L'arca olearia

Gli olivi monumentali di Ostuni e la sfida della convivenza con la Xylella fastidiosa

Gli olivi monumentali di Ostuni e la sfida della convivenza con la Xylella fastidiosa

La positività molecolare non coincide necessariamente con sintomatologia grave. In zona infetta la convivenza controllata può essere possibile in determinate condizioni, soprattutto per alberi monumentali ad alto valore paesaggistico

26 febbraio 2026 | 16:00 | R. T.

Nel cuore della Puglia olivicola, tra muretti a secco e chiome argentee, si gioca una delle partite più controverse dell’agricoltura italiana: la gestione del disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRO), associato al batterio Xylella fastidiosa.

Uno studio pubblicato nel 2025 sul World Journal of Forest Research, coordinato dal microbiologo del suolo Marco Nuti della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, analizza tre anni di interventi su 38 ulivi monumentali del territorio di Ostuni, tutti risultati positivi alla Xylella nel 2021. Il risultato: alberi ancora vivi, produttivi e con sintomi ridotti, pur restando in gran parte positivi al test molecolare.

Il contesto: una crisi senza precedenti

Dal 2013 la Puglia è l’epicentro europeo dell’epidemia. Secondo stime basate su telerilevamento satellitare, oltre 6,5 milioni di ulivi risultavano compromessi già nel 2017. Il patogeno principalmente associato al fenomeno è Xylella fastidiosa subsp. pauca, trasmesso da insetti vettori e responsabile dell’ostruzione dei vasi xilematici.

Le politiche fitosanitarie adottate negli anni – abbattimenti obbligatori, contenimento nelle zone cuscinetto, controllo degli insetti vettori – hanno generato tensioni sociali e contenziosi amministrativi. Nel frattempo, numerosi studi hanno evidenziato che l’eradicazione completa del batterio in campo aperto non è attualmente praticabile.

L’ipotesi alternativa: sindrome complessa, non causa unica

Il lavoro condotto a Ostuni parte da un presupposto diverso: il CoDiRO non sarebbe riconducibile esclusivamente alla Xylella, ma rappresenterebbe una sindrome multifattoriale.

Negli ulivi esaminati, oltre al batterio, sono stati riscontrati funghi lignicoli, marciumi radicali da oomiceti, nematodi, insetti xilofagi e patogeni fogliari. In altre parole, un quadro fitosanitario complesso, aggravato da fattori ambientali: suoli poveri di sostanza organica (0,8%), salinizzazione crescente delle falde e pressione antropica.

Questa impostazione richiama il concetto di “sindemia vegetale”: interazione tra patogeni, condizioni agronomiche e stress ambientali.

Il protocollo applicato

Tra il 2022 e il 2024 gli alberi sono stati sottoposti a:

  • capitozzatura obbligatoria iniziale secondo le disposizioni regionali;

  • trattamenti fogliari con composti a base di zolfo, calcio e microelementi;

  • applicazione di consorzi microbici biostimolanti (Bacillus, Pseudomonas, Trichoderma);

  • interventi di riequilibrio nutrizionale e gestione agronomica mirata.

Un solo albero, lasciato senza trattamenti, ha mostrato un aggravamento marcato fino al livello massimo di disseccamento.

I risultati dopo tre anni

Nel gennaio 2025:

  • 24 alberi presentavano disseccamento nullo (livello 0);

  • 9 livello 1;

  • 3 livello 2;

  • 1 livello 3;

  • 2 livello 4 (incluso il controllo non trattato).

La produttività media si è attestata tra 5 e 15 kg di drupe per albero. Solo un esemplare è risultato negativo alla PCR nel 2025, pur essendo positivo nel 2021.

Un dato cruciale: la positività molecolare non coincide necessariamente con sintomatologia grave. La PCR rileva DNA batterico, ma non distingue tra cellule vive e non vitali.

Implicazioni scientifiche e politiche

Lo studio non nega il ruolo della Xylella, ma suggerisce che la convivenza controllata possa essere possibile in determinate condizioni, soprattutto per alberi monumentali ad alto valore paesaggistico.

Gli autori sottolineano che nelle aree monitorate fino al 97% degli alberi sintomatici è risultato negativo alla Xylella, rafforzando l’ipotesi di una sindrome complessa.

Il lavoro si inserisce in un filone crescente di ricerche sul microbioma dell’olivo e sul ruolo della rizosfera nella resilienza delle piante. Il riequilibrio biologico del suolo potrebbe rappresentare una leva strategica quanto – o più – il contenimento del singolo patogeno.

Una questione ancora aperta

La comunità scientifica resta divisa. Le autorità fitosanitarie europee continuano a considerare la Xylella un organismo da quarantena, sebbene ormai stabilmente insediato nel Mediterraneo.

Lo studio di Ostuni non chiude il dibattito, ma riporta l’attenzione su un punto chiave: l’agricoltura non è solo lotta al patogeno, ma gestione dell’ecosistema.

In una regione dove l’ulivo è identità culturale prima ancora che coltura economica, la prospettiva di salvare alberi secolari senza ricorrere all’eradicazione di massa potrebbe segnare un cambio di paradigma.

La domanda ora è se la mitigazione, applicata su scala più ampia e con protocolli standardizzati, possa trasformarsi da esperienza pilota a strategia strutturale per il futuro dell’olivicoltura pugliese.

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