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I SOSPIRI DI UNA TERRA. NON DIMENTICHIAMO L'AFRICA, VITTIMA DEL SILENZIO E DELL'ABBANDONO

Il dramma di un continente in un lucido affresco di Ada Fichera. Tra indifferenza e isolamento, la povertà, la fame e l’Aids seguitano a provocare migliaia di vittime. Un piccolo mondo antico costituito da tante minuscole comunità agricole cerca un proprio spazio

28 maggio 2005 | Ada Fichera

Vittime del silenzio, protagonisti in ombra di un’emergenza muta, che non dà segni della sua drammaticità, che non si manifesta, se non di rado, attraverso le immagini trasmesse in modo saltuario da un documentario o da un programma-tv. Sono le vittime delle malattie e della fame nelle aree territoriali più povere del mondo, sono quelle che non hanno accesso ai farmaci perché questi non vengono prodotti o distribuiti, sono quelle che non hanno acqua e cibo per sopravvivere.
Le trasmissioni televisive, così come il resto dei mass-media, solo qualche volta, si ricordano che il mondo non finisce ai confini delle zone industrializzate, ben incorniciate da palazzi e grattacieli, “illuminate” dai fumi di una fabbrica, animate dai clacson di coloro che corrono da un luogo ad un altro inseguendo appuntamenti di lavoro e che concludono le loro giornate, stanchi e un po’ annoiati, davanti ad una televisione o nel locale più alla moda del momento.

Il Presidente Ciampi saluta Willie Stephen Wabara, Presidente di turno dell'Organizzazione dell'Unità Africana

