Salute
Alcune verdure potrebbero alimentare l’infiammazione intestinale a causa degli ossalati
Spinaci, mandorle e patate dolci sono alimenti generalmente considerati salutari, ma nelle persone affette da morbo di Crohn e colite ulcerosa gli ossalati che contengono potrebbero contribuire ad alimentare l’infiammazione
16 settembre 2026 | 16:00 | T N
Gli ossalati sono composti naturali presenti negli alimenti di origine vegetale e, in condizioni normali, rappresentano una componente fisiologica della dieta. Spinaci, mandorle, patate dolci e numerosi altri vegetali ne possono contenere quantità rilevanti. Nell'apparato digerente sano, gran parte dell'ossalato introdotto con gli alimenti attraversa l'intestino e viene eliminata con le feci.
Ma cosa accade quando l'intestino è interessato da una malattia infiammatoria cronica?
A questa domanda ha cercato di rispondere un gruppo di ricercatori dell'UNC School of Medicine, guidato dalla postdoctoral scholar Anna Salvador, PhD, RD, LDN, nel laboratorio di Shehzad Z. Sheikh, MD, PhD, professore di Medicina e Genetica. Lo studio, pubblicato il 13 agosto 2026 sulla rivista Cellular and Molecular Gastroenterology and Hepatology, ha analizzato persone affette da malattia infiammatoria intestinale, o IBD, confrontandole con soggetti sani.
I ricercatori hanno combinato analisi dell'espressione genica, misurazione degli ossalati nelle feci, valutazione delle abitudini alimentari, esperimenti su modelli murini e studi su cellule intestinali e immunitarie.
Il risultato più interessante è che il problema potrebbe non essere semplicemente quanto ossalato viene consumato, ma soprattutto quanto efficacemente l'intestino riesce a gestirlo.
Nell'IBD diminuiscono i trasportatori dell'ossalato
L'attenzione del gruppo di ricerca si è concentrata in particolare su alcune proteine coinvolte nel trasporto dell'ossalato attraverso la mucosa intestinale.
Nei tessuti intestinali di persone affette sia da colite ulcerosa sia da morbo di Crohn, i ricercatori hanno riscontrato livelli costantemente più bassi di due trasportatori, SLC26A2 e SLC26A3.
La riduzione non sembrava dipendere esclusivamente dalla presenza di un'infiammazione attiva. I livelli dei trasportatori risultavano infatti inferiori anche in tessuti non direttamente interessati dall'infiammazione. Inoltre, all'aumentare della gravità dell'infiammazione, diminuiva ulteriormente l'espressione di queste proteine.
Il quadro suggerisce quindi un possibile circolo vizioso. Un intestino caratterizzato da IBD potrebbe essere meno efficiente nella gestione dell'ossalato; di conseguenza, una maggiore quantità di questo composto rimarrebbe nell'ambiente intestinale, dove potrebbe a sua volta contribuire ad amplificare la risposta infiammatoria.
Non si tratta quindi semplicemente di un alimento che "fa male" a chi soffre di Crohn o colite ulcerosa. La questione riguarda piuttosto l'interazione tra componente alimentare, fisiologia della mucosa, predisposizione individuale e risposta immunitaria.
Nel morbo di Crohn più ossalato nelle feci
Uno dei risultati più significativi riguarda proprio il morbo di Crohn.
I pazienti con Crohn presentavano concentrazioni di ossalato nelle feci significativamente superiori rispetto ai soggetti sani. Il dato assume particolare rilevanza perché, secondo le analisi effettuate, i due gruppi consumavano quantità comparabili di alimenti vegetali.
Per ricostruire l'alimentazione dei partecipanti, gli studiosi hanno utilizzato due metodologie differenti. La prima era il Diet History Questionnaire III, un questionario validato per la valutazione delle abitudini alimentari. La seconda consisteva nel DNA metabarcoding, una tecnica molecolare che permette di identificare le specie vegetali rappresentate nei campioni fecali.
