Ambiente
Golfo del Messico. Un mare d'oro, nero
La catastrofe naturale non è più scongiurabile, è una realtà. E questa è solo la superficie, ciò che vediamo da fuori, dall’alto. Quel mare, in realtà, sanguina dentro, è squarciato nella sua anima
08 maggio 2010 | Paola Cerana
Guardate queste immagini. Sono solo alcune delle fotografie che ho scattato due anni fa, durante un meraviglioso viaggio lungo le coste dellâ Honduras.



Quello che vedete è il mare del Golfo del Messico e lì sotto si dirama una delle barriere coralline più vaste e ricche al mondo, un universo di vita inimmaginabile per chi non ha mai avuto la ventura di esplorare gli abissi.
Sono fondali talmente belli che sorprendono anche i più esperti subacquei e immergersi in quelle acque è come se fosse, ogni volta, una prima volta. Non si può mai prevedere chi ci attende là sotto: cernie, mante, barracuda, squali, tartarughe. Sono loro i sovrani di questi mari, creature maestose e schive che, con le loro evoluzioni, sembrano danzare leggere sopra le nostre teste, fluttuanti sotto i nostri sguardi, facendoci sentire piccoli, umili e un poâ goffi di fronte a tanta disinvolta bellezza.
Molto spesso, durante gli spostamenti in barca, si ha anche la fortuna dâessere accompagnati dai delfini, che giocano col vento, sospesi tra lâazzurro del mare e il sospiro del cielo. Loro sì che volano e con quegli acrobatici tuffi nellâaria sembrano voler dare il benvenuto ai turisti, i pirati moderni di questi mari. Durante quella straordinaria vacanza sono andata anchâio a caccia di avventure selvagge. Ho persino nuotato con un delfino, schioccando un bacio sul suo ridente muso, prima di riconsegnarlo alla libertà e vederlo scomparire per sempre nel blu.
Emozioni indimenticabili che le fotografie, per quanto preziose, non possono esprimere.
E ora guardate queste altre immagini. Sono fotogrammi di questi giorni che, fortunatamente, non ho scattato io ma che riempiono di angoscia i giornali di tutto il mondo.


Eâ lo stesso mare che avete visto sopra. Eâ il Golfo del Messico, irriconoscibile, trasfigurato, divorato dal petrolio liberato dalla piattaforma offshore Deepwater Horizon. Questa enorme zattera mortale è esplosa al largo della Louisiana lo scorso 20 aprile ed è affondata due giorni dopo, portando con sé anche undici vittime, creature del mare escluse. 5ooo barili di greggio ogni giorno si sono riversati in mare e hanno disteso un torbido manto nero sullâazzurro, trasformando così quel paradiso naturale in un inferno spettrale. In queste ore si sta cercando disperatamente di arginare lâonda velenosa incendiando il petrolio fuoriuscito ma nel frattempo si è aperta una terza minacciosa falla nella piattaforma.
La catastrofe naturale non è più scongiurabile, è una realtà . E questa è solo la superficie, ciò che vediamo da fuori, dallâalto e che leggiamo sui giornali.
Quel mare, in realtà , sanguina dentro, è squarciato nella sua anima, ferito nel suo cuore. Lâemorragia è molto profonda e sta seminando unâinfinità di cadaveri invisibili ai nostri occhi, spazzati via, come in un domino mortale, dallâinesorabile vortice nero della tecnologia e del progresso. I delfini vorrebbero mettere le ali e volare via, insieme ai pellicani, ai gabbiani, ai cormorani ma dove, se nel cielo è tutto fuoco e cenere?
Oggi, le emozioni che ho vissuto laggiù hanno un sapore amaro e un impeto di rabbia si mescola alla tristezza che provo. Riguardando le mie fotografie ho lâangosciosa sensazione di osservare impotente qualcosa che non esiste più, che è sparito per sempre.
Ripenso alle immersioni tra mante e tartarughe e rivedo il delfino che si è lasciato baciare, generoso e docile ai miei capricci. Mi domando come farà ora in mezzo a quellâinferno nero e, con un nodo in gola, sento di dovergli chiedere scusa.
Mi sento involontariamente complice di questo titanico delitto. Non è uno tsunami, non è un terremoto e nemmeno un vulcano che obbedisce alle invisibili leggi geofisiche. Questa volta non è la Natura che esplode, collassa e si ribella.
Eâ stato lâuomo, ingordo e irresponsabile, che lâha tradita e profanata abusando delle sue risorse. Un uomo che inventa cose meravigliose, che esplora pianeti lontani, che spiega i misteri del tempo, che cura malattie e lenisce gli animi ma che, a volte, non sa governare le sue creazioni e resta schiacciato dalle sue stesse ambizioni.
Non solo scienziato, ingegnere, fisico o astronauta. Guardando le fotografie scattate dai satelliti, sembra che questa volta lâuomo si sia trasformato, suo malgrado, in un artista, in un pessimo pittore che con il suo mostruoso pennello è riuscito a distruggere un capolavoro, ridipingendo la Terra, e il suo povero mare, del colore più brutto, quello dellâoro nero ⦠il colore del lutto!
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