L'arca olearia

L'origine dell'olio in etichetta? Da sola non risolve i problemi

Il Made in Italy oliandolo visto da vicino / 3. In rassegna le posizioni di Cno e del consorzio Cofir. Annullare le specificità? Significa annullare la distintività che il vero valore che ci ha reso leader nel mondo. Non basta: occorre tuttavia comunicare meglio e arrivare al consumatore con chiari e pochi messaggi

17 luglio 2010 | Duccio Morozzo della Rocca

Dopo aver appreso le posizioni di Assitol e Federolio (link esterno), e dopo aver appreso quelle espresse da Unaprol, Aifo e Unasco (link esterno), ora è la volta di Cno e Cofir.
Quest'ultimo è un nuovo consorzio di secondo livello nato nel 2008 e che riunisce 12 mila imprese del settore olivicolo calabrese.
A voi tutti buona lettura, il quadro d'insieme ora più chiaro.



LA VOCE DEL CNO

Claudio Di Rollo, presidente del Cno

- - 6% delle vendite di Dop/Igp/Bio negli ultimi mesi nella GDO italiana: perché, nonostante le campagne promozionali, non si riesce in Italia a far aumentare il consumo degli oli di fascia premium?
La riduzione delle vendite di olio Dop /Igp/Bio credo sia imputabile a problemi di crisi economica mondiale, e quindi anche italiana, poiché si sono ridotti i consumi alimentari in genere, e in particolare per quelli di fascia alta.
Riguardo poi al non sufficiente sviluppo di vendite per gli oli Premium, oltre a campagne promozionali discontinue e frammentate in diversi soggetti, c’è da rilevare che i prodotti maggiormente coinvolti nella Gdo non sono più di 5 o 6 rispetto alle 40 Dop riconosciute per l’olio, e quindi sarebbero necessari canali di vendita diversi e una aggregazione dell’offerta più organizzata.
Non vorrei che ci illudessimo anche che la semplice dicitura dell’origine in etichetta, (indispensabile per l’informazione al consumatore), da sola possa risolvere i problemi del settore.

- E’ stato un giusto investimento puntare sul Made in Italy, che è la nicchia con il prezzo più basso sul mercato, o è una operazione che sta costando cara all’olivicoltura certificata italiana?
Puntare sulla qualità del Made in Italy, anche dal punto di vista ambientale e salutistico, credo sia fondamentale per il nostro prodotto. Certo, bisogna comunicare meglio e arrivare al consumatore con chiari e pochi messaggi per valorizzare il Made in Italy rispetto ad extra vergini di origine diversa.

- Se il 100% aumenta mangiando quote delle Dop e dell’Igp a chi giova?
Non credo sia giusto mettere in concorrenza il 100% italiano con le Dop. Si tratta di target diversi per un mercato, non solo italiano, in cui c’è spazio per le diverse tipologie. E’ come confrontare auto asiatiche (con tutto il rispetto) con auto tedesche.
Giova invece diversificare, e credo siano maturi i tempi per il riconoscimento di un disciplinare per un prodotto di alta qualità 100 % italiano, proposto dal consorzio dell’extra vergine, in giacenza presso il Mipaaf. L’alta qualità, opportunamente comunicata, potrebbe creare le condizioni per far comprendere ai consumatori la differenza, anche di prezzo, tra un buon extravergine, appunto di alta qualità italiano, da un normale extra vergine.


LA VOCE DI COFIR

Giovan Battista Pisani, presidente Cofir


- - 6% delle vendite di Dop/Igp/Bio negli ultimi mesi nella GDO italiana: perché, nonostante le campagne promozionali, non si riesce in Italia a far aumentare il consumo degli oli di fascia premium?
Essenzialmente tre sono i fattori che hanno determinato e che determinano questa crisi nelle vendite degli oli certificati e tracciati; il primo è strettante legato non alla vendita ma all’offerta che a fronte dei maggiori costi di produzione (sia di processo che di prodotto) gli operatori commerciali non riconoscono se non con lievi differenziazioni.
In secondo luogo il fenomeno della contraffazione e le scarse attività di controllo sulla garanzia della provenienza, sembrano aver allontanato l’attenzione del consumatore.
Il terzo fattore è la vera tutela di queste produzioni, sia istituzionale che di rappresentanza, nonché l’assenza di reti distributive dedicata e di filiera corta.

- E’ stato un giusto investimento puntare sul Made in Italy, che è la nicchia con il prezzo più basso sul mercato, o è una operazione che sta costando cara all’olivicoltura certificata italiana?
Il Made in Italy è l’unica frontiera praticabile - un nuovo modello economico su cui investire con politiche integrate intersettoriali che coinvolge tutte le categorie degli operatori della filiera. Un nuovo modello economico che valorizza tutto l’agroalimentare italiano imitato in tutto il mondo e soprattutto in grado di risollevare il comparto olivicolo.
La frammentazione dell’offerta continua a dare campo all’eccessivo numero di intermediazioni, la scarsa trasparenza dei prezzi insieme alle incontrollabili contraffazioni e imitazioni sono fattori che influenzano le scelte del consumatore confuso dalle grandi campagne pubblicitarie della Gdo schiacciando inevitabilmente, così, il potere contrattuale della filiera.
In tal senso è propulsiva l’azione iniziata da Coldiretti con il progetto I.O.O.% per garantire quantomeno la certificazione della filiera tutta italiana dell’olio extra vergine d’oliva; difatti, insieme alle istituzioni, con la promozione di consorzi capaci di raggruppare sempre più oli di qualità si può arrivare alla costruzione di un nuovo mercato, non di nicchia, ma semplicemente italiano garantito.

- Se il 100% aumenta mangiando quote delle Dop e dell’Igp a chi giova?
Certamente giova a tutti agli operatori del settore, e in particolare ai produttori che saranno sempre più spinti a fare qualità e di conseguenza anche gli altri operatori se vorranno competere piuttosto che subire gli effetti di questo grande processo di riorganizzazione dell’offerta.
Oggi ci sono troppi interessi di poche società multinazionali che imperversano sul mercato, condizionandolo e controllando le oscillazioni dei prezzi all’ingrosso; purtroppo le tendenze a nuove produzioni estere globalizzate prodotte nei paesi poveri e anche con fenomeni importanti di sfruttamento possono essere arginate con l’etichettatura e controlli sempre più puntuali ed organici. Annullare le specificità significa annullare la distintività che il vero valore che ha reso leader l’agroalimentare italiano – che va difeso con forza, decisione e a testa alta, dobbiamo ricollocare degnamente le nostre produzioni certificate partendo dai nostri contesti sociali e dalle nostre famiglie, lo meritano gli olivicoltori e lo pretendono i consumatori.

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