Ambiente
Stradivari: violini straordinari grazie agli abeti delle Alpi
Gli abeti cresciuti durante il Minimo di Maunder (1645–1715), con stagioni vegetative brevi e temperature basse, hanno generato legno particolarmente adatto alla costruzione di tavole armoniche
11 febbraio 2026 | 15:00 | C. S.
I violini di Antonio Stradivari devono la loro qualità non solo al genio del liutaio, ma anche al legno scelto con grande cura: abeti cresciuti in alta quota nelle foreste alpine, in particolare nella Val di Fiemme, in un periodo caratterizzato da temperature basse e stagioni vegetative brevi. Una ricerca internazionale, coordinata dall’Istituto per la bioeconomia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibe), ha analizzato 314 serie di anelli di accrescimento di 284 violini autentici, dimostrando come il maestro cremonese selezionasse sistematicamente una qualità di legno particolarmente omogenea, ideale per le tavole armoniche; in particolare nella fase di massima maturità artistica e tecnica, detta la ‘golden age’, Stradivari si approvvigionava in quest’area geografica del Trentino. Lo studio, pubblicato sulla rivista Dendrochronologia, si caratterizza per essere la più estesa indagine dendrocronologica mai condotta sull’opera del maestro cremonese.
L’evoluzione delle fasi produttive di Stradivari va di pari passo con l’evoluzione delle fonti di approvvigionamento del legno.
“Molti strumenti presentano sequenze di anelli estremamente simili e dimostrano come Stradivari abbia spesso utilizzato tavole ricavate dallo stesso tronco per realizzare diversi violini, prodotti anche a distanza di anni. Questo comportamento sembra riflettere una selezione molto accurata del legno, volto a sfruttare materiali ritenuti particolarmente adatti”, spiega Mauro Bernabei del Cnr-Ibe e coordinatore della ricerca.
Infatti, le analisi conducono alla qualità particolare degli abeti rossi (Picea abies) cresciuti ad alta quota, caratterizzati da anelli sottili e regolari. “Gli anelli analizzati mostrano inoltre una crescita particolarmente ridotta, non corrispondente all’attuale limite dei boschi di abete rosso, ma coerente con le condizioni climatiche verificatesi durante il Minimo di Maunder (circa 1645–1715), un periodo caratterizzato da una diminuita attività solare e da un generale raffreddamento”, continua Bernabei. “Se nei violini più antichi, le caratteristiche del legno sono riconducibili a provenienze eterogenee, non sempre localizzabili con precisione, all’inizio del Settecento si osserva una svolta netta, che coincide temporalmente con il ‘periodo d’oro’, nel quale si collocano proprio i violini costruiti grazie all’utilizzo dell’abete rosso della Val di Fiemme, nel Trentino orientale”.
L’insieme dei risultati consente di affinare la nostra conoscenza sul processo di selezione dei materiali da parte di Stradivari. Questi elementi suggeriscono una consapevolezza molto precisa delle proprietà del legno da parte del liutaio e confermano l’importanza delle foreste alpine nella tradizione della liuteria cremonese. “L’approfondimento degli aspetti dendrocronologici permette di chiarire come clima, ambiente e scelte del liutaio abbiano concorso alla realizzazione di strumenti oggi considerati insuperabili. Infine, lo studio rappresenta un tributo al lavoro del liutaio e dendrocronologo John Carass Topham (1951–2025) che nel corso della sua carriera ha raccolto una parte fondamentale dei dati utilizzati. La sua attività ha contribuito in modo determinante a definire le metodologie oggi adottate nello studio dendrocronologico degli antichi strumenti musicali”, conclude il ricercatore.
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