Secondo gli autori, si tratta della prima applicazione del DNA metabarcoding allo studio della dieta in una popolazione affetta da IBD.
La combinazione dei risultati porta a una conclusione importante: la maggiore presenza di ossalato nell'intestino dei pazienti con Crohn non sembra essere spiegata semplicemente dal consumo di una maggiore quantità di alimenti vegetali.
Potrebbe invece riflettere una alterata capacità dell'organismo di gestire e trasportare l'ossalato.
I topi confermano il possibile ruolo dell'ossalato
Gli esperimenti sugli animali hanno fornito ulteriori elementi a sostegno dell'ipotesi.
Nei topi sottoposti contemporaneamente a una dieta arricchita di ossalato e a un trattamento capace di indurre la colite, la probabilità di sopravvivenza è risultata del 60% inferiore rispetto agli animali che non ricevevano l'integrazione di ossalato.
Il composto ha inoltre aggravato la malattia in due distinti modelli murini geneticamente predisposti allo sviluppo spontaneo della colite. Negli animali alimentati con ossalato, la patologia compariva più rapidamente e raggiungeva una maggiore gravità.
Un particolare è risultato particolarmente interessante: nei topi predisposti alla malattia, l'espressione dei geni coinvolti nel trasporto dell'ossalato era già ridotta prima dell'esposizione a una dieta arricchita di ossalato.
Il fenomeno riproduce quindi il modello osservato nei pazienti umani e rafforza l'ipotesi secondo cui un difetto nel sistema di gestione dell'ossalato possa precedere o accompagnare la maggiore vulnerabilità all'infiammazione.
L'ossalato stimola anche le cellule immunitarie
Gli esperimenti condotti in coltura cellulare hanno aggiunto un ulteriore tassello.
L'esposizione all'ossalato ha intensificato le risposte infiammatorie di macrofagi e cellule dendritiche, due popolazioni cellulari fondamentali per il funzionamento del sistema immunitario intestinale.
Il dato è importante perché sposta l'attenzione dall'ossalato come semplice "residuo" presente nel lume intestinale alla possibilità che esso possa interagire direttamente con componenti della risposta immunitaria.
In altre parole, in determinate condizioni l'ossalato potrebbe non essere soltanto un indicatore di un'alterata fisiologia intestinale, ma diventare uno dei fattori capaci di contribuire al mantenimento dell'infiammazione.
Un possibile indicatore della gravità del Crohn
La ricerca ha esplorato anche una possibile applicazione clinica.
In un'analisi esplorativa, una bassa espressione di SLC26A6, un altro trasportatore coinvolto nella gestione dell'ossalato, è risultata associata alla forma stenosante del morbo di Crohn.
Si tratta di una manifestazione più aggressiva della malattia, caratterizzata dalla formazione di tessuto cicatriziale e dal restringimento del lume intestinale.
Tra i pazienti con bassa espressione di SLC26A6, quasi il 75% presentava una malattia di tipo stenosante.
Il risultato è ancora preliminare e non consente di utilizzare SLC26A6 come biomarcatore clinico. Tuttavia, apre una prospettiva interessante: in futuro, l'attività dei trasportatori dell'ossalato potrebbe contribuire a identificare i pazienti maggiormente esposti al rischio di sviluppare forme più severe di IBD.
Il microbiota potrebbe diventare parte della soluzione
La ricerca non si limita però a mettere sotto osservazione gli alimenti ricchi di ossalato. Un'altra possibile chiave terapeutica potrebbe trovarsi nel microbiota intestinale.
Alcuni batteri sono infatti specializzati nella degradazione dell'ossalato. Tra questi figura Oxalobacter formigenes, microrganismo capace di utilizzare l'ossalato nel proprio metabolismo.
