L'arca olearia

Il vero problema dell’olio italiano è il prezzo a scaffale dell’extravergine di oliva comunitario

Il vero problema dell’olio italiano è il prezzo a scaffale dell’extravergine di oliva comunitario

Oggi nessun vero olio extravergine di oliva potrebbe essere venduto a scaffale a meno di 5,99 euro al litro in offerta. Ma impazzano i 3,99-4,99 euro/litro e così si comprimono le vendite di olio nazionale. E sull'olio italiano i buyer chiedono sconti indecenti. Ecco chi svilisce l'immagine dell'extravergine nazionale

26 giugno 2026 | 16:00 | Alberto Grimelli

A maggio si è intensificata la pressione promozionale, e di conseguenza i volantini, sull’olio extravergine di oliva italiano con volumi in crescita del 6,8%, secondo i dati Nielsen, per 800 mila litri e un prezzo medio a confezione di 8,87 euro, per un fatturato di 139,2 milioni di euro, contro i 140,7 milioni di euro dello stesso mese dell’anno precedente (in diminuzione dell'1,1%).

Anche l’olio extravergine di oliva italiano è quindi caduto nel tranello perverso della Grande Distribuzione dell’aumento dei volumi a fronte di un calo del valore. Ovvero il male che da sempre affligge l’olio comunitario, con l’ovvia conseguenza di marginalità praticamente nulle per tutta la filiera olivicolo-olearia.

In effetti i dati di vendite di olio extravergine di oliva comunitario a maggio di Nielsen confermano il trend, con volumi in diminuzione del 2,8% rispetto all’anno passato a fronte di un calo del fatturato del 12,1%. Si tratta di 60 milioni di litri, contro i 61,7 milioni dell’anno scorso, per 417 milioni di euro contro i 474 milioni di euro dell’anno passato. Si sono persi 57 milioni di euro di valore aggiunto da distribuire lungo la filiera olivicolo-olearia italiana e spagnola.

L’aumento di vendite per 800 mila litri di olio nazionale, a fronte di un incremento del fatturato da 1,5 milioni di euro, significa una perdita di valore aggiunto da quasi un euro al litro per l’extravergine nazionale. Meno soldi in tasca a olivicoltori, frantoiani e persino imbottigliatori.

E’ una politica commerciale sadica e masochista quella della Grande Distribuzione.

E’ sadica perché, sulla base di qualche mail che ho avuto occasione di leggere, sembra che buyer e direttori commerciali della GDO godano nel stringere il cappio al collo delle aziende olivicolo-olearie. D’altronde circola una storiella nell’ambito della Grande Distribuzione: un direttore commerciale chiede ai propri buyer: “quando siete sicuri di aver spremuto al massimo l’azienda?” La risposta: “quando l’impresa ha portato i libri in tribunale”.

Ma è anche una strategia miope e masochista perché, distruggendo il valore percepito dell’olio, come ormai effettivamente è, ci si obbliga lungo una sola via: l’aumento dei volumi e delle rotazioni per crescere o mantenere la redditività per metro lineare di scaffale. Nessuna flessibilità operativa e commerciale ma se, come effettivamente sta avvenendo, l’extravergine perde l’appeal di traffic builder, di prodotto civetta, allora anche i conti della Grande Distribuzione vanno in crisi.

E’ quindi una politica lose-lose, solo perdente.

Eppure c’è ancora chi la persegue puntando al 2,99 euro/litro per l’extravergine comunitario e al 4,99 euro/litro per l’extravergine italiano, “vedrai quanto schizzeranno in alto i volumi” mi ha confidato qualche buyer a TuttoFood a Milano.

Si persevera nell’errore, contro i dati, contro i numeri, contro l’evidenza di una perdita di fiducia del consumatore verso l’olio extravergine di oliva. Se, in epoca di inflazione galoppante e di prezzi che salgono, quello dell’extravergine si dimezza in un solo anno, allora c’è sicuramente la fregatura.

Perseverare è diabolico e contro il diavolo serve l’acqua santa. Ovvero a mali estremi, estremi rimedi.

Non è pensabile che buyer e direttori commerciali si nascondano dietro un dito, anzi neanche, uno stuzzicadenti. Sanno benissimo cosa stanno comprando e la regolarità formale, ovvero le carte a posto, non può essere l’unico metro di giudizio nell’aver operato legalmente, con scrupolo e coscienza.

Occorre una moralizzazione del sistema della Grande Distribuzione che inchiodi buyer e direttori commerciali alle loro responsabilità, anche in ambito penale.

Se serve una legge, facciamola, ma se un olio non è extravergine a scaffale, la colpa non può essere solo dell’imbottigliatore. Così per indicazioni mendaci sull’origine e altro.

Se le condizioni poste dal buyer sono pura usura (articolo 644 del Codice Penale: Chiunque, fuori dei casi previsti dall'articolo 643, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari, è punito con la reclusione da due a dieci anni e con la multa da euro 5.000 a euro 30.000) allora ne risponda in giudizio.

Se le condizioni poste dal buyer sono incompatibili con il mercato e i prezzi correnti, allora è incauto acquisto (articolo 712 del Codice Penale: Chiunque, senza averne prima accertata la legittima provenienza, acquista o riceve a qualsiasi titolo cose, che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per la entità del prezzo, si abbia motivo di sospettare che provengano da reato, è punito con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda non inferiore a euro 10) allora ne risponda in giudizio.

Se la Grande Distribuzione è ormai, de facto, parte integrante della filiera olivicolo-olearia, è tempo che lo diventi anche de iure.

Oneri e onori siano equamente divisi, come i profitti, ammesso di poter tornare sui nostri passi e ridare dignità, posizionamento e valore aggiunto all’olio extravergine di oliva.

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