L'arca olearia
Frodi 2.0 sull'olio d'oliva, contro un nuovo nemico servono nuove armi
L’olio extravergine deve difendersi soprattutto da sé stesso tutelando oltre la qualità anche la sua tipicità e territorialità. I profitti possono essere realizzati su quantità anche modeste come può essere il contenuto di una singola autobotte. Occorre un approccio Post Clearance Audi
08 marzo 2019 | Matteo Storelli
Nelle ultime settimane, occupandosi della crisi che sta investendo tutto il comparto olivicolo, il sistema della comunicazione , dalla carta stampata alle televisioni , ha lanciato allarmi per quanto riguarda gli oli di oliva extravergini proponendo temi che lasciano il campo a nuove ipotesi di frodi che potremmo ormai definire nella versione 2.0
Sebbene ogni qualvolta si parli di frodi olearie si affonda una sciabolata a questo settore, che avrebbe bisogno di incentivi di natura diversa, rinfrescare la mente ogni tanto non guasta!
Per correttezza diremo che questa allerta riguarda il “quid” piuttosto che il “quantum” poiché non sono stati presentati dati certi che attestino la reale dimensione del fenomeno.
Finora i riflettori in questo settore erano rivolti verso la difesa dell’ olio extravergine dai cosiddetti “oli estranei“, oli di semi e di origine animale e dai “concorrenti interni” come gli oli di oliva e di sansa.
L’attuale asset di controllo qualità/genuinità ha ormai ridotto i rischi di questo tipo di frodi a livelli di poche unità percentuali rispetto ai numeri a due cifre di trent’anni fa.
Dov’è il nuovo?
Sembra che stia cambiando il campo di battaglia o meglio il nemico! L’olio extravergine deve difendersi soprattutto da sé stesso tutelando oltre la qualità anche la sua tipicità e territorialità.
Frodi 2.0 appunto o se vogliamo dare una definizione più caratterizzante: “frodi che trasformano il prodotto straniero in nazionale”
Le informazioni diffuse lasciano intuire che adulterazioni e sofisticazioni seppur ancora presenti lasceranno il campo sempre più spesso a fenomeni di falsificazione e contraffazione su cui pare possa spostarsi l’attività di alcuni operatori disonesti a danno dei produttori e delle aziende italiane che operano invece correttamente.
Le frodi di processo e di prodotto, lasciano il campo alle frodi di etichetta che operano sul valore aggiunto del “made in“.
Si ritorna a parlare di “oli di carta” di cui si erano perse le tracce da circa vent’anni cioè da quando erano progressivamente cessate le agevolazioni comunitarie previste dalla P.A.C.
Perché dobbiamo preoccuparci di quest’ultimo fenomeno?
Innanzitutto perché ci tocca direttamente in quanto siamo tra i pochi Paesi a livello mondiale a proporre oli di qualità cui si aggiunge il valore aggiunto della tradizione e del territorio che riflette uno stile di vita e di lavoro riconosciuto a livello internazionale.
In secondo luogo non è possibile escludere una diffusione o “dimensione domestica “ della frode rispetto a quella tradizionale di tipo chimico che presuppone l’utilizzo di impianti industriali, laboratori e conoscenze merceologiche di un certo livello.
I profitti possono essere realizzati su quantità anche modeste come può essere il contenuto di una singola autobotte.
Le quantità in gioco sono più piccole e possono sfuggire ai controlli di cui si chiede comunque una intensificazione. Ma non basta.
Se cambia il “nemico” bisognerà cambiare anche le armi . L’Asset di controllo tipicità/territorialità si avvale di metodologie (NMR, DNA, Tecniche isotopiche) che non possono essere considerate né di routine
né ufficiali quanto piuttosto da ricerca.
Nell’immediato bisognerà quindi indirizzarsi verso metodi investigativi di intelligence sempre più basati su procedure di tracciabilità e rintracciabilità informatiche e utilizzo e condivisione di banche dati. Una visita
ispettiva in azienda secondo tecniche multidisciplinari del tipo Post Clearance Audit potrà risultare più efficace rispetto ad un’analisi di laboratorio.
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