L'arca olearia
Il consumo idrico dell'olivo: calcolare l'evapotraspirazione per risparmiare acqua irrigua
Quando il terreno superficiale si è prosciugato, gli olivi fanno ricorso a una riserva nascosta: l’acqua presente al di sotto del primo metro di suolo. Ma lo sforzo dell'olivi si traduce in olive piccole e meno resa. Ecco come calcolare correttamente il consumo idrico dell'olivo
23 luglio 2026 | 14:00 | R. T.
Chi coltiva olivi in Italia o nel bacino del Mediterraneo lo sa bene: le annate si dividono in due categorie, quelle con piogge regolari e quelle di magra, sempre più frequenti. L’olivo è pianta dai nervi saldi, capace di sopravvivere dove altre colture soccombono. Eppure, come dimostrano le ricerche più avanzate, questa resilienza ha un costo in termini di produzione, specialmente quando le siccità si fanno insistenti.
Per anni ci si è chiesti: quanta acqua consuma realmente un olivo in asciutto? E, soprattutto, dove la va a cercare quando il cielo non dà tregua? Un progetto di ricerca italo-tunisino ha provato a rispondere a queste domande con un approccio innovativo, combinando diverse tecniche di misurazione in un oliveto sperimentale in condizioni semi-aride. I risultati, pubblicati sulla rivista Agricultural and Forest Meteorology, offrono spunti preziosi per gli olivicoltori che vogliono ottimizzare l’uso dell’acqua.
Evapotraspirazione, traspirazione ed evaporazione: facciamo chiarezza
La ricerca ha preso in esame tre annate molto diverse tra loro: una piovosa e due secche, per avere un quadro completo del comportamento della pianta. Per farlo, gli scienziati hanno messo a confronto tre metodi: la tecnica della covarianza turbolenta (per misurare l’evapotraspirazione totale dell’ecosistema), il flusso di linfa (per la traspirazione della pianta) e i sensori di umidità del suolo (per l’evaporazione dal terreno).
La buona notizia è che i tre metodi hanno raccontato la stessa storia. Durante l’anno piovoso, l’acqua consumata dall’oliveto proveniva principalmente dal primo metro di suolo. Una situazione “normale” che conferma la bontà delle misurazioni.
La scoperta sorprendente è arrivata con gli anni di siccità. Quando il terreno superficiale si è prosciugato, gli olivi hanno fatto ricorso a una riserva nascosta: l’acqua presente al di sotto del primo metro di suolo. Le radici, in altre parole, sono andate a cercare l’umidità laddove i sensori tradizionali non arrivano.
“In Tunisia – spiegano i ricercatori – gli oliveti coprono 1,8 milioni di ettari, pari al 79% della superficie arborea totale. Comprendere come questi alberi gestiscono l’acqua è una priorità per l’economia del paese”. Un discorso che vale anche per le nostre campagne, soprattutto al Sud e nelle isole.
Dalla teoria alla pratica: cosa cambia per l’olivicoltore
Questi dati, per quanto tecnici, hanno implicazioni pratiche immediate. Innanzitutto, ci dicono che il potenziale idrico della pianta non si esaurisce nei primi centimetri di terreno. Questo spiega perché un oliveto in asciutto può sopravvivere a mesi senza pioggia, ma anche perché, dopo un lungo periodo di stress, le produzioni crollano. Le radici si “spingono in profondità” per sopravvivere, ma questo sforzo energetico si traduce in una minore allegagione e in frutti più piccoli.
Gli esperti hanno osservato che dopo una pioggia intensa, un olivo non irrigato per tre mesi può aumentare la traspirazione del 40%. Un dato che conferma la straordinaria capacità di ripresa della pianta. Ma attenzione: anche in questa condizione di “rimbalzo”, il tasso di traspirazione rimane inferiore a quello di un olivo che ha sempre avuto acqua a disposizione.
Gli strumenti del mestiere
Oggi l’olivicoltura moderna non può più affidarsi solo all’intuito. La tecnologia offre strumenti sempre più accessibili per gestire l’acqua con precisione. L’irrigazione a goccia, in particolare, è indicata come la soluzione più efficiente, riducendo al minimo le perdite per evaporazione. In un oliveto intensivo (circa 300 piante per ettaro), il fabbisogno idrico medio annuo si aggira tra i 600 e i 1.000 mm. Questo valore può scendere notevolmente se si adottano tecniche di deficit idrico controllato, ovvero apporti mirati nei momenti fenologici chiave.
Due i consigli pratici che emergono dalla letteratura scientifica:
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Conoscere il terreno: la capacità di un olivo di resistere alla siccità dipende dalla profondità e dalla tessitura del suolo. Terreni profondi, capaci di immagazzinare acqua in profondità, garantiscono una maggiore resilienza.
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Monitorare lo stress: indicatori come la temperatura della chioma o la variazione del flusso di linfa sono oggi misurabili con sensori sempre più economici. Utilizzarli permette di intervenire con irrigazioni di soccorso solo quando realmente necessario, evitando sprechi.
Un modello per il futuro
L’obiettivo finale di queste ricerche è costruire modelli matematici (SVAT, Soil-Vegetation-Atmosphere Transfer) in grado di simulare il comportamento dell’oliveto in diversi scenari climatici. Questi modelli, una volta validati, diventeranno strumenti preziosi per gli agricoltori, permettendo di prevedere il fabbisogno idrico della coltura, ottimizzare gli interventi irrigui e, in definitiva, programmare la produzione.
Il cambiamento climatico non aspetta. L’olivicoltura italiana e mediterranea si trova di fronte a una sfida che richiede innovazione, conoscenza e capacità di adattamento. Capire come e dove l’olivo va a cercare l’acqua è il primo passo per accompagnarlo in questo difficile percorso, senza rinunciare alla qualità e alla redditività.
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