Ambiente

Deforestazione e biodiversità: il costo ecologico del commercio alimentare

Deforestazione e biodiversità: il costo ecologico del commercio alimentare

Uno studio dell’Università di Torino e della Statale di Milano introduce un nuovo indicatore che integra deforestazione e valore ecologico degli ecosistemi per misurare il rischio di perdita di biodiversità associato alle filiere alimentari globali. La pubblicazione su Ecological Economics

05 agosto 2026 | 09:00 | C. S.

Quanto pesa sulla biodiversità ciò che mangiamo? Caffè, cacao, carne, olio di palma, soia, gomma naturale e molte altre materie prime percorrono ogni giorno filiere globali che collegano le scelte di consumo dei Paesi importatori alla trasformazione di foreste tropicali e altri ecosistemi naturali nei Paesi produttori. Una parte del costo ambientale dei nostri consumi, quindi, non si manifesta dove acquistiamo questi prodotti, ma nei territori in cui vengono coltivati o allevati.

È quanto dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Ecological Economics, firmato da Stella Lauro, Silvana Dalmazzone e Marco M. Bagliani (prematuramente scomparso nel 2024 dopo aver contribuito alla concettualizzazione della ricerca e alle prime fasi di sviluppo) del Dipartimento di Economia e Statistica "Cognetti de Martiis" dell'Università di Torino (Stella Lauro è anche affiliata al Collegio Carlo Alberto) e da Giorgio Vacchiano del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali  (DISAA) dell'Università degli Studi di Milano.

La ricerca introduce il Biodiversity Risk, un nuovo indicatore che supera le tradizionali metriche della deforestazione integrando l'estensione delle superfici convertite con il valore ecologico delle foreste, la vulnerabilità delle specie e il loro grado di endemismo. L'obiettivo è misurare in modo più accurato il rischio di perdita di biodiversità associato alla produzione agricola e al commercio internazionale delle materie prime.

Combinando dati satellitari sulla deforestazione con i flussi commerciali di 157 prodotti agricoli, i ricercatori hanno ricostruito gli impatti sulla biodiversità della produzione agricola in 166 Paesi e dei consumi alimentari di 195 Paesi nel periodo 2005-2022. Lo studio collega la conversione delle foreste alle diverse colture agricole e ne valuta gli effetti sulla biodiversità considerando sia gli impatti immediati della trasformazione degli habitat sia quelli dovuti all'occupazione agricola del suolo negli anni successivi.

I risultati mostrano che misurare soltanto gli ettari di foresta persi non è sufficiente. Quando si considera anche il valore ecologico degli ecosistemi, la geografia degli impatti cambia sensibilmente: il Brasile rimane il Paese con la maggiore superficie deforestata, ma è l'Indonesia a registrare il più elevato rischio di perdita di biodiversità, grazie all'eccezionale ricchezza di specie endemiche e alla particolare vulnerabilità delle sue foreste tropicali.

L'analisi evidenzia inoltre che le diverse filiere agricole incorporano impatti molto differenti. Materie prime agricole come olio di palma, soia e gomma naturale concentrano una quota rilevante del rischio di perdita di biodiversità associato agli scambi internazionali, mentre produzioni come carne, riso e manioca risultano maggiormente legate ai mercati interni dei Paesi produttori. Ne emerge una mappa degli impatti che consente di individuare con maggiore precisione le filiere e i territori sui quali concentrare gli interventi di conservazione.

“Le nostre scelte di consumo dichiarano Stella Lauro e Silvana Dalmazzone – possono avere conseguenze molto lontane da noi, ma non per questo meno rilevanti. Con questo studio abbiamo cercato di rendere quantificabile questo legame. Misurare in modo più accurato l'impatto delle filiere alimentari sulla biodiversità è un passo importante per rendere questi effetti visibili e fornire strumenti utili a orientare politiche e modelli di produzione più sostenibili”.

“Proteggere le foreste tropicali – spiega Giorgio Vacchiano – significa difendere anche la stabilità del clima, la sicurezza alimentare e la qualità della vita di ciascuno di noi. Per il singolo cittadino non è ancora facile sapere con certezza come sia stato ottenuto ogni prodotto, ma possiamo ridurre gli sprechi, scegliere quando possibile filiere certificate e chiedere maggiore trasparenza a imprese e distributori. Possiamo inoltre far sentire la nostra voce perché il regolamento europeo contro la deforestazione resti ambizioso e venga applicato efficacemente: le scelte quotidiane contano, ma diventano davvero decisive quando contribuiscono a cambiare le regole del mercato”. 

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