Italia

Crisi di mercato e futuro del vino. Si parte dal Brunello

Dopo gli scandali che ne hanno sconvolto l’immagine, molti sono gli interrogativi sul futuro che si pongono i produttori, i tecnici e i consumatori. Quale è la giusta via da seguire per risolvere la crisi? Franco Ziliani e Ezio Rivella sul ring

04 ottobre 2008 | Duccio Morozzo della Rocca

È la metà di giugno quando il giornalista Ziliani lancia la sfida all’enologo Rivella per un confronto dopo gli scandali di febbraio sul Brunello di Montalcino.
Ritorno al rigore classico del disciplinare o un nuovo abito cucito sul gusto internazionale?

Passano pochi mesi e Vinarius, l’associazione di enoteche italiane, organizza l’evento che ha avuto luogo ieri presso l’Università degli studi di Siena: la vis polemica di Ziliani e le provocazioni di Rivella disegnano due posizioni lontane, due mondi differenti che il professor Cutolo, nel suo ruolo di moderatore, ha cercato di portare verso una sintesi costruttiva.

“Molti produttori di Montalcino si stanno giocando l’identità del loro prodotto. Io ho dato un piccolo contributo per far emergere l’evidenza: sono in molti ad impugnare la purezza del sangiovese per poi fare altro in cantina. Erano anni che queste cose stavano sotto gli occhi di tutti.”
Con queste parole Ziliani entra subito nel merito della discussione: rispettare l’identità storica del Brunello o rivedere la sua identità?
“In questi mesi -continua Ziliani- ci sono stati troppi silenzi da parte dei produttori di Montepulciano e di molti giornali come se queste cose non li riguardassero.”

La replica con cui Rivella si inserisce nella discussione non tradisce le attese:
“Spesso c’è una presunzione eccessiva da parte dei produttori italiani: il primo requisito del vino a denominazione è che deve essere buono, di qualità.

A Montalcino si è costruita questa immagine, un capitale enorme, che è stato dilapidato da questa inchiesta. Tutto questo poteva essere evitato adottando un sistema di disciplinare più elastico. Il sangiovese e il territorio sono importanti ma sono i produttori a renderlo grande.”
Non dobbiamo aspettare molto e arriva la prima grande provocazione di Rivella:
“ Il Brunello che ha conquistato il mondo non è quello di cui parla Ziliani: è l’Altro. Rimbocchiamoci le maniche, per il passato giudicheranno i tribunali. Per il futuro bisogna impostare un disciplinare elastico perché un sistema produttivo troppo complicato non è rispettabile dai produttori e non è comprensibile dai consumatori.”

La soluzione di Rivella per il futuro del Brunello è quella di modificare il disciplinare, dunque, per dare ai produttori la possibilità di scegliere se vinificare il sangiovese in purezza oppure utilizzare fino al 15% di un altro vitigno. Il sangiovese è, secondo Rivella, un ottimo telaio che va rifinito e completato perché spesso magro e con poco colore.

Interviene a questo punto nella discussione Teobaldo Cappellano, il produttore di Barolo che accompagna Ziliani, che osserva come “qualità”, una probabile provocazione rivelliana, sia un termine che poco si accosta alla descrizione di un vino: “Io posso essere buono per chi mi conosce, ma se fossi buono per tutti, vorrebbe dire che sono senza storia e personalità, dunque incapace di suscitare interesse ed emozioni. “
“Se il Brunello avesse avuto bisogno di tagli- conclude Cappellano- sarebbe stato scritto sul disciplinare. Perché il vino va fatto in vigna non in cantina. Sembra si voglia perdere il carattere dell’enologia professionale artigianale a discapito di una enologia industriale. Se si vuole fare un altro prodotto, perché non chiamarlo con un altro nome?”

Rivella replica lanciando una nuova provocazione domandando sarcasticamente quale sia il vero Brunello, se quello che la parte di Ziliani chiama taroccato o, invece, quello puro.
“Con la crisi delle vendite la qualità è destinata a scemare -conclude Rivella- e il Brunello diventerà un vino banale, tipo il Morellino di Scansano: non esistono così grandi cru a Montalcino.”

Ziliani prende la parola ponendo la questione delle responsabilità di questo scandalo.
“La causa di tutto questo -dice Ziliani- sono stati quei produttori che non hanno rispettato le regole del gioco. La partita del Brunello si gioca secondo le regole del disciplinare scelte dai produttori: i problemi li hanno creati i furbetti delle vigne e delle cantine. Chi lo ha fatto nel 2003 l’avrà probabilmente fatto anche prima. E dopo. Non è giusto cambiare il disciplinare per mandare in prescrizione il reato.”

Secondo l’enologo Fiore, che accompagna Rivella, il problema delle denominazioni è che fanno acqua da tutte le parti perché create negli anni Sessanta con disciplinari non più adeguati, opinabili perché si credeva all’epoca di essere arrivati all’apice della viticoltura e dell’enologia.
Il vitigno -conclude- è importante ma non ne dobbiamo fare un altare intoccabile.

Mentre Cappellano insiste sulla denominazione come difesa di un territorio, Rivella sostiene l’importanza della gente che opera in un territorio e ne plasma le forme.
“Bisogna essere pragmatici -dice Rivella- facciamo vini in grado di competere sul mercato internazionale.”

“Sul mercato internazionale -risponde Ziliani- i vini italiani devono competere non imitando la Francia o gli Stati Uniti: dobbiamo fare prodotti unici non standard.

Perché proporre un Brunello che è meno Brunello?”
L’atmosfera dell’aula si fa sempre più calda, con Rivella che accende con i suoi modi e le sue provocazioni gli animi dei presenti che intanto partecipano attivamente con interventi mirati e puntuali.
Ziliani, con il supporto di Cappellano, mantiene salda la sua posizione sostenendo che non ha senso cambiare la fisionomia del Brunello dato che il 15% di un altro uvaggio può alterare profondamente l’anima di questo vino.
Rivella e Fiore invece rilanciano la sfida mettendola sul piano commerciale, proponendo di far scegliere al consumatore quale Brunello acquistare, una volta permesso nel disciplinare il taglio del sangiovese. Il problema di fondo, sostengono, è che è troppo facile uscire dal disciplinare di produzione:

“Cerchiamo di valutare insieme un metodo che consenta di lavorare più tranquillamente, senza stravolgere il Brunello ma dando la possibilità di conferire una maggiore identità propria ad ogni azienda. Al consumatore -dice Rivella- non gliene frega niente se è sangiovese in purezza oppure no.”

L’incontro si avvia verso la sua conclusione ma c’è ancora spazio per alcune riflessioni:
“Se si apre la breccia con il Brunello –si chiede Ziliani– siamo sicuri che poi il prossimo passo non sia di snaturare anche il Barolo? In questo modo volete la morte del vino. Uccidendo il Brunello piano piano tenterete di uccidere tutti gli altri grandi vini italiani.”

C’è confusione in aula, Rivella tiene banco sotto il fuoco e le animate osservazioni del pubblico, per la maggioranza vicino alle opinioni di Ziliani, che apre continue nuove finestre sul problema.

Interviene Cutolo, il moderatore, che deve interrompere per problemi di tempo un incontro che avrebbe ancora molto da dire.
“Come nella musica –chiude Cutolo- andare troppo nella direzione del commerciale con un pezzo orecchiabile e di pronto effetto può essere rischioso. Incontrare il gusto del numero più alto di consumatori può essere sinonimo, a volte, di un appiattimento che alla fine, specialmente nel lungo periodo, non sempre paga.”

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