la dissennata politica delle importazioni e della distribuzione - la considera “un paradosso” segnandone, prima o poi, il destino.
Le recenti polemiche, in Italia e sulla stampa americana, hanno portato in primo piano la necessità e l’urgenza di una pressa di posizione delle istituzioni di governo in difesa del vero olio italiano. Un’azione che non può esaurirsi in attività contingenti e per questo l’AIFO ha manifestato la propria disponibilità a concorrere con tutte le associazioni del settore a promuovere una azione congiunta per una significativa presenza all’EXPO 2015.

di Piero Gonnelli
pubblicato il 31 gennaio 2014 in Strettamente Tecnico > L'arca olearia

[6] COMMENTI

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MASTRODICASA ROBERTO

10:00 | 03 febbraio 2014

Ma parliamoci chiaro...quanto olio buono c'è in Italia? Molto poco.
Faccio parte di un panel di assaggio e quando veniamo chiamati a qualche concorso, la metà degli oli presentati non vengono neppure assaggiati talmente sono difettosi all'olfatto.
Per non parlare dell'ignoranza di molte persone che ancora pensano che l'olio ottenuto dai sistemi tradizionali (macine e presse) sia migliore!!! E io opero in Toscana dove si dice ci sia una buona qualità del prodotto...figuriamoci altrove. Meglio fare un esame di coscienza...e non sottovalutare oli provenienti da altri Paesi

Teatro Naturale Redazione

12:55 | 01 febbraio 2014

Ma l'olio italiano è famoso nel mondo per la storia, il gusto e la tradizione oppure in virtù della capacità dell'industria di creare blend appetibili e grazie alla sua abilitá commerciale? L'industria olearia italiana può fare aeno dell'olivicoltura nazionale? Parte del mondo oleario vuole la fine del mondo olivicolo italiano che viene considerata forza reazionaria, che limita eccessivamente il loro business. Comprare in Italia o altrove è uguale. Basta che l'olio sia di qualità per i loro standard. Ammettere che forse non si stia giocando nella stessa squadra è un primo passo per riformare il settore

bennato achille

11:28 | 01 febbraio 2014

non puoi paragone l'olio italiano apprezzato con il mondo con l'olio della tunisia o andalusia, e come mettere sullo stesso piano un paio di scarpe cinesi e le tood's...capisci..in italia quest'anno son stati prodotti 3.000.000 di quintali, stando all'articolo, ma se ne consumano sette milioni e se ne esportano 4 milioni, per cui non ci sarebbe nessun problema..ripeto nessun problema a pagare l'olio extravergine da € 3,50 a € 4 al Kg...il problema e che di italiano vogliono solo la sede di confezionamento.....l'industria deve capire che deve pagare quel prezzo al produttoire se vuole quantità e qualità, magari abbassando le intermediazioni che sono tantissime.........certo senza un aiuto vero e concreto ai produttori...non si può coltivare...senza un prezzo adeguato non si può raccogliere....

Pellegrino Elia

09:55 | 01 febbraio 2014

Grazie Presidente per l'accorato appello alle istituzioni ed alla Filiera tutta. Secondo me bisogna ripartire da un ri-compattamento del mondo agricolo in filiera con chi trasforma e chi imbottiglia. Se i numeri sono questi, e non vi è dubbio, SONO QUESTI grazie all'invio al Sian dei dati produttivi, il vero prodotto 100% Italiano deve trovare un'identità commerciale ben sopra i 70 centesimi di sovrapprezzo rispetto al prodotto estero sia sugli scaffali della GDO italiana che sui Mercati che contano.
Bisogna monitorare inoltre quanto prodotto Italian sounding viene imbottigliato in america e venduto per 100% italiano. Concorrenza sleale per abbattimento di costi ed assenza assoluta di controlli!
Noi di AIFO ci crediamo!
Elia Pellegrino

Teatro Naturale Redazione

08:13 | 01 febbraio 2014

....ma convincere l'industria a pagare di più?
Extra vergine (Andalusia) = 2,25 euro/kg
Extra vergine (Tunisia) = 2,35 euro/kg
Extra vergine (Italia) = 3,10 euro/kg
La differenza di prezzo è di 75-85 centesimi, contro una media di 40-50 centesimi. La risposta dell'industra non può essere che una: lo stiamo già pagando di più.

bennato achille

21:24 | 31 gennaio 2014

con quantità così basse..il prezzo del vero italiano non decolla perchè?, se poi il 40 % della produzione nazionale è lampante..perchè il prezzo non deocolla?..aiuti alle aziende si certezza del reddito pure....ma convincere l'industria a pagare di più? che ne pensate...

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