L'arca olearia

L'olivicoltura italiana è a un giro di boa. La sfida? Capire e cambiare

La globalizzazione dell'olivo e dell'olio obbliga a pensare a cosa vuole fare ed essere l'Italia. La qualità cambierà il volto del mercato e renderà gli olivicoltori protagonisti, in particolare quelli italiani che alla qualità hanno posto sempre una particolare attenzione

23 ottobre 2015 | Pasquale Di Lena

Il giro di boa, iniziato a cavallo degli anni ’90 del secolo scorso, è terminato con l’avvio della raccolta 2015 che, soprattutto grazie alla qualità del nuovo olio, ha già cancellato quella terribile dello scorso anno. C’è una nuova direzione che va in senso opposto a quella finora percorsa dal succo dell’olivo, l’olio, con situazioni davvero interessanti riguardanti le produzioni, i consumi, la comunicazione, le concorrenze.

Il Mediterraneo, pur riaffermando il suo ruolo di sempre, quello di culla dell’olivo e dell’olio, ha visto aprirsi, in questi ultimi venticinque anni, nuovi scenari con i cinque continenti ormai tutti interessati dall’olivo e tanti nuovi produttori che hanno, tutti, un minimo comune denominatore: la qualità.

Ed è proprio la qualità che cambierà il volto del mercato e renderà gli olivicoltori protagonisti, in particolare quelli italiani che alla qualità hanno posto sempre una particolare attenzione, soprattutto se si associano. Un dato dimostrato dal primato delle esportazioni, non dell’olio di oliva, che vede prima e molto avanti la Spagna, ma dell’olio di oliva extravergine, appunto della qualità con L’Italia che è sul podio più alto.

La qualità caratterizzerà fortemente il futuro dell’olio, in primo luogo di quello italiano, che, con tutti gli altri caratteri propri della nostra olivicoltura, troverà nuove porte aperte su un mercato globale che, insieme con essa, registrerà altre interessanti novità.

E’ vero, nonostante la recente espansione dell’olivo in altri continenti, le quantità non hanno intaccato la centralità del Mediterraneo in quanto a superficie e produzione (1 milione e mezzo di tonnellate, cioè il 10% dell’olio di oliva prodotto nel resto del mondo), però sono espressive per ciò che riguarda il rapporto con il consumatore, in particolare quello che si avvicina per la prima volta all’olio extravergine di oliva. C’è da pensare a un nuovo consumatore, ma con idee già chiare sui caratteri e i pregi di questo prodotto. Ecco che l’olio, in silenzio e sempre più, scivolerà liscio sugli ottanta e più mercati, toccati fino ad oggi dalle esportazioni di olio dall’Italia e su quelli che riuscirà a conquistare prossimamente.

Grazie alla crescita sostanziosa di superficie olivetate nei Paesi dell’Africa settentrionale, in particolare la Tunisia, il Paese destinato a occupare il secondo posto dell’Italia in fatto di quantità di produzioni, il rapporto mondo/mediterraneo non muterà, sia la superficie sia la quantità di produzione, con i nuovi oli che serviranno ad adeguare l’offerta alla domanda crescente.

Ciò che cambierà è la percentuale del consumo di olio da parte dei Paesi del Mediterraneo e cioè un abbassamento dell’attuale 80% dei tre milioni di tonnellate di olio consumato nel mondo, vista la crescita costante (3,4%) dei consumi di olio nel mondo (da 1.666.000 ton. nel 1991 a 3 milioni nel 2014), soprattutto quella di Paesi nuovi consumatori. In particolare, i tre Paesi che hanno registrato le migliori performance nei quasi 25 anni considerati: l’America (terzo Paese consumatore dopo Italia e Spagna con una crescita media annuale del 10% l’anno dal 1991 al 2014) , il Giappone (52%, con poche tonnellate consumate nel 1991 e ben 54 mila nel 2014), l’Australia (11%, ma su ordini di grandezza più piccoli). Anche il dato che l’Italia, la Spagna e la Grecia, da soli, consumano il 42% dell’olio consumato nel mondo, tenderà a scendere con l’affezione all’olio da parte dei consumatori più recenti come quelli dei Paesi sopra considerati e l’entrata in scena di nuovi consumatori.

Il giro di boa ha, inoltre, il significato della globalizzazione dell’ulivo e del suo olio, tant’è che si può dire, senza tema di essere smentiti, che ogni minuto che passa c’è un frantoio che macina olive nel mondo e che produce olio, sempre più extravergine.

Ecco che l’ulivo, forte del suo passato e della fama del suo olio extravergine, esprime oggi tutta la sua modernità e, per quanto riguarda la difesa e tutela del territorio - fondamentali per il rilancio e sviluppo dell’agricoltura - la grande centralità.

Una fama quella dell’olio extravergine strettamente legata a due aspetti di grande attualità, la buona cucina e lo stato di salute e benessere che sta a cuore al consumatore e che l’olio assicura con il suo uso giornaliero, moderato ma costante, soprattutto per prevenire l’insorgere di malattie.

Il piano olivicolo del Governo ha urgente bisogno di essere prontamente recepito dalle Regioni e, soprattutto, di una strategia di marketing che ha bisogno di una regia a livello nazionale e questo per non sprecare tempo e risorse, cioè occasioni che sono alla portata di mano. Per non permettere, in pratica, il solito tiro della coperta che, poi alla fine, va sempre dalla parte del più forte (l’industria di trasformazione), che è tale perché unito, diversamente dal mondo degli olivicoltori che vive di antiche e nuove divisioni, a tutti i livelli. Per dare a ognuno la possibilità di intraprendere nuove avventure utilizzando i percorsi che le novità del mercato mettono a disposizione.

Per quello che ho già prima scritto e per quello che cercherò di scrivere a conclusione di questa mia nota, posso dire che, se si lavora con l’intelligenza che merita una strategia di marketing, c’è spazio ampio per tutti. Si tratta solo di capire che ognuno (istituzioni e protagonisti del comparto olivicolo) ha di fronte a sé spazi ampi e