Salute
Diabete di tipo 1, mangiare in una finestra di 8 ore può migliorare la glicemia
Uno studio dell’Università dell’Illinois Chicago suggerisce che restringere la finestra dei pasti potrebbe favorire il controllo della glicemia anche negli adulti con diabete di tipo 1. Dopo sei mesi, l’emoglobina glicata si è ridotta di circa 0,5%
15 settembre 2026 | 15:00 | C. S.
Una finestra alimentare di sole otto ore potrebbe aiutare alcune persone adulte con diabete di tipo 1 a migliorare il controllo della glicemia. È quanto emerge da uno studio dell’University of Illinois Chicago (UIC), condotto da Krista Varady, docente di chinesiologia e nutrizione e ricercatrice da anni nel campo del digiuno intermittente.
Si tratta, secondo gli autori, del primo studio clinico a esaminare in modo specifico gli effetti della restrizione temporale dell'alimentazione nelle persone con diabete di tipo 1. I risultati sono incoraggianti, ma ancora preliminari.
Come funziona la restrizione temporale dell'alimentazione
Il time-restricted eating, o alimentazione a tempo limitato, non impone necessariamente di ridurre le calorie. L'attenzione viene invece concentrata sull'intervallo della giornata durante il quale è consentito mangiare, lasciando le restanti ore al digiuno.
Nel nuovo studio i ricercatori hanno coinvolto 32 adulti dell'area di Chicago affetti da diabete di tipo 1 e classificati come obesi sulla base dell'indice di massa corporea. I partecipanti sono stati assegnati casualmente a tre gruppi e seguiti per sei mesi.
Il primo gruppo ha adottato una finestra alimentare compresa tra mezzogiorno e le 20, senza dover contare le calorie. Il secondo gruppo ha invece seguito una dieta con una riduzione dell'apporto calorico del 25%. Il terzo gruppo, utilizzato come controllo, non ha modificato le proprie abitudini alimentari.
L'emoglobina glicata scende di circa mezzo punto
Al termine dei sei mesi, il gruppo che aveva seguito la finestra alimentare di otto ore ha mostrato un miglioramento del controllo glicemico superiore a quello osservato nel gruppo sottoposto alla restrizione calorica.
In particolare, l'emoglobina glicata, o HbA1c, è diminuita mediamente di circa 0,5 punti percentuali. Questo parametro fornisce una stima della glicemia media degli ultimi mesi ed è uno degli indicatori più utilizzati per valutare il controllo del diabete.
Il dato è interessante perché suggerisce che, almeno in questa popolazione, modificare quando si mangia potrebbe avere effetti metabolici rilevanti anche senza imporre un conteggio delle calorie.
Nessun aumento degli eventi glicemici pericolosi
Uno degli aspetti più importanti dello studio riguarda però la sicurezza. Nei partecipanti che hanno seguito la finestra alimentare di otto ore non è stato osservato un aumento del rischio di episodi di ipoglicemia o iperglicemia pericolosa.
I ricercatori non hanno inoltre rilevato un incremento del rischio di chetoacidosi diabetica, una complicanza potenzialmente grave che può verificarsi quando nell'organismo non è disponibile una quantità sufficiente di insulina e il metabolismo si sposta verso una marcata produzione di corpi chetonici.
Questo risultato è particolarmente significativo nel diabete di tipo 1, nel quale il pancreas produce poca o nessuna insulina e la terapia insulinica rimane indispensabile per controllare la glicemia.
Perché servono ancora studi più grandi
Nonostante i risultati positivi, la ricerca non dimostra ancora che il digiuno intermittente sia una strategia adatta alle persone con diabete di tipo 1 in generale. Il campione era infatti molto piccolo, composto da appena 32 partecipanti, e la popolazione studiata presentava caratteristiche specifiche, tra cui l'obesità.
Lo studio rappresenta quindi soprattutto una prima verifica della possibilità di utilizzare la restrizione temporale dell'alimentazione in questo particolare contesto clinico.
Varady sottolinea che chi soffre di diabete, e in particolare di diabete di tipo 1, non dovrebbe modificare autonomamente le proprie abitudini alimentari sulla base di questi risultati. Qualunque cambiamento nella distribuzione dei pasti deve essere valutato insieme al diabetologo o all'endocrinologo, anche perché variazioni nei tempi e nella quantità dei pasti possono richiedere un'attenta gestione della terapia insulinica.
Il prossimo passo: studi multicentrici
La prossima fase della ricerca sarà verificare se gli stessi risultati possano essere replicati su un numero maggiore di persone e in differenti centri di ricerca.
Studi più ampi saranno necessari per capire quanto sia generalizzabile la riduzione dell'HbA1c osservata, quali pazienti possano trarre maggiore beneficio dall'alimentazione a tempo limitato e, soprattutto, quale sia il profilo di sicurezza nel lungo periodo.
Per ora, dunque, la finestra alimentare di otto ore rappresenta una possibile nuova strategia da studiare, non una nuova terapia per il diabete di tipo 1.
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