L’Africa è un continente che lotta ogni giorno non solo con la fame e le esigenze primarie connesse, ma anche di una serie di infezioni, spesso sostenute e veicolate da insetti e simili.
Le più diffuse sono la filaria linfatica, la tripanosmiasi, l’oncocercosi, ed ancora ulcera di Buruli, parassitosi intestinale, lebbra e malaria.
Sono malattie poco conosciute in Europa ed in generale in Occidente, patologie superate e dimenticate, ma di certo non sconosciute da chi vive in questo tipo di realtà e per chi ne muore.
Il quadro che si presenta, agli occhi di chi scruta dati e stime riguardanti l’Africa di recente, è davvero triste.
In un convegno, svoltosi il 7 maggio scorso a Padova, l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) e il “Cuamm-Medici con l’Africa” (organizzazione non governativa che da oltre cinquant’anni opera per la tutela e la promozione sanitaria delle popolazioni africane) hanno preso in esame le ultime statistiche provenienti dal continente africano.
Le cifre, pubblicate lo scorso 8 maggio dal quotidiano “Avvenire”, parlano chiaro e, purtroppo, costruiscono un puzzle sempre più pietoso.
In molti dei Paesi dell’Africa sub-sahariana ci sono 10 mila abitanti per ogni medico (si pensi che, negli Stati Uniti per 10 mila persone, ci sono in media 55 medici); 900 sono i casi di poliomielite registrati nel 2004 solo in Nigeria ed in Sudan ed è vana la speranza dell’Oms di debellarla quest’anno; 200 mila africani sono colpiti dalla febbre gialla, di questi 30 mila ogni anno muoiono, tradotto in percentuale vuol dire che in Africa si registrano il 95 % dei casi mondiali; 100 mila sono i casi di colera registrati nel 2003 dal Senegal e dal Mozambico; 300 mila bambini muoiono ogni anno di una malattia curabile come il morbillo, eppure esiste un vaccino; 32 dollari pro-capite è la spesa media annua per la salute nell’africa sub-sahariana (contro i 3.039 nei paesi “ricchi”).
Grave la “denuncia” avanzata in proposito da Nevio Zagaria, coordinatore delle strategie per l’eradicazione delle malattie infettive dell’Oms, e da Valerio Mecenero, responsabile dell’Ufficio progetti del Cuamm; che ha evidenziato che, da un lato, i pazienti di alcune patologie sono presenti solo in Paesi poveri, che quindi non rappresentano un investimento redditizio per l’industria, da un altro lato, per altre malattie invece le cure esistono, ma mancano sia le risorse per fornire i farmaci alla popolazione, sia le strutture sanitarie che costituiscano la rete indispensabile per sostenere le cure.
Ambedue hanno sottolineato l’impegno che le loro organizzazioni stanno portando avanti per costruire un approccio di sanità pubblica e collegarlo ad una metodologia di intervento.
Altro enorme problema cui far fronte, in Africa, è l’Aids, soprattutto in Uganda, dove ha causato, nel 2001, il 56 % delle morti.
Le ultime statistiche della Fao mostrano che oltre la metà delle persone affette da Hiv-Aids vivono nelle aree rurali, dove le famiglie colpite incontrano grosse difficoltà nel produrre il cibo necessario per sopravvivere.
Un tempo era un problema in buona parte urbano, ma oggi, nei paesi in via di sviluppo, l’Aids si è diffuso nelle aree rurali, devastando migliaia di comunità agricole e lasciando i superstiti impoveriti in una situazione che mette a repentaglio la loro capacità di nutrirsi a sufficienza.
La malattia non è più soltanto un problema sanitario, ma ha effetti rilevanti sulla produzione di cibo, sulla sicurezza alimentare delle famiglie e sulla capacità della popolazione rurale di procurarsi i mezzi di sussistenza.
Gli ultimi dati statistici pubblicati dal “Programma congiunto delle Nazioni Unite sull’Hiv-Aids” (UNAIDS) confermano che, nell’Africa subsahariana, la regione più gravemente colpita, sono grandi le dimensioni dell’impatto dell’epidemia nelle campagne.
L’UNAIDS calcola che oltre la metà dei 28 milioni di persone affette da Hiv-Aids nell’Africa subsahariana vive nelle aree rurali. Per arrivare a queste cifre, gli epidemiologi dell’UNAIDS partono dai dati ricavati da test eseguiti su campioni di sangue delle donne incinte che frequentano le cliniche per l’assistenza prenatale. Quindi li utilizzano per estrapolare i livelli dell’infezione in aree più vaste.
Risultanze recenti segnalano due dei paesi più duramente colpiti: lo Zimbabwe e lo Swaziland.
Nello Zimbabwe, l’inchiesta del 2000 sulla diffusione della malattia ha mostrato che il 31,4 % delle donne incinte residenti nelle aree rurali erano Hiv-positive. Nel caso delle donne che hanno dichiarato di risiedere in una “fattoria”, questo livello sale al 43,7 per cento. Queste cifre significano che, nelle zone rurali dello Zimbabwe, le persone colpite da Hiv-Aids sono oltre un milione.
Nello Swaziland, l’inchiesta di monitoraggio del 2000 ha mostrato che il 25 % delle donne che hanno indicato la loro occupazione come “agricoltura di sussistenza” erano Hiv-positive. Le cifre globali relative alle donne incinte nelle aree rurali danno un tasso di contagio del 32,7 %.
Cifre del genere significano che in questo piccolo paese dell’Africa meridionale, la cui popolazione conta 938.000 persone, quelle colpite dal virus sono più di 100.000.
Rapporti recenti provenienti da altri paesi africani mostrano uno schema analogo: l’infezione dilaga nelle campagne.
L’autore dello studio, Narathius Asingwire, dell’Università Makerere di Kampala, dice che, ad esempio in Uganda, la morte di un numero così grande di agricoltori nel fiore degli anni ha conseguenze di vasta portata per il paese, perché l’agricoltura rappresenta l’85 per cento dei proventi delle esportazioni e l’80 per cento dell’occupazione. Inoltre, l’85 per cento dei 22 milioni di ugandesi vive nelle aree rurali e dipende principalmente dall’agricoltura.
In conclusione, già da questi dati si comprende come è impossibile affrontare l’epidemia di Hiv-Aids e tutte le emergenze senza fare qualcosa per migliorare le condizioni di vita nelle campagne, per migliorare le modalità attraverso le quali la gente si procura da vivere, o attraverso le quali riesce, o non riesce, a mangiare abbastanza, per esaminare quali strategie adotta per sopravvivere.
Dal 2002, infatti, la Fao sta lavorando a dei progetti-pilota che sperimenteranno tecniche risparmiatrici di lavoro e forme di produzione agricola a bassi livelli di input nelle comunità africane e asiatiche duramente colpite dall'epidemia.
Tra le altre priorità del programma Fao per l’Hiv-Aids figurano la creazione di istituzioni che aiutino le comunità rurali, il miglioramento della dieta e interventi miranti ad affrontare il problema delle diseguaglianze di genere nell’accesso alle risorse produttive, specialmente la terra, e ad aiutare le comunità decimate a trovare il modo di trasferire le loro conoscenze agricole alle giovani generazioni.
È una goccia nell’oceano dell’indifferenza, ma meglio di niente. Forse però se ci fermassimo anche solo a riflettere su questi pochi dati, si potrebbe almeno pensare ed affermare che queste nazioni non sono “dimenticate”.

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