Ambiente

Dieci anni ai margini della politica e della società. L'agricoltura è la cenerentola dell'Italia

Perchè la politica non si occupa del settore primario? Si continua, non da oggi, a divorare terreni e mari a ritmo crescente. La verità è che l’agricoltura, sotto l’aspetto teorico e, soprattutto, pratico, non viene considerata da chi governa

21 novembre 2014 | Pasquale Di Lena

Sono anni ormai (2004) che l’agricoltura ha assaggiato il morso della crisi e sono anni che vive nel limbo di una realtà che lascia poche speranze al futuro, nelle mani com’è della finanza e delle multinazionali, spietate nei confronti del pianeta e dei suoi territori vitali, sia quelli riferite alla terra ferma che quelli marini.

Continuano, non da oggi, a divorare terreni e mari a ritmo crescente e queste loro azioni non sono più sostenibili per una terra che, già dalla fine di agosto, ha dato tutto quello che poteva dare per l’intero anno 2014 che chiuderà il 31 di dicembre.

In debito con la terra, cioè con la natura, grazie allo spreco delle sue risorse e solo per saziare la fame di potere e di denaro di queste società che hanno acquisito nel tempo un potere tale da decidere le scelte dei governi.

E, così, il risultato è di avere tanti territori persi sotto il cemento o colpiti da disboscamenti e deforestazioni. Tanti altri – i pochi rimasti - a rischio, con le conseguenze sul clima (non solo), che ormai sono sotto gli occhi di tutti.

A pagare per prime le spese nel mondo e, ancor più, nel nostro Paese, è la parte debole di un sistema economico, l’agricoltura, già da tempo messa ai margini dalla cultura e dalla politica, e, con essa, i territori rimasti, come l’Appennino (l’osso) e quelli delle regioni del sud che verranno devastati da ogni tipo d’insediamento (pali eolici, inceneritori, biomasse, industrie chimiche, perforazioni petrolifere, e altro ancora). Insediamenti a basso tasso di occupazione, che rende vero il dato di 5 milioni di persone che dal sud andranno via, dando il senso di un nuovo esodo biblico, capaci, però, di produrre - mentre distruggono terreno fertile - profitti alti e di incrementare la regola della distribuzione delle tangenti, a destra e a manca.

L’Agricoltura, che, ancora ultimamente, trova parole condivisibili nel Ministro di turno (fino a quando Renzi non decide di rottamare il Ministero dell’Agricoltura) quando parla di sicurezza alimentare, indicazioni geografiche e eccellenze agroalimentari, di blocco del consumo del territorio. Parole che, subito dopo, vengono sistematicamente smentite da scelte del governo di cui è parte, che, guarda caso, vanno in senso diametralmente opposto.

Un esempio, l’annuncio dell’ennesima iniziativa legislativa tesa a bloccare il consumo del territorio (non riuscita all’allora Ministro Fontana del governo Monti), proprio nel momento in cui il Governo approva “Sblocca Italia”, che ha come fine un’ulteriore colata di cemento alla quale aggiungere un’intensa azione di perforazione lungo l’Appennino, nelle regioni del centro sud, nel Mare Adriatico e nel resto del Mediterraneo. Tutto questo per eseguire gli ordini dei petrolieri che non ammettono distrazioni.

I petrolieri, come pochi sanno, sono fatti così, da sempre si lasciano bagnare dal petrolio, tanto che ormai sono neri dentro e fuori, persi per sempre, una volta che non hanno più l’anima ad alimentare la ragione.

Un destino tremendo quello dei signori del petrolio e di quanti, nel tempo, hanno avuto modo di contattarli, assecondarli in questo loro gioco perverso, che lascia il potere tutto nelle mani del denaro, dando vita a quelle società senza volto e senz’anima che sono le multinazionali.

Per non parlare dell’expo 2015, che vuole “nutrire il pianeta” e lo farà, però, solo con le industrie e le multinazionali nel campo alimentare, senza la partecipazione e la presenza di massa della realtà del mondo della produzione, cioè dei veri protagonisti, insieme al territorio, della qualità del cibo italiano che vive primati nel mondo.

Un altro elemento significativo di come si lavora per l’abbandono dell’agricoltura ai fini di una messa a disposizione di suolo fertile e territorio, sta proprio nella esclusione del settore primario dal programma di sviluppo riservato solo a finanziare l’industria, il commercio e il turismo con la motivazione che l’agricoltura ha altre fonti di finanziamento.

Ho la fortuna di vivere nel mio Molise, la regione a più alto tasso di ruralità e di attività agricola, dove da due anni c’è chi ha pensato, sulla base di un’esperienza positiva fatta con contratto di programma, di mettere in piedi un piano di sviluppo riguardante la “Clean economy”, che potrebbe dare in poco tempo quelle risposte urgenti di cui ha bisogno questa piccola grande regione. Ebbene, ad oggi, il progetto non ancora è stato preso nella dovuta considerazione da chi (regione, governo) dovrebbe solo inserire nel contratto di sviluppo anche l’agricoltura per attivare i dovuti e necessari finanziamenti.

Eppure la “clean economy” è un piano che serve all’agricoltura, al territorio, al Molise, con le sue risposte positiva a un mondo di bravi e capaci coltivatori; i giovani, che vogliono con il lavoro creare il proprio domani; le piccole e medie, che si vogliono allargare per poter rispondere alla domanda crescente della qualità; la necessità di dar vita e forza a nuove forme di aggregazione e alla crescita della professionalità per una nuova imprenditorialità.

La verità è che l’agricoltura, sotto l’aspetto teorico e, soprattutto, pratico, non viene considerata da chi governa ed è, secondo una mia analisi tenuta costantemente aggiornata, vista – sulla base anche degli errori del passato e, una volta non considerata la sua centralità, del fallimento del sistema– non come ragione di sviluppo, ma di ostacolo, fastidio, alla quale, invece che politiche e programmi, bisogna continuare a esprimere l’assistenzialismo per tenerla ancor più ai margini dello sviluppo stesso.

L’impressione è che alla prepotenza e arroganza dei nuovi padroni fa sempre più da contraltare la sudditanza della politica e il silenzio di un mondo che dovrebbe rappresentare e difendere l’agricoltura, che sembra ormai più che mai rassegnato.

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giampaolo sodano

22 novembre 2014 ore 16:18

si può tollerare tutto, ma non la rassegnazione. sediamoci intorno ad un tavolo e proviamo a scrivere su un foglio le tre cose da fare subito per rilanciare la produzione dell' olio italiano. non abbiamo molto tempo ma fare una battaglia politica per cambiare il "sistema" dell'olivicoltura è cosa giusta e necessaria. una volta si diceva "non vogliamo morire democristiani". parafrasando potremmo dire "non vogliamo morire con l'olio cinese".