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L’olio d’oliva spagnolo perde colpi in patria

L’olio d’oliva spagnolo perde colpi in patria

In cinque mesi crollo del 10,5% nelle vendite spagnole di olio di oliva. Il dato più drammatico riguarda l’extravergine, che arretra del 16,2%. Un segnale che il settore non può più ignorare

29 giugno 2026 | 09:00 | C. S.

Mentre l’intero comparto oleicolo tiene gli occhi puntati sugli oliveti per valutare l’andamento della prossima campagna, o discute animatamente sulle importazioni dal Nord Africa e sui possibili effetti delle forniture tunisine, un dato silenzioso ma implacabile arriva dritto dal mercato interno. È un pugno nello stomaco che, a detta degli operatori più attenti, dovrebbe finalmente aprire gli occhi su una crisi strutturale che nessuno sembra voler affrontare con la dovuta serietà.

A lanciare l’allarme è Olimerca, che già in precedenza aveva segnalato la preoccupante frenata dei consumi nazionali in tutte le categorie di olio d’oliva. Le ultime rilevazioni, elaborate direttamente dal comparto confezionatori e raffinatori, disegnano uno scenario a dir poco allarmante: nel periodo compreso tra gennaio e maggio di quest’anno, le vendite sono precipitate del 10,52% rispetto allo stesso intervallo del 2025, con un arretramento che, forse ancora più inquietante, si manifesta in modo trasversale su tutte le tipologie di prodotto.

La flessione più vistosa riguarda l’olio extravergine d’oliva, che ha visto le proprie uscite crollare da 62.600 a poco più di 52.000 tonnellate, con un calo secco del 16,2%. Un tracollo che non ha eguali nemmeno nell’olio d’oliva intenso, sceso da 13.300 a 11.300 tonnellate, facendo segnare un meno 15,53%. Meglio, ma solo in termini relativi, si difende l’olio d’oliva virgine, che registra una contrazione marginale dello 0,29%, mentre l’olio d’oliva dolce arretra del 3,53%. Il risultato complessivo è che in soli cinque mesi si è passati da oltre 130.000 tonnellate di olio confezionato immesso sul mercato a poco più di 116.400 tonnellate: una perdita secca di quasi 14.000 tonnellate, che equivale a un buco di mercato di dimensioni ragguardevoli.

Di fronte a questi numeri, il settore non può più rifugiarsi nella consueta narrazione delle annate difficili o delle oscillazioni congiunturali. Il problema è più profondo e riguarda il rapporto ormai incrinato tra l’olio d’oliva spagnolo e il suo stesso consumatore. Eppure, la soluzione non passa necessariamente – come molti superficialmente sostengono – attraverso un semplice ribasso dei prezzi al banco. Ridurre i listini potrebbe anzi rivelarsi una strategia miope, capace di svilire l’immagine di un prodotto che per secoli ha rappresentato un pilastro della dieta mediterranea e dell’identità culturale spagnola.

Ciò che appare sempre più urgente, invece, è un rilancio deciso delle azioni promozionali sul mercato interno, da realizzarsi possibilmente con il coordinamento dell’Interprofessionale o di altre organizzazioni dotate di effettiva capacità di penetrazione nazionale. Per anni il comparto ha investito ingenti risorse per conquistare mercati esteri, dall’Asia agli Stati Uniti, trascurando paradossalmente il proprio giardino di casa. Il risultato è che oggi il consumatore spagnolo, bombardato da messaggi pubblicitari generici e da un’offerta sempre più omologata, fatica a riconoscere il valore aggiunto di un extravergine di qualità rispetto a un olio più economico o a un semplice seme.

E su questo fronte, la grande distribuzione organizzata gioca un ruolo tutt’altro che secondario. Da anni, ormai, i volantini promozionali dei principali supermercati propongono sistematicamente le stesse quattro o cinque etichette, ignorando la straordinaria ricchezza e varietà di un patrimonio oleicolo che in Spagna conta decine di varietà autoctone, denominazioni di origine e storie aziendali uniche. Questa appiattimento dell’offerta, denuncia Olimerca, non solo penalizza le piccole e medie realtà produttive, ma finisce per impoverire la cultura del consumatore, che non viene più educato alla diversità dei gusti, degli aromi e delle intensità che l’olio d’oliva sa esprimere.

Recuperare la fiducia del pubblico significa dunque ripensare l’intera filiera comunicativa, restituendo all’olio d’oliva il suo ruolo di alimento nobile e identitario, e non di mera commodity da esposizione. Significa investire in campagne di educazione alimentare, degustazioni guidate, storytelling dei territori e collaborazioni con il mondo della ristorazione. Significa, infine, pretendere dagli scaffali della grande distribuzione una rappresentazione più fedele e plurale del meglio che l’olivicoltura spagnola sa offrire.

Il campanello d’allarme è suonato forte e chiaro. Ora spetta agli operatori del settore – produttori, confezionatori, distributori e istituzioni – trasformare questo allarme in un’occasione per rigenerare il legame profondo che per secoli ha unito gli spagnoli al loro olio. Prima che sia troppo tardi.

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