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IL VINO CHE VERRÀ. LE DINAMICHE DI SETTORE CON UN OCCHIO DI RIGUARDO AI MERCATI ESTERI

L’eccessiva polverizzazione delle nostre aziende è uno degli argomenti più utilizzati per denunciare la mancanza di competitività del nostro sistema vitivinicolo. Ma anche i messaggi che arrivano al consumatore oggi sono confusionari, è diventato impossibile capire il valore di un vino e le varie denominazioni

21 aprile 2007 | Mena Aloia

In occasione del Vinitaly, L’Informatore Agrario ha organizzato, come ogni anno, un convegno tecnico per approfondire i temi di maggiore attualità per il settore vitivinicolo.
Quest’anno si è parlato di mercato, economisti e produttori hanno analizzato le dinamiche di settore per tracciare dei possibili scenari futuri di mercato con particolare attenzione ai mercati esteri.
Un’attenta analisi delle opportunità date dai mercati internazionali non poteva che partire da un’analisi delle caratteristiche del settore vitivinicolo.
Ricorrenti, in quasi tutti gli interventi, sono stati i cenni all’eccessiva polverizzazione delle nostre aziende.
Un annoso problema che, però, non si ferma solo alle imprese, ma si allarga alle Organizzazioni Professionali, agli Enti Pubblici, ai Consorzi, alle Denominazioni.
Siamo di fronte ad un settore, come quasi tutti quelli del sistema italiano, caratterizzato dalla presenza di troppe microimprese che non possono essere più considerate, come negli anni novanta, “piccolo è bello” perché più flessibili e con una maggiore capacità di avvicinarsi rapidamente alle esigenze del consumatore.
In questo mondo, così frammentato, la voce degli operatori è l’ultima ad arrivare alla ribalta e si perde in competitività.

Bisognerebbe puntare sulle medie imprese –ha sostenuto Pietro Mastroberardino, presidente della Federvini- e non per una scelta ideologica, ma pragmatica, perchè solo così si possono migliorare i rapporti con altri sistemi, quali quello finanziario, quello distributivo, quello istituzionale, per meglio affrontare la competizione internazionale.
Alla miriade di aziende presenti sul mercato, dobbiamo poi aggiungere le miriadi di aziende di denominazione italiana.

Il messaggio che arriva al consumatore è stato definito “confusionario” da Bruno Trentini direttore generale -Cantina di Soave- che ha fatto notare “troviamo una tale variabilità di prezzi sul mercato che, per i consumatori, è diventato impossibile capire il valore, il posizionamento, e le varie denominazioni”.

Proseguendo in quest’ottica, Giuseppe Liberatore –vice presidente Federdoc- ha esposto una breve analisi dello scenario attuale delle denominazioni di origine italiane.
Risulta, che delle 350 Doc oggi esistenti, circa 80 detengono il 70% della produzione.
Significa che vi sono circa 250 denominazioni piccolissime con quantità modeste.
Questo non va assolutamente bene perché il riconoscimento della Doc è solo un punto di partenza.

Dal lato della domanda invece si assiste ancora ad una forte concentrazione, quasi ad uno strapotere della grande distribuzione organizzata come lo ha definito Cesare Cecchi, responsabile commerciale della omonima casa vinicola.
Inutile, però negare come la grande organizzazione sia diventata, negli ultimi 10 anni un canale fondamentale nella vendita dei vini, anche quelli di qualità.
Non bisogna neanche tralasciare il canale dell’Horeca in Italia, perché suppur segnato da battute di arresto in gran parte ascrivibili alle difficoltà della ristorazione, che ha pagato sia la crisi congiunturale che economica di questi ultimi anni, sia una politica dei prezzi dei vini troppo alti, continua ad essere un canale che da tranquillità alle aziende perché capace di frazionare il rischio.
Anche di fronte ad una così elevata concentrazione, sia della distribuzione che dei concorrenti produttori esteri, le aziende italiane continuano nella ormai cronica resistenza a fare sistema.
Eppure è l’unico modo per agire sulle leve del marketing, della comunicazione e del monitoraggio dei nuovi mercati.
Azioni, queste, troppo costose per poter essere intraprese da soli.

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