Economia

Speciale export Brasile/2. Raddoppia l’export di extra vergine d’oliva

Ancora pochi i potenziali consumatori di olio d’oliva ma molto qualificati. L’errore più grossolano è quindi sottovalutare la preparazione oliandola degli appassionati

13 dicembre 2008 | Duccio Morozzo della Rocca

Il raddoppio delle esportazioni di olio di oliva italiano in Brasile nel 2008 dimostra un crescente interesse verso questo prodotto e conferma la tendenza positiva che dura dall’inizio di questo secolo.
La leadership nelle vendite resta comunque al Portogallo che con circa il 50% delle quote domina il mercato, seguito da Spagna, Argentina e Italia.
Dei 180 milioni di abitanti del paese, si stimano intorno ai 3 milioni i potenziali consumatori di olio extra vergine di alto livello e di alto prezzo mentre si calcolano tra i 25 e i 35 milioni i possibili acquirenti di prodotti più a buon mercato. Geograficamente, infine, la domanda di olio da olive si concentra soprattutto nel sud est del Brasile e più precisamente nelle zone di San Paolo e Rio de Janeiro.
La forte segmentazione del mercato, per quanto riguarda la capacità d’acquisto, contrappone quindi una minoranza -comunque numerosa- ad alto reddito alla maggior parte della popolazione con limitate disponibilità economiche. Per questo, nonostante la costante ascesa economica del paese, molti esperti del settore consigliano di impostare le strategie commerciali per i nostri oli, in linea di massima, per la fascia alta dei consumatori, valorizzando gli aspetti qualitativi ed il Made in Italy.
D’altronde, per l’Italia è praticamente impossibile competere in termini di prezzo con la produzione locale di oli di semi o con quelle delle nazioni vicine, soprattutto a causa degli accordi economici del Mercosur: i paesi del continente Sudamericano godono di accordi bilaterali e non sono sottoposti a dazi doganali o altri tipi di pagamenti per gli oli di oliva.
Le imposte invece diventano un vero problema per tutti gli altri paesi: Il 10% sul CIF del trasporto viene subito applicato all’arrivo della nave. L’importatore deve poi pagare una serie di piccole e grandi imposte per un altro 40% circa. Questo sbilancia molto la competizione con i paesi produttori quali Argentina o Cile che tuttavia ancora non riescono ancora a posizionare i loro prodotti nella fascia alta di mercato.

Un ultimo competitor dei nostri prodotti molto forte che si trova sugli scaffali dei supermercati brasiliani è il falso olio di oliva: quasi un 20% degli oli di oliva in commercio si ritengono essere infatti miscele di oli di origine diversa (e non dichiarata) oppure oli che vengono spacciati per extra vergini ma che sono in realtà di dubbia qualità.

Abbiamo posto alcune domande al dott. Gianni Loreti, vice direttore dell’Ice di San Paolo.

- Dott. Loreti, qual’è la situazione dell’olio di oliva in Brasile?
Anche per l’olio di oliva, come per il vino, si sta verificando la stessa situazione e la produzione nazionale è intesa come imbottigliamento del prodotto sfuso importato. I prodotti di maggiore consumo sono costituiti dagli oli la cui base è composta dall’85% di oli di semi vari e dal 15% dall’olio di oliva.

- Come viene percepito l’olio d’oliva dai consumatori brasiliani?
Il consumatore brasiliano non ha molta conoscenza di tale prodotto e questo deriva dalla mancanza di una cultura alimentare che prevede nella dieta l’apporto costante di questo elemento nutrizionale nella sua purezza. Pochi sanno che l’olio d’oliva vergine può essere usato quasi in tutte le pietanze e particolarmente come condimento delle insalate, per le fritture, per la preparazione di dolci, ecc.

- Quali sono le prospettive di crescita del mercato?
Nel 2007 il Brasile ha importato olio di oliva per oltre 170 milioni di dollari Usa, un aumento del 21,36% circa rispetto al 2006. L’Italia è divenuto il quarto fornitore di olio di oliva del Brasile, con una quota di mercato registrata nel 2007 del 6,45%, risultato importante considerato l’aumento del 48,84% rispetto al 2006. I nostri principali concorrenti sono, nell’ordine, il Portogallo, la Spagna e l’Argentina.

- Quali sono gli sbagli più comuni in cui possono cadere i produttori che vogliono esportare in Brasile?
Il principale errore in cui cadono la maggior parte di coloro che non conoscono il Brasile è quello di considerare l’importatore ed il consumatore finale come non adeguatamente preparati per distinguere il prodotto di qualità da quello di qualità mediocre o scadente. È vero, infatti, che in Brasile la conoscenza del settore è ancora scarsa per il grande pubblico, ma la minoranza di appassionati è altamente specializzata.

- Ad un produttore di olio che volesse entrare in questo mercato cosa consiglierebbe?
Ai produttori di olio ci sentiamo di consigliare una sola cosa: puntare su prodotti di alta qualità, diretti ad un pubblico di consumatori della classe alta, dove il prodotto italiano incontra una minore concorrenza

Molte appaiono dunque le possibilità di sviluppo per un florido mercato dell’olio di oliva in Brasile anche se altrettante sembrano essere le difficoltà dovute ai dazi e alla burocrazia locale. Circa 3 milioni di consumatori della fascia alta potrebbero lentamente spostarsi dagli oli di semi all’utilizzo dell’olio di oliva sia per ragioni salutistiche che per motivi legati allo status symbol.
È necessaria quindi, soprattutto attraverso le nostre autorità competenti, una profonda e continua azione di propaganda volta a comunicare e spiegare l’uso quotidiano dell’olio di oliva perché questo prodotto diventi normalmente presente sulle tavole dei consumatori brasiliani e non più prevalentemente circoscritto, come adesso, nelle grandi occasioni.

UN REPORTAGE A PUNTATE
A cura di Duccio Morozzo della Rocca

Speciale export Brasile/1. Mercato del vino giovane, confuso ma dinamico
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