Italia

Google a fianco dell'agroalimentare Made in Italy

Un progetto a costo zero per l'Italia. Creato un link tra due mondi: new tecnology e settore primario. "Questi due sistemi - secondo il Ministro De Girolamo - messi in connessione, potranno dare accesso a informazioni e svilupperanno grandi opportunità di lavoro"

21 gennaio 2014 | C S

“Abbiamo fatto una scommessa, noi come Ministero, Google, il mondo dei consorzi e tutti gli attori che hanno dato vita a questo progetto. Una scommessa ambiziosa: creare l’agroalimentare 2.0. È sempre più evidente che new-technology e agroalimentare sono i settori che daranno più occupazione nel futuro. Perché non metterli insieme? Perché non fare un link tra la Silicon Valley e la nostra Food Valley? Ci voleva creatività, tanto lavoro e un po’ di coraggio, che non ci sono mancati. Inoltre, al Ministero, questo progetto non è costato un euro. In Italia abbiamo 261 prodotti a denominazione (Dop, Igp e Stg), attraverso la rete vogliamo dare visibilità a tutti quelli che danno vita a prodotti straordinari che costituiscono, insieme alla cultura, il sogno italiano. Il futuro è nella rete e nell’agroalimentare. Questi due sistemi, messi in connessione, potranno dare accesso a informazioni e svilupperanno grandi opportunità di lavoro”.

Lo ha detto il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Nunzia De Girolamo, partecipando al convegno “Made in Italy: eccellenze in digitale”, nel corso del quale è stato lanciato il progetto del nuovo sito www.google.it/madeinitaly .

“Abbiamo raccontato il nostro Paese – ha spiegato il Ministro – creando un vero e proprio museo dell’agroalimentare di qualità, una mostra virtuale e permanente, che ripercorre la loro storia, la loro originalità”.
“Crediamo in questo progetto – ha aggiunto il Ministro De Girolamo –, ma questo è solo l’inizio di un’attività che può significare molto per le nostre aziende. Stiamo lavorando per portare internet ad alta velocità nelle zone rurali con un progetto dedicato alla banda larga. I produttori sono tanti, vogliono visibilità e quindi noi li mettiamo in rete, diamo visibilità ai loro prodotti e al loro lavoro. Aprendo queste pagine non c’è solo storia dell’agroalimentare, in quelle pagine noi vediamo la storia del nostro Paese, della nostra terra e della nostra cultura. Non so quali mezzi di comunicazione e quali tecnologie userà mia figlia per comunicare, so però che lo farà attraverso internet e che non rinuncerà alla tradizione e a un bel panino con il Pane di Altamura, il Pecorino Toscano e il Prosciutto di San Daniele. Attraverso queste pagine possiamo stimolare attenzione di chi le consulta in giro per il mondo e ha la curiosità di venire a scoprire il nostro Paese”.

 

Abbiamo trovato un importante alleato internazionale nella lotta al falso Made in Italy alimentare che nel mondo fattura oltre 60 miliardi di euro, quasi il doppio del valore delle nostre esportazioni agroalimentari. E’ quanto ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel commentare il progetto "Made in Italy: eccellenze in digitale" realizzato da Google che coinvolge anche i 259 prodotti alimentari italiani riconosciuti dall’Unione Europea come denominazioni dio origine (Dop/Igp) e le 2 3 Specialità Tradizionali Garantite (Stg). Un segnale positivo – sottolinea Moncalvo - in vista dell’ Expo che deve rappresentare l’occasione per fare conoscere la vera identità del prodotto italiano all’estero dove il nemico maggiore - sostiene la Coldiretti - sono le imitazioni low cost con il cosiddetto “Italian sounding” che colpisce i prodotti piu’ rappresentativi dell’identità alimentare nazionale . Nei diversi continenti sono infatti in vendita inquietanti aberrazioni, dallo “Spicy thai pesto” statunitense al “Parma salami” del Messico, ma anche una curiosa “mortadela” siciliana dal Brasile, un “salami calabrese” prodotto in Canada, il “provolone” del Wisconsin, gli “chapagetti” prodotti in Corea,. Le denominazioni Parmigiano Reggiano e Grana Padano sono le piu’ copiate nel mondo con il Parmesan diffuso in tutti i continenti, dagli Stati Uniti al Canada, dall'Australia fino al Giappone, ma in vendita c'è anche il Parmesao in Brasile, il Regianito in Argentina, Reggiano e Parmesao in tutto il Sud America. Per non parlare del Romano, dell'Asiago e del Gorgonzola prodotti negli Stati Uniti dove si trovano anche il Chianti californiano e inquietanti imitazioni di soppressata calabrese, asiago e pomodori San Marzano “spacciate” come italiane. E in alcuni casi sono i marchi storici ad essere “taroccati” come nel caso della mortadella San Daniele e del prosciutto San Daniele prodotti in Canada. L’“agropirateria” internazionale utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all'Italia per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale e frena le potenzialità del nostro export che nel 2013 ha raggiunto la cifra record di 33 miliardi di euro. Sul piano internazionale questo fenomeno - conclude la Coldiretti - va combattuto con l’informazione ma va anche cercando un accordo sul commercio internazionale nel Wto e facendo chiarezza a livello nazionale ed europeo dove occorre estendere a tutti i prodotti l'obbligo di indicare in etichetta l'origine dei prodotti alimentari.

 

 Anche Google investe sul “made in Italy” e lo fa con un progetto ambizioso che non solo può dare più visibilità ai prodotti agroalimentari che rappresentano l’eccellenza del Paese, ma può aiutare a combattere l’agropirateria internazionale che “scippa” al nostro sistema economico 164 milioni di euro al giorno. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, commentando la presentazione oggi del progetto “Made in Italy: eccellenze in digitale” realizzato da Google in collaborazione con Unioncamere, Mipaaf, Symbola e Università Ca’ Foscari di Venezia.

In più, la piattaforma realizzata dal colosso del web può contribuire a traghettare le nostre imprese nell’economia di internet -aggiunge la Cia-. Per il “made in Italy” infatti si tratta di una vetrina incredibile per crescere sui mercati stranieri e incrementare l’export del settore.

E’ anche vero però -sottolinea la Cia- che, per sfruttare appieno le potenzialità di internet come volano di sviluppo, bisogna colmare al più presto possibile i ritardi dell’Italia sulla banda larga. Nelle aree rurali soltanto il 17 per cento degli abitanti può contare su una connessione costante e di qualità, contro l’89 per cento delle aree urbane. E questa carenza di infrastrutture tecnologiche “pesa” sulle aziende agricole: oggi infatti le imprese informatizzate del settore primario sono circa 61mila, solo il 3,8 per cento del totale.

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