Italia

L’attacco al territorio e all’agricoltura contadina mette a rischio il primato delle eccellenze Dop e Igp

Il consumo di suolo e l'allontanamento dalle radici di un'agricoltura contadina stanno portando a sperperare un patrimonio, costruito fin dagli anni 1970, quando si cominciò a trasferire il sistema di denominazioni d'origine dal vino ad altri prodotti agricoli

17 febbraio 2017 | Pasquale Di Lena

Nella scorsa settimana è stato presentato il 14° rapporto sulle Eccellenze agroalimentari, dop, igp e stg, italiane e i media, in particolare giornali e periodici del settore, lo hanno pubblicato, - chi interamente e chi in parte - senza alcun commento.

Il rapporto mostra un quadro altamente positivo e lo fa con una serie di numeri, significativo quello delle 814 Indicazioni geografiche, che segna un primato dei territori italiani e delle loro eccellenze alimentari, vini compresi. I primi al mondo e neanche ci facciamo caso. Certo per noi è normale esserlo, vista la storia della ruralità diffusa in questo nostro Paese e i suoi caratteri, con mille e mille territori in grado di esprimere qualità e diversità di prodotti.

Sono, questi caratteri, tanta parte della fama della nostra cucina e delle ragioni del riconoscimento di uno stile di vita, ancor prima che di uno modo di mangiare, qual è la Dieta Mediterranea.

Eppure il processo per arrivare ad alzare le braccia sul gradino più alto del podio mondiale e, almeno una volta nel corso dell’anno, applaudire questo straordinario successo, non è stato per niente facile e, non tanto, per colpa del mondo contadino che, oggi più che mai, vive all’interno della filiera una situazione di eterna sottomissione, ma per interessi degli altri soggetti, i grandi dominatori, addetti alla trasformazione e/o alla commercializzazione dei prodotti di eccellenza, a partire dai vini.

Tutto frutto della lungimiranza dei legislatori che, nel 1963, hanno approvato il Dpr 930, quello del riconoscimento delle Doc e Docg per i vini italiani e del Comitato Nazionale. La stessa lungimiranza - sostenuta da una forte determinazione - dei dirigenti e funzionari ministeriali, nel mantenere fede a una vera e propria missione qual è l’amore per il territorio. Persone che ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare nei loro luoghi di lavoro, amici che mi hanno insegnato che la qualità è nel territorio. Quella qualità di cui si sono vantati, giustamente, qualche giorno fa, i protagonisti del Rapporto, sottolineando, con il primato conservato e i dati tutti positivi, il significato e il valore del successo strepitoso e crescente del Made in Italy, soprattutto nel mondo.

Ben 13,8 miliardi di euro il valore della produzione di queste eccellenze, una fetta pari al 10% dell’intero fatturato della produzione, che raddoppia (21%) con l’esportazione, a dimostrare che il mercato premia queste produzioni, non solo con l’incasso di 7,8 miliardi di euro, ma anche con un’immagine della qualità che irradia anche il resto del Made Italy.

La lungimiranza – come sopra scrivevo - la stessa che ha portato, agli inizi degli anni ’90, a trasferire in Europa, l’esperienza vissuta con le Doc e docg dei vini per allargarla a tutte le categorie e le specialità dell’agroalimentare europeo. Parliamo delle indicazioni geografiche Dop e Igp riconosciute con Regolamento 2081 del 1991 e del processo che ha portato

L’Italia a inseguire la Francia e, poi, nell’arco di un decennio, a superarla e distanziarla, e non di poco.

L’entusiasmo per questo quadro davvero esaltante contrasta, però, con la tristezza espressa dal modo di governare il territorio italiano, con la distruzione crescente di questo bene primario che ha raggiunto limiti non più sostenibili principalmente per colpa del: consumo di suolo al ritmo di 8/10 mq. al secondo e la sua trasformazione in cemento e asfalto; l’attacco costante a quell’agricoltura contadina che è, insieme con il territorio, una ragione della qualità dei nostri prodotti e del riconoscimento come eccellenze.

Infatti, non a caso, a macchiare un quadro bello e positivo c’è il dato del calo di superficie e di produzione delle eccellenze di fronte all’aumento del consumo e dell’esportazione delle stesse.

I Governi , mentre applaudono il successo di un patrimonio che il territorio esprime, non si tirano indietro, anzi, programmano il furto di questo bene comune che, se non è tutto, è comunque la base principale di questo successo.

Un comportamento molto diffuso che fa pensare alla regola della mano destra che non sa quello che fa la mano sinistra, e viceversa.

Una regola perdente, propria di chi esprime l’accettazione di logiche e interessi di chi ha a cuore solo il profitto e, pur di ottenerlo, opera per eliminare ogni ostacolo al raggiungimento di questo fine, anche se ciò significa lo spreco di un bene comune, il territorio, prezioso per i tesori e i valori che esprime, come l’agricoltura e la ruralità. In particolare, l’agricoltura contadina con il conseguente abbandono dei territori che hanno più bisogno di attenzioni e cure per salvare l’ambiente, il paesaggio, le tradizioni.

In questo modo non è solo a rischio il primato mondiale delle eccellenze agroalimentare, ma, anche, quel straordinario patrimonio – quasi cinquemila - di prodotti tipici tradizionali.

Una naturale riserva dalla quale attingere per incrementare il primato e rendere i dati, non solo più esaltanti, ma certezze per il futuro stesso dei territori, del Paese.

C’è da dire, anche, che l’intero podio rischia di crollare se vengono approvati i due trattati che l’Europa sta per firmare, quello con il Canada (dopodomani) e quello con gli Stati Uniti d’America, Ceta e Ttip, che servono a dare un potere in più alle già potenti multinazionali che, come si sa, privilegiano la quantità alla qualità, la uniformità alla diversità, e, riducono a poca cosa le sovranità nazionali.

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