L'arca olearia
I buoni affari dell’industria olearia italiana nel 2021
In tre mercati importanti, Stati Uniti, Canada e Giappone, i guadagni del mondo oleario italiano sono stati di diversi milioni di euro. I mercati esteri cresciuti di più per l’olio d’oliva italiano sono Olanda, Taiwan, Brasile, Cina e Russia
07 ottobre 2022 | Giosetta Ciuffa
Quanto ha guadagnato per litro d’olio esportato l’industria olearia italiana nel 2021?
Prendendo i tre più importanti mercati fuori dall’Unione Europea in termini di valore di esportazioni, ossia Stati Uniti, Giappone e Canada, si può a grandi linee determinare il guadagno di un’azienda olearia grazie ad alcuni dati contenuti nel rapporto Icex España, diffuso dall’Ufficio economico e commerciale dell’ambasciata spagnola che, dal proprio privilegiato osservatorio milanese, esamina la posizione dell’Italia sul mercato dell’olio di oliva. Un settore che ci vede secondi, dopo la Spagna stessa, in termini di produzione e di esportazioni ma primi in quanto a importazioni, per colmare il divario tra produzione e fabbisogno interno. Anche esterno, per via del grande richiamo che il Made in Italy esercita all’estero: per esempio, extra UE gli Stati Uniti sono il principale importatore di olio d’oliva dall’Italia e il mercato più rilevante in quanto a valore di prezzi delle esportazioni, che nel 2021 ha superato i 199 milioni di euro.
Quale quindi la marginalità dell’industria l’anno passato?
Assumendo quindi che sia di olio comunitario che stiamo parlando, il cui prezzo medio all’ingrosso nel 2021 è stato di 3,25 euro al kg, secondo il Borsino dell’Olio di Teatro Naturale, dobbiamo ora considerare i costi sostenuti dall’industria.
Logistica, trasporto e gestione dell’olio (analisi, filtrazione…) hanno inciso per non meno del 5-8% sul prezzo di importazione, quindi 20 centesimi di euro, a cui vanno aggiunti i costi di packaging e imbottigliamento, per ulteriori 40 centesimi. A questi sommiamo i costi generali (amministrazione, promozione…) per ulteriori 5 centesimi. Infine logistica e trasporto verso i mercati di destinazione per circa 10 centesimi.
I costi totali, al netto di quelli di approvvigionamento, sommano quindi circa 0,8 euro/kg. Si tratta di una media dei costi durante l’anno 2021 che sappiamo essere incrementati notevolmente nella seconda metà dell’anno, mentre nella prima metà erano più in linea con la media storica, tenuto conto dell’inflazione.
Considerando il costo della materia prima, quindi si arriva a un costo finale oscillante dai 4 ai 4,1 euro/kg.
Grazie al rapporto Icex sappiamo il prezzo medio a cui gli imbottigliatori italiani hanno venduto l’olio nei tre mercati presi a riferimento.
In particolare si è trattato di 4,28 euro/kg per gli Stati Uniti, 4,66 euro/kg per il Giappone e 4,09 euro/kg in Canada.
Scopriamo così che la marginalità è stata di 5-10 centesimi in Canada, di 15-20 centesimi a bottiglia negli Stati Uniti e di circa 30-40 centesimi di euro (considerando i maggiori oneri di trasporto) verso il Giappone.
Quanto ha guadagnato l’industria olearia italiana negli Stati Uniti, in Canada e Giappone?
Grazie al rapporto Icex siamo anche a conoscenza dei volumi venduti nei tre mercati di riferimento.
Si tratta di 46 milioni di chili negli Usa, con una marginalità di 0,15-0,20 euro/kg significa un guadagno di quasi 7 milioni di euro.
I 7,7 milioni di chili in Giappone hanno permesso all’industria di ottenere un guadagno di 2,3 milioni di euro.
I 7,7 milioni di chili in Canada hanno prodotto un guadagno invece di meno di mezzo milione di euro.
Possiamo quindi assumere che l’export del solo olio imbottigliato dall’Italia verso i tre mercati di riferimento abbia garantito guadagni per circa 10 milioni di euro all’industria olearia nel 2021, praticamente un terzo del budget del piano olivicolo nazionale appena concluso.
Tutto questo, ovviamente, senza considerare quanto generato dalle succursali delle aziende imbottigliatrici in Spagna e altre nazioni, europee e non.
Infine dobbiamo notare che i mercati esteri cresciutidi più per l’olio d’oliva italiano sono Olanda, Taiwan, Brasile, Cina e Russia, considerando ormai mercati maturi quelli di Usa, Giappone e Canada, dove quindi si hanno marginalità inferiori.
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