Economia

Speciale export Stati Uniti/1. Il vino regge ma è tempo di tenere duro

I produttori dovranno stringere i denti senza catastrofismi, cercando anzi la collaborazione degli importatori per “tenere” il mercato anche a costo di sacrificare gli introiti

17 gennaio 2009 | Duccio Morozzo della Rocca

Che gli Stati Uniti stiano attraversando uno dei più profondi periodi di crisi della propria storia è cosa certa. Quali ripercussioni avrà tutto questo sui consumi dei nostri prodotti?

Secondo i dati forniti dall’Ice di New York nei primi nove mesi dell'anno il vino italiano è passato al secondo posto sul mercato degli Stati Uniti in termini di fatturato, mentre per quanto riguarda i volumi ha fatto registrare un calo superiore alla diminuzione dei volumi importati dagli USA dal mondo.
Complice forse la congiuntura difficile dell'economia americana, i dati mostrano una diminuzione dei volumi delle importazioni di vini del 6,05% rispetto ai primi nove mesi del 2007, mentre incrementano i valori del 2,74% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno attestandosi a quasi 3,3 miliardi di dollari. E’ comunque un dato migliore di quello fatto registrare dall’Australia, nostra diretta concorrente, che scivola del 14,53% nei valori e di oltre 10 per cento nelle quantità.

Nel settore dei vini da pasto, l'Italia continua a consolidare il suo primato per quanto riguarda il fatturato malgrado un calo del 9,28% (313,60 milioni di dollari contro i 345,66 dello stesso periodo dello scorso anno), mentre per i volumi, scende dai 166,92 milioni di litri dei primi nove mesi del 2007 ai 151 milioni di litri del 2008.
Migliore invece, in questo settore, la performance dei vini da pasto francesi, con un +5,84% rispetto al 2007 (65,43 milioni di dollari contro 61,82 milioni di dollari).
La quota di mercato dei vini da pasto francesi è salita dal 13,79% al 15,62% nei primi nove mesi dell'anno, mentre quella italiana è calata dal 77,09% al 74,86%. Decisamente positivo è stato il periodo per l'Argentina, che ha visto il giro d'affari dei vini da pasto aumentare di quasi il 61 per cento nei valori, con una crescita del 37,04% nei volumi.

La Francia conferma l'annata “no” con il suo cavallo di battaglia, i vini spumanti, con una perdita
del 12,65% rispetto ai primi nove mesi dell'anno scorso e la quota di mercato che scende da quasi il 78 al 75,56%. La quota di mercato dei vini spumanti italiani sale invece dal 12,85 a quasi il 15 per cento, a fronte di una crescita del fatturato del 3,17%.

Ma facciamo il punto della situazione con Giovanni Mafodda, vice direttore dell’Ice di New York.

- Dottor Mafodda, qual’è lo scenario economico-sociale attuale negli Stati Uniti?
Vede, ci troviamo davanti ad una crisi recessiva come non accadeva da decenni e non sappiamo ancora esattamente quanto durerà: alcuni esperti parlano di tutto il 2009, altri vedono la sua fine oltre la metà del 2010. I più ottimisti pensano che il peggio sia già passato.
Il consumo in ogni caso ne risulta ovviamente colpito, come abbiamo potuto constatare anche dalle vendite natalizie che hanno segnato risultati al disotto delle aspettative, complessivamente negativi.
Possiamo individuare 2 componenti della crisi del consumo: la prima è quella reale, provocata dalla diminuzione della disponibilità di denaro, la seconda è quella psicologica che spinge anche chi non teme la perdita del posto di lavoro o ha una situazione stabile a non spendere. C’è da augurarsi che questo secondo aspetto si ridimensioni con le scelte del nuovo Governo di incrementare la spesa pubblica.

- Dobbiamo aspettarci quindi tempi duri per il Made in Italy?
I produttori dovranno stringere i denti ma non dobbiamo però essere catastrofisti: piove, ma piove per tutti non solo per il Made in Italy. Al contrario, il nostro paese ha saputo reggere il colpo molto meglio di altri paesi conservando le sue posizioni. Nessuno ha cambiato certo opinione sui nostri prodotti.

- A questo proposito, come viene percepito il vino italiano dai consumatori?
Il vino italiano è senz’altro quello più ricercato e quello che offre il maggior numero di varietà. Il consumatore americano ha sempre qualcosa di nuovo da scoprire e credo che questo piaccia molto, soprattutto ad un consumo di segmento alto e sofisticato.
Il nostro vino inoltre, negli ultimi 4 anni, ha rafforzato la posizione di leadership nel comparto di maggiore riferimento che è quello dei vini tranquilli.

- L’Italia rischia di perdere posizioni a causa dell’avanzata dei nuovi Paesi produttori?
Ricordo le previsioni di qualche anno fa da parte di molti esperti che vedevano, in prospettiva, il mercato USA dominato dai vini australiani. Tutto questo non è successo. I vini australiani da un paio di anni segnano invece il passo, e non sembra stiano riuscendo a districarsi da un’immagine di vino a basso costo che in un primo momento è stato proprio il punto di forza della loro proposta commerciale.

- Quali prospettive di crescita del mercato intravede?
Per quanto riguarda le prospettive, ovviamente, in questo momento è difficile immaginare tempi facili. Ritengo che la strada per l’inserimento di nuovi marchi sarà un pò più in salita del solito vista la congiuntura economica e vedo che i nostri produttori che già sono sul mercato devono cercare sempre di più la collaborazione degli importatori per “tenere” il mercato, anche comprimendo gli introiti.

- Quali sono gli attuali progetti dell’Ice negli Stati Uniti?
Come ogni anno assicureremo la presenza di padiglioni italiani di alto livello e molto ben nutriti ai due appuntamenti fieristici principali, le due edizioni del Fancy Food a San Francisco in gennaio ed a New York in giugno. Per il vino concentriamo molti degli sforzi nella “Settimana del Vino Italiano negli USA” che si terrà nell’ultima settimana di gennaio e che avrà il suo momento culminante a New York, dopo aver fatto tappa a Boston, alla Boston Wine Expo, e prima di proseguire per Miami. Si tratta di una promozione pensata secondo la formula della Convention, dove si parlerà di vino italiano, di mercato americano e dove saranno predisposti molti seminari con varie tematiche. Importanti i momenti di degustazione tecnica e dedicati solo al trade. Il programma è organizzato in collaborazione con le regioni Abruzzo, Calabria, Lombardia,Veneto e Toscana. Il tutto sarà affiancato da importanti azioni presso alcuni tra i principali punti vendita di New York.

- Quali sono gli sbagli più comuni in cui possono cadere i produttori che vogliono esportare negli Stati Uniti?
Purtroppo pensare a questo mercato come ad un mercato facile,visto che, almeno finora, è stato uno tra i più ricchi se non il più ricco. E’ vero invece il contrario: proprio perché molto ricco è un mercato sul quale si concentra la migliore produzione mondiale e la concorrenza è sfrenata, non sempre in linea con la piccola dimensione della nostra impresa che riesce non sempre a dedicare le risorse necessarie ad un mercato così impegnativo.

- Ad un produttore di vino che volesse entrare in questo mercato cosa consiglierebbe?
Pazienza ed il suggerimento che dopo essere riuscito nell’impresa di trovare un importatore non lo consideri un punto di arrivo della sua esperienza su questo mercato ma piuttosto un punto di partenza e di collaborazione con l’importatore stesso. Il mercato andrà tenuto ogni giorno con presenza costante e costanza di sforzi. Tutto questo proprio per la concorrenzialità di cui parlavo prima.

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