Secondo i ricercatori, questi batteri risultano meno abbondanti nelle persone affette da IBD. Una loro riduzione potrebbe quindi contribuire alla maggiore permanenza dell'ossalato nell'intestino.
Questa osservazione apre una linea di ricerca diversa dalla semplice restrizione dietetica: anziché limitarsi a ridurre l'apporto di ossalato con l'alimentazione, si potrebbe cercare di aumentare la capacità del microbiota di degradarlo.
In prospettiva, interventi mirati sul microbioma potrebbero quindi rappresentare una strategia complementare per modificare l'esposizione intestinale all'ossalato.
Non significa eliminare spinaci e alimenti vegetali
Il messaggio dello studio, sottolineano gli autori, non è che le persone con Crohn o colite ulcerosa debbano eliminare gli alimenti vegetali dalla propria dieta.
Una simile interpretazione sarebbe infatti eccessivamente semplicistica. Gli alimenti vegetali costituiscono una fonte fondamentale di fibre, vitamine, minerali, polifenoli e altri composti bioattivi e possono essere inseriti anche in regimi alimentari destinati a persone con IBD, secondo la tolleranza individuale e le indicazioni cliniche.
La ricerca suggerisce piuttosto che la risposta all'ossalato potrebbe essere fortemente individuale.
Per alcuni pazienti, una determinata quantità di ossalato potrebbe essere gestita senza particolari conseguenze; in altri, soprattutto in presenza di alterazioni dei sistemi di trasporto o del microbiota, lo stesso carico alimentare potrebbe avere effetti differenti.
Questo potrebbe spiegare anche perché gli studi epidemiologici sull'alimentazione e le IBD abbiano talvolta prodotto risultati difficili da interpretare: non conta soltanto ciò che una persona mangia, ma anche il modo in cui il suo intestino e il suo microbiota interagiscono con ciò che mangia.
Una nuova prospettiva sulla nutrizione personalizzata
Il valore dello studio sta quindi soprattutto nel proporre un nuovo modello interpretativo.
La dieta non sarebbe soltanto un insieme di nutrienti da classificare come favorevoli o sfavorevoli. Alcune molecole alimentari potrebbero diventare rilevanti in funzione delle caratteristiche biologiche del singolo individuo.
Nel caso dell'ossalato entrano in gioco almeno tre livelli: la quantità introdotta con gli alimenti, la capacità della mucosa intestinale di trasportarlo e il contributo dei microrganismi intestinali alla sua degradazione.
Questa interazione potrebbe rappresentare un modello per una futura nutrizione di precisione nell'IBD, nella quale le raccomandazioni dietetiche vengano adattate non soltanto alla fase della malattia, ma anche al profilo molecolare e microbiologico del paziente.
Servono studi più ampi prima di cambiare le raccomandazioni
I risultati sono promettenti, ma non sono ancora sufficienti per modificare le linee guida alimentari per Crohn e colite ulcerosa.
Saranno necessari studi condotti su popolazioni più ampie e seguite nel tempo, nei quali vengano integrati dati sul consumo alimentare, concentrazioni di ossalato nelle feci, espressione dei trasportatori intestinali, composizione del microbiota e andamento clinico della malattia.
Sarà inoltre necessario chiarire il rapporto di causa-effetto. La riduzione dei trasportatori dell'ossalato favorisce l'infiammazione oppure è, almeno in parte, una conseguenza della malattia? E quale ruolo svolge esattamente il microbiota nel determinare la quantità di ossalato che rimane disponibile nell'intestino?
Sono domande ancora aperte.
Ma la ricerca dell'UNC School of Medicine aggiunge un elemento significativo al crescente interesse verso il rapporto tra dieta, microbiota e immunità intestinale. E suggerisce che, per alcune persone con IBD, anche una molecola naturale presente in alimenti considerati salutari potrebbe assumere un significato completamente diverso quando incontra un intestino geneticamente e fisiologicamente predisposto all'infiammazione.
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