Gastronomia

Il gelato sale in cattedra: quando il cono diventa piatto d'autore

Il gelato sale in cattedra: quando il cono diventa piatto d'autore

Non più solo fine pasto o rito estivo da passeggio. Il gelato italiano entra nei menu stellati, si fonde con erbe selvatiche, olio extravergine e corteccia d'abete, e diventa strumento di equilibrio tra dolce, salato, acido e amaro. Ecco come i grandi chef lo stanno rivoluzionando

04 agosto 2026 | 17:00 | C. S.

C'era una volta il gelato. Quello che si gustava sul marciapiede, in un cono o in una coppetta, magari con la panna montata e il vermicelli colorato. Poi, a un certo punto, qualcosa è cambiato. Il gelato ha varcato la soglia delle gelaterie ed è entrato – con tutta la sua materia grassa, la sua temperatura sottozero e la sua capacità di fondere in bocca – nei laboratori dei grandi chef. Non come ospite occasionale, ma come vero e proprio attore del piatto.

Il 2026, anno in cui cade il National Ice Cream Day voluto da Ronald Reagan nel 1984, ci regala una fotografia inedita: l'Italia, patria del gelato artigianale, sta scrivendo un nuovo capitolo della sua storia gastronomica. E non si tratta solo di abbinamenti azzardati, ma di una vera e propria grammatica culinaria. Temperatura, percentuale di grassi, tenore zuccherino, acidità, struttura, velocità di fusione: tutto viene studiato in funzione di ciò che lo circonda nel piatto. Il gelato può contrastare il caldo di un caramello, esaltare la sapidità di un'erba selvatica o diventare il veicolo narrativo di un territorio.

La sinfonia di Mammoliti: fragole, menta e granita

Tra gli esempi più alti di questa nuova filosofia c'è la Zuccarella di Michelangelo Mammoliti, chef patron del ristorante tre stelle Michelin La Rei Natura. Nel suo dessert, il gelato non è un semplice accompagnamento, ma il regista di un'opera gustativa in cinque atti. La componente fredda dialoga con fragole fresche, un bouquet di erbe aromatiche e una granita di lime e menta. Il risultato è un'alternanza ritmica di cremosità, acidità, freschezza vegetale e intensità aromatica che tiene il palato in uno stato di continua sorpresa. Il gelato, qui, non conclude: interloquisce.

I classici rivisitati: tarte tatin e mascarpone

Ma non è solo la cucina d'avanguardia a guardare al gelato con occhi nuovi. Anche i grandi classici trovano nella componente fredda un alleato prezioso. Al Galfer Bistrot & Café di Torino, il gelato alla crema viene servito a fianco della tarte tatin. Un accostamento che non è mai stato così ragionato: il gelato compensa la temperatura rovente del dolce, ne smorza la caramellizzazione e controbilancia la concentrazione zuccherina, regalando un morso che è insieme bruciante e avvolgente.

Sempre nel capoluogo piemontese, da Otium Rooftop, lo sguardo si sposta sul mascarpone. Qui il formaggio diventa gelato e incontra le amarene, in un equilibrio perfetto tra grassezza lattica e acidità fruttata. Un matrimonio che sembra scontato, ma che nella sapiente calibratura delle consistenze si rivela sorprendente.

Quando la Spagna incontra la pizza: la crema catalana di Sestogusto

E chi l'ha detto che il gelato non possa entrare in una pizzeria gourmet? Da Sestogusto, l'atelier della pizza di Massimiliano Prete premiato con i Tre Spicchi del Gambero Rosso, il gelato si trasforma in una rilettura inedita della crema catalana. Il celebre dessert iberico, con la sua crosta caramellata e la crema vellutata, viene qui tradotto in una nuova consistenza. Il gelato diventa il veicolo di un sapore riconoscibilissimo, ma raccontato con una texture che sorprende il palato abituato alla versione tradizionale.

Il Mojito che ripulisce il palato: l'idea di Casa Camperio

A Milano, Casa Camperio sceglie invece il gelato come pre-dessert. E lo fa ispirandosi al Mojito: un passaggio pensato per ripulire il palato dopo i piatti salati e introdurre la parte finale del percorso. Freschezza, acidità, note erbacee: tutto ciò che serve per azzerare le percezioni precedenti e ricominciare da capo. Una sorta di intermezzo ghiacciato che, nella sua apparente leggerezza, svolge una funzione strutturale fondamentale nell'economia del menu.

Il gelato nikkei di Azotea e il latte di capra di ConTatto

La sperimentazione, naturalmente, non si ferma ai confini della pasticceria classica. Da Azotea, a Torino, il gelato accompagna la frutta tropicale e si inserisce con naturalezza nel linguaggio nikkei del locale, quel crocevia tra Giappone e Perù che tanto sta influenzando la cucina contemporanea.

E se il latte vaccino è stato per decenni l'unico protagonista, oggi si fanno largo materie prime inedite. Da ConTatto, a Frascati, il gelato viene realizzato con latte di capra. Una scelta che non è solo estetica: il latte caprino regala una riconoscibilità aromatica superiore, con note più nette, sapide e leggermente animali, che sfidano la dolcezza tradizionale e aprono a nuovi abbinamenti.

L'olio extravergine diventa gelato: le sperimentazioni di Momento e Torrerivera

Forse l'operazione più audace è quella che vede protagonista l'olio extravergine di oliva. Da Momento, a Bordighera, e da Torrerivera, azienda agricola di Andria, l'olio non è più un semplice condimento a crudo, ma diventa l'elemento strutturale del dessert. La lavorazione a freddo, tipica del gelato, permette di preservare intatti i profumi, l'amaro e il piccante dell'olio, trasformandolo in un ingrediente che non si limita a "finire" il piatto, ma lo costruisce dall'interno.

Erbe spontanee, vino rosso e corteccia d'abete

Il gelato si misura anche con ingredienti che, fino a poco tempo fa, sarebbero sembrati fuori luogo in un dessert. Al ristorante Il Marin (una stella Michelin), il gelato entra in relazione con le erbe spontanee, raccolte nei prati e nei boschi, portando in tavola il sapore autentico del territorio.

Da Opera, a Torino, il sorbetto alla pesca viene impreziosito da una polvere di vino rosso disidratato. Un gesto apparentemente minimale, ma che concentra tannino, acidità e componente aromatica in un unico, esplosivo boccone.

E ancora: da Paca, una stella Michelin a Prato, il gelato utilizza un estratto di corteccia d'abete proveniente dalle montagne pistoiesi. Note balsamiche, resinose, boschive: un gelato che sa di sottobosco, che racconta un paesaggio e che sfida ogni aspettativa su ciò che un dessert dovrebbe essere.

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