Italia

Non solo sud Italia, il caporalato funziona anche in Toscana

Profughi costretti a lavorare per 4 euro all'ora, mandati a lavorare senza scarpe e in qualche occasione picchiati. I nove caporali erano pachistani. Nel registro degli indagati sarebbero finiti anche tre commercialisti, rei di aver procurato documenti falsi agli immigrati

11 maggio 2016 | C. S.

Un traffico di lavoro nero di uomini provenienti dal Pakistan e da Paesi dell’Africa sub sahariana, sfruttati e sottopagati per lavorare in cinque aziende vitivinicole del Chianti.

A reclutare i profughi per il lavoro nei campi del Chianti, secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dal sostituto procuratore a Prato Antonio Sangermano, sarebbe stato il pakistano Tarik Sikander, assieme alla moglie.

Sono trenta le perquisizioni eseguite e dodici gli avvisi di garanzia notificati ai membri del gruppo criminale. Nell'inchiesta sono finiti anche tre professionisti italiani, accusati di aver fornito falsa documentazione per eludere la normativa sull'immigrazione.

L'operazione è stata battezzata "Numbar Dar" che significa "capo villaggio". Questo era considerato Tariq Sikander dai connazionali, molti dei quali provenienti dalla città di Mandi Bahauddin, nel Punjab pachistano.

Gli immigrati venivato reclutati in un centro di accoglienza profughi in via Santa Caterina a Prato, poi venivano radunati in via Marx e portati a raccogliere uva e olive nei campi del Chianti per 4 euro l'ora. Gli stranieri sarebbero stati fatti lavorare tutto il giorno in ciabatte anche a gennaio, vessati con punizioni corporali e costretti a lavorare tra i rovi senza guanti quando non soddisfavano i caporali, nove pachistani.

"Un giorno a settembre ci siamo accorti che all'ora di pranzo mancavano alcune decine di ospiti - spiega Nicoletta Ulivi, coordinatrice del Santa Rita - Sono tornati la sera stanchi e affamati. Il giorno dopo la cosa si è ripetuta e abbiamo capito che qualcuno li stava sfruttando. Ci hanno raccontato che non gli davano nemmeno da mangiare e da bere"

Sono quattro le aziende agricole nelle quali erano impiegati i profughi. Si tratta della Coli Spa di Tavarnelle Val di Pesa, della Desa sviluppo agricolo di Tignano, della Fattoria La Gigliola di Montespertoli e della Fattoria Montecchio di Tavarnelle. Gli inquirenti hanno chiarito che al momento non ci sono elementi per affermare che le aziende agricole fossero a conoscenza dell'irregolarità nell'assunzione dei lavoratori stranieri. E che la qualità dei prodotti "non è assolutamente intaccata" dall'uso di lavoratori assunti al nero.

 

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