Mondo Enoico
Legge sull'enoturismo: si parta dalle cantine e non dalle strade del vino
Una spinta al turismo gastronomico, partendo dal vino, può portare alla riscoperta di tutta la campagna e di tutta l’agricoltura. Ben venga quindi una legge quadro sull'enoturismo ma a tre precise condizioni. Occorre far presto ma soprattutto occorre far bene
30 giugno 2017 | Carlo Pietrasanta
Il disegno di Legge sull’enoturismo presentato dal Senatore Dario Stefàno – che ringrazio ancora e mai abbastanza per l’impegno e l’attenzione verso il nostro mondo – sta percorrendo la sua strada. Tutti noi speriamo con il cuore che questo iter si compia prima della fine della legislatura: e che si compia nel modo migliore.
Ma qual è questo modo migliore? Difendendo l’attuale formulazione da assalti ed emendamenti impropri, noi abbiamo alcuni criteri per individuarlo.
Il primo, lo vado ripetendo fin dalla prima audizione in Commissione Agricoltura al Senato, è fare in modo che le norme di attuazione siano valide a livello nazionale e non demandate alle Regioni. Non per mancanza di fiducia, ma per esprimere delle regole che siano uguali per tutti da Morgex a Pantelleria, dal Collio al Salento, e quindi comprensibili e uniformi nell’interesse soprattutto dei turisti stranieri.
Il secondo è ricordare che l’enoturismo è sì turismo, ma che è fondato sul vino come attrattiva principale, e sull’agricoltura e sui suoi prodotti tipici come fattori di fascino integrati. Nella cultura dominante oggi nella modernità il vino è percepito come “il” prodotto agricolo per eccellenza, ma che porta alla riscoperta di tutta la campagna e di tutta l’agricoltura: soprattutto e quasi esclusivamente in Italia, vigneti e uliveti, frutteti e stalle si integrano continuativamente in un panorama di grande emozione.
Non importa in questo senso quanta percentuale di un viaggio o di una vacanza sia dedicata al vino: importa piuttosto che quella percentuale diventi fattore di attrazione decisivo come lo è in tanta parte del mondo, dai nostri cugini francesi alla Napa Valley.
Il terzo, subito dopo il precedente, è che fondato sul vino significa fondato sulle Cantine e sulle loro iniziative e sui loro progetti. Ho ricordato più volte negli ultimi giorni quanto grande ed importante sia stata, per Torgiano, l’idea della famiglia Lungarotti di costituire il Museo del Vino: e risale agli anni Settanta. È sotto gli occhi di tutti quanto siano attraenti le nuove grandi realizzazioni architettoniche di alcune cantine, assieme al fascino di quelle antichissime. Chi tra noi vignaioli organizza attività di Turismo vendemmiale sa quanto questo attiri sempre più pubblico.
Non voglio con questo sminuire il ruolo delle Città del Vino: sono anzi una grandissima realtà, che hanno riconosciuto appunto nel vino un carattere distintivo e identitario. Insieme certamente possiamo fare grandi cose, sempre più grandi. Ma dobbiamo ricordare che Barolo, Barbaresco, Montalcino, Montefalco, Soave, Bordeaux e tanti altri sono più famosi soprattutto se non solo per il vino, più che come città o borghi. Ben venga l’alleanza: noi di MTV lo sappiamo così bene che volentieri organizziamo Calici di Stelle con le Città del Vino. Tante altre cose potremmo realizzare in una collaborazione continua tra produttori e comuni. Ma bisogna sempre ricordare che i vini e quindi le cantine sono al centro della scena dell’enoturismo. In molti casi, la notorietà della zona vinicola all’estero prevale sulla notorietà della Regione: si vuole venire in Valpolicella, ma non si sa che è in Veneto, in Lugana, ma non si sa che è tra Lombardia e Veneto, nelle Langhe, ma non si sa cosa sia il Piemonte.
Si vogliono le strade del vino? Si abbia il coraggio di riconoscere che sono attualmente in gran parte dei morti viventi, delle macchine mangiasoldi. Si decida di metterle in mano ai produttori, che si organizzino secondo unità territoriali sensate, le si tolgano dai carrozzoni attuali, l’intendenza seguirà. Ma forse nemmeno: forse è il caso di ripensare da zero le unità territoriali, e di ricominciare da capo tutto.
Noi produttori di Vino, le nostre storie, le nostre cantine e le nostre esperienze: tutto ciò rappresenta una grande potenziale leva per la valorizzazione dei territori e delle città: quando nelle città ci sono elemento di attrazione, noi li moltiplichiamo; quando non ci sono, noi ci siamo comunque, e se siamo bravi e ci facciamo conoscere la gente viene nei territori, anche solo per noi. Aiutateci a farci conoscere, e noi restituiremo ai nostri paesi, alle nostre colline e alle nostre valli tanto, in termini di attrattiva, di fascino, e quindi di indotto. Non vogliamo diventare ristoratori, albergatori o commercianti: se qualcuno di noi lo vuol fare, lo farà secondo le regole di questi mestieri. Ma la maggior parte di noi vuol fare il vino, farlo sempre meglio, e fare sempre maggior cultura del vino. Sappiamo che l’enoturismo serve a questo, per noi.
Sappiamo anche che questo serve ai nostri territori, e che il legame tra una bella esperienza turistica, il ricordo di luoghi, panorami, profumi e sapori è una potente leva di marketing per i nostri prodotti, e che i nostri prodotti sono una potente leva di marketing per i nostri territori.
Sappiamo che questo servirebbe ai nostri giovani: nuovi posti di lavoro, qualificati perché bisogna avere cultura e competenza – anche linguistica – per parlare di territori e di vino; nuove prospettive imprenditoriali, nuove opportunità per far crescere l’economia; nuove possibilità di valore aggiunto per ciò che già esiste.
Ma, è il mio appello finale, il tempo stringe. È ora di fare: di fare la legge, e subito dopo di fare pressione per avere – in fretta - le norme attuative.
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