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Oltre il gusto: l'olio extravergine d'oliva è coesione sociale

Oltre il gusto: l'olio extravergine d'oliva è coesione sociale

In un mercato globale dove la sostenibilità viene spesso ridotta ai soli indicatori ambientali o economici, la ricerca Unicusano capovolge la prospettiva: l’olio non è solo un'eccellenza economica, ma un presidio per i lavoratori, le comunità e il paesaggio italiano

17 giugno 2026 | 11:00 | C. S.

Non è solo una questione di mercato o di tradizione alimentare. L’olio extravergine di oliva si conferma un fattore strategico di coesione sociale e sviluppo sostenibile in Italia. A sostenerlo è una ricerca dell’Università Niccolò Cusano (Unicusano) di Roma, pubblicata sulla rivista scientifica internazionale “The International Journal of Life Cycle Assessment”, che ha analizzato il comparto olivicolo con un approccio innovativo basato sulla Social Life Cycle Assessment (S-Lca).

Lo studio, condotto dal team dell’area merceologica composto dalle professoresse Gabriella Arcese e Maria Giovina Pasca, dalla dottoressa Giulia Padovani e dal dottor Dario Barberini, dimostra che l’impatto della filiera va ben oltre il valore economico, coinvolgendo il benessere dei lavoratori, la vitalità delle comunità locali, la qualità delle relazioni lungo la catena produttiva e il livello di trasparenza verso i consumatori.

La sostenibilità non può essere solo ambientale

In un mercato globale dove la sostenibilità viene spesso ridotta ai soli indicatori ambientali o economici, la ricerca Unicusano capovolge la prospettiva: la produzione alimentare è, innanzitutto, un fenomeno sociale.

“La dimensione ambientale è essenziale, ma senza quella sociale la sostenibilità resta parziale – spiega Dario Barberini – solo integrando ambiente, persone e comunità possiamo parlare di vero sviluppo sostenibile”.

Attraverso il framework metodologico Unep (2020) e lo standard Iso 14075:2024, lo studio ha analizzato quattro macro-aree cruciali:

  • il benessere dei lavoratori,

  • i benefici per la comunità locale,

  • le relazioni con gli attori della filiera,

  • la trasparenza verso i consumatori.

Numeri da primato, ma con criticità

Secondo i dati Ismea 2024, il settore conta oltre 619.000 imprese e più di 4.200 frantoi, generando un fatturato complessivo di 5,8 miliardi di euro e un export che supera i 3 miliardi di euro. L’Italia è il secondo esportatore mondiale di olio d’oliva e detiene il 20% del commercio globale.

Tuttavia, il comparto resta esposto a criticità legate alla stagionalità e ai rischi sul lavoro. I dati Inail del settore agricolo 2024 registrano oltre 26.000 denunce di infortunio e un aumento significativo delle malattie professionali.

Buone pratiche: il caso del Frantoio Franci

Esistono però esempi virtuosi. Il Frantoio Franci, in Maremma, dimostra che politiche aziendali formalizzate – come l’aggiornamento costante dei Documenti di Valutazione dei Rischi (Dvr) e programmi di formazione stagionale – portano a un tasso di infortuni prossimo allo zero.

“La qualità dell’olio è strettamente legata alla tutela delle persone e del territorio in cui nasce”, sottolineano i ricercatori.

Un presidio contro lo spopolamento

Il legame tra produzione e governance locale si traduce in benefici concreti per le comunità: occupazione locale, acquisti a chilometro zero da fornitori del territorio, manutenzione del paesaggio agrario e sviluppo dell’oleoturismo, sempre più rilevante nel contrastare l’abbandono delle aree rurali.

In Italia, il territorio olivicolo si estende su oltre 1,14 milioni di ettari coltivati, di cui il 24% biologico. Un patrimonio che rappresenta un presidio fondamentale contro lo spopolamento delle aree interne. A sostenere il radicamento territoriale contribuiscono anche le certificazioni Dop e Igp: 42 denominazioni Dop e 8 Igp, con una produzione certificata che nel 2024 ha raggiunto le 16.190 tonnellate (in crescita del +31,1% sull’anno precedente), per un valore al consumo di 258 milioni di euro.

Uno strumento rivoluzionario per imprese e consumatori

La S-Lca si propone come uno strumento innovativo anche per le imprese, capace di valorizzare una filiera socialmente sostenibile con benefici per tutti gli attori della catena del valore:

  • per gli olivicoltori locali: contratti stabili, pagamenti puntuali e trasferimento di competenze;

  • per la grande distribuzione: totale tracciabilità, conformità ai criteri Esg (environmental, social, and corporate governance) e azzeramento dei rischi reputazionali legati al lavoro irregolare;

  • per i consumatori: la certezza di acquistare un prodotto d’eccellenza valutato non solo per il profilo sensoriale o chimico, ma per l’etica e la trasparenza della sua intera storia produttiva.

Il futuro dell’agroalimentare italiano

L’extravergine si configura così come un vero ecosistema capace di creare valore condiviso lungo tutta la filiera, confermando che il futuro delle eccellenze agroalimentari italiane non dipenderà più solo da cosa si produce, ma da come e con chi lo si produce, integrando qualità, responsabilità sociale e radicamento territoriale.

“Solo integrando ambiente, persone e comunità possiamo parlare di vero sviluppo sostenibile”, ribadisce Barberini.

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