Legislazione
L'impatto del Reddito di Cittadinanza sul mercato del lavoro agricolo
Le politiche del lavoro vanno ricalibrate in modo da contemperare le esigenze assistenziali con quelle di rivitalizzazione di settori produttivi deboli e marginal, come quello agricolo
15 gennaio 2021 | Domenico Solano
Il comparto agricolo è sempre stato particolarmente sensibile alle variazioni in tema di mercato del lavoro e politiche di welfare. Negli anni 60 la legislazione in tema di disoccupazione, infortunistica, assistenza medica, maternità e altro, portava all’agricoltura gran parte dei cittadini ‘senza tutele’, abitanti delle regioni povere e poco sviluppate della nazione. Il settore primario rivestiva il ruolo di matrice base nel rapporto tra i vari comparti economici e produttivi; una sorta di tessuto connettivo che collegava le diverse articolazioni del mondo del lavoro. Per questa sua caratteristica generalista, dovuta alla diffusione su tutto il territorio nazionale e all’alta percentuale di addetti, l’agricoltura fungeva anche da cassa di espansione, che assorbiva le forze lavoro esuberanti alle altre attività produttive, in particolare da quelle in cui la meccanizzazione e la tecnologia rendevano conveniente e funzionale la sostituzione dell’elemento umano.
La nuova normativa sul “Reddito di Cittadinanza” - (DL n. 4 - 28.01.2019, convertito con modificazioni dalla Legge n. 26 del 28.03.2019), ha segnato un momento di particolare importanza per il mercato del lavoro in generale e per quello agricolo in particolare. Obiettivo del legislatore era quello di varare una misura di politica attiva del lavoro e di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all'esclusione sociale, con annesso percorso di reinserimento lavorativo e di inclusione sociale; gli effetti della legge hanno dato esiti diversi e spesso anche in contrasto con le finalità che si intendevano perseguire e gli effetti assistenzialistici della norma hanno finito con il danneggiare proprio quei settori marginali dell’economia che prima attingevano manodopera proprio dalle stesse categorie destinatarie del RdC. I salari in agricoltura sono sempre stati notoriamente bassi, in relazione alla bassa redditività unitaria delle imprese, sia in rapporto alle superfici che alle unità lavorative impiegate. Un operaio agricolo di primo impiego percepisce un salario di circa 850,00€/mese mentre il compenso medio del comparto si aggira intorno a 1.250,00 €/mese. È fuor di dubbio che in detta situazione il Reddito di Cittadinanza rappresenta un deterrente, che disincentiva e limita di molto la disponibilità di forza lavoro in agricoltura. In un nucleo familiare composto da genitori e un figlio, il RdC, in relazione alla scala di equivalenza, può arrivare a un ammontare di 800,00 €/mese, cifra sproporzionata rispetto al salario di un primo impiego in agricoltura.
Accade così che un settore già fortemente penalizzato da politiche commerciali iperliberiste, che mettono in concorrenza prodotti realizzati in Paesi con abissali differenze nei costi di produzione, la difficoltà di accesso alla manodopera determina un’ulteriore penalizzazione con gravi conseguenze produttive. Basti considerare, giusto per fare esempi di immediata percezione geografica, ciò che accade nel bacino del mediterraneo dove gli stessi prodotti (agrumi, olive, mandorle, etc) possono essere ottenuti e venduti a costi africani e prezzi europei oppure a costi europei e prezzi da mercato internazionale (molto condizionato dalle produzioni africane, asiatiche e dell’America Latina). Le enormi differenze dei costi (energia, manodopera, capitale fondiario, tutele dei lavoratori, etc), portano fuori mercato le produzioni europee di ‘tipo mediterraneo’, le imprese di settore non riescono a fare reddito e pertanto sono costrette a chiudere.
Sopravvive ancora una sorta di agricoltura ‘formale’, quasi completamente sganciata dalla produzione e dal commercio, fatta di attività indirizzate ad assicurarsi i sempre più striminziti sussidi comunitari, ma che di fatto non determina vitalità sociale e men che meno occupazione.
Difficile enunciare terapie e soluzioni facili per problemi geopolitici di tale valenza, ma è altrettanto difficile rinunciare a un’analisi seria e approfondita sul che fare per ridare vita ad un settore produttivo di grande importanza sociale ed economica.
I profondi cambiamenti che imprenditori avveduti e propensi al nuovo hanno apportato nel settore, si sono concretamente tradotti nell’ammodernamento delle strutture produttive. Abbiamo la gran parte delle aziende specializzate per realizzare produzioni di qualità, che andrebbero valorizzate e commercializzate in canali specifici, atti a concretizzarne anche in termini di prezzo, le specificità qualitative. Le problematiche del settore sono tali da richiedere urgentemente a tutti gli addetti ai lavori di fare sintesi di un impegno collettivo volto a ridare vitalità e valenza economica all’agricoltura, che oltre alla produzione diretta, ha una grande importanza in termini di mantenimento e salvaguardia ambientale.
In questo quadro e in considerazione delle loro ripercussioni produttive, le politiche del lavoro vanno ricalibrate in modo da contemperare le esigenze assistenziali con quelle di rivitalizzazione di settori produttivi deboli e marginali che non reggono l’urto dei contraccolpi. In questo contesto l’agricoltura merita una speciale considerazione perché la sua valenza non è semplicemente economica ma è soprattutto occupazionale, ambientale e anche strategica, in relazione alla stabilità e a un buon livello di autosufficienza produttiva.
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