L'arca olearia
L’olio extravergine di oliva non si vende, neanche sottocosto
Caro extravergine di oliva come sei caduto in basso, neanche a 3,99 euro/litro ti comprano più! A marzo diminuiscono i consumi dell’olio comunitario e anche dell’italiano, nonostante il calo dei prezzi, in controtendenza rispetto all’inflazione
17 aprile 2026 | 16:00 | Alberto Grimelli
Tutto aumenta, con l’inflazione che a marzo è salita dell’1,7%, quella degli alimenti lavorati dell’1,4% e degli alimenti non lavorati del 4,4% secondo Istat.
Ancora non sono disponibili i dati dei consumi di marzo ma sappiano che a gennaio e febbraio le vendite alimentari sono aumentate dell’1,8% a valore e diminuite dello 0,5% a volume.
Un andamento che suggerisce come l’aumento dei prezzi stia sostenendo il fatturato, ma non la quantità acquistata.
Un trend che vale per quasi tutti i prodotti, tranne l’olio d’oliva.
Infatti diminuiscono i prezzi dell’olio extravergine di oliva, che però non si riesce proprio a vendere, neanche a 3,99 euro/litro.
Secondo i dati Nielsen il prezzo medio dell’olio extravergine di oliva comunitario venduto sugli scaffali della Grande Distribuzione a marzo è stato di 6,96 euro/litro, contro i 7,89 euro/litro del marzo 2025, quindi un calo del 12%.
Vediamo cosa è successo in termini di volumi a fronte di questa discesa significativa del prezzo. I volumi sono calati del 4,4% (da 37,9 e 36,2 milioni di litri) e anche il numero di confezioni vendute è calato di pari passo del 5,8% (da 41 a 38,6 milioni di pezzi).
Quindi le vendite sono calate di 1,7 milioni di litri, lasciando sul terreno molto valore in virtù della diminuzione dei prezzi. Il fatturato complessivo è passato da 298 a 251 milioni di euro, una perdita di quasi 50 milioni di euro a valore.
Utile fare un raffronto anche col 2024, quando i prezzi unitari erano molto alti (9,63 euro/litro) con un impatto significativo sui consumi (30 milioni di litri) per un valore di 289 milioni di euro.
La politica di abbassare i prezzi medi da 9,63 euro/litro a 7,89 euro/litro ha quindi pagato portando a un aumento del fatturato (+3,3%) e dei volumi (+26,1%).
La lotta all’ultimo centesimo innescata negli ultimi mesi, però, ha molto meno senso, senza alcun beneficio né in volume né in valore, come dimostrano anche i dati di febbraio di Nielsen. E’ evidente che vi è un livello, al di sotto del quale, la diminuzione del prezzo non provoca aumento dei volumi, anzi il contrario. E questa soglia è stata superata.
Lo stesso concetto vale anche per l’olio extravergine di oliva italiano?
Il prezzo medio dell’olio extravergine di oliva italiano a marzo 2025 era 11,41 euro/litro e si è abbassato a 10,89 euro/litro a marzo 2026. A fronte di questo calo prezzo di 60 centesimi, circa il 5%, abbiamo avuto un minimo calo dei volumi da 7,8 a 7,6 milioni di litri e un calo del fatturato da 89 a 83 milioni di euro.
Utile capire le dinamiche esistenti tra olio italiano e comunitario. Nel 2025 la differenza di prezzo era 3,52 euro/litro, nel 2026 è di 3,93 euro/litro. Più ci avviciniamo ai 4 euro/litro e più, evidentemente, c’è un effetto sostituzione tra olio italiano e olio comunitario.
A che prezzo dovrebbe essere venduto l’olio italiano?
Cerchiamo di portare questa dimensione non rispetto ai prezzi medi ma a quelli in offerta. Se oggi l’olio comunitario è mediamente venduto nella fascia 3,99-4,99 euro/litro, aggiungendo 3,5 euro/litro, il posizionamento dell’olio italiano dovrebbe essere 7,49-8,49 euro/litro. Si tratta di prezzi a scaffale incompatibili con quotazioni all’ingrosso (6-7 euro/kg) che offrano un minimo di redditività all’olivicoltore o al frantoiano.
Le conclusioni dell’analisi
I prezzi dell’olio comunitario sono troppo bassi per tutti, non offrendo guadagni a nessun anello della filiera, dalla produzione alla Grande Distribuzione. Tutti perdono soldi ed è un andamento antieconomico e insostenibile.
Se uniamo il dato delle minori vendite di olio a scaffale con le inferiori battiture per lo scontrino che contiene l’olio in offerta, scopriamo anche che l’olio ha una capacità sempre inferiore di essere un buon traffic builder, ovvero di generare redditività per la GDO attraverso un più largo paniere di prodotti nel carrello della spesa.
E’ però anche evidente che le politiche commerciali della Grande Distribuzione sull’olio comunitario, con uno schiacciamento al basso dei prezzi, nuocciono anche all’olio italiano.
L’unica possibilità è una presa di coscienza di essere giunti al punto di non ritorno, con una profonda revisione del posizionamento dell’extravergine comunitario che porti anche a una revisione di quello dell’extravergine nazionale, per garantire la distribuzione di un utile che, ad oggi, non esiste, per nessuno.
A chi spetta il calcio d'avvio di un nuovo e virtuoso percorso per l'olio extravergine di oliva a scaffale? Normalmente l'onere e onore spetta al leader di mercato. In questo caso non abbiamo un solo leader di mercato ma una serie di leader che sono le Private Label della Grande Distribuzione. Insieme tutte le PL valgono il 22% dell'olio venduto nei supermercati. A queste dovremmo aggiungere i premium brands, come Monini, che insieme valgono un altro 30% del mercato. Complessivamente stiamo parlando di più di metà dell'olio che viene venduto a scaffale. Se ci sarà una svolta sarà merito loro, se non ci sarà almeno sappiamo ai cancelli di quali aziende protestare in autunno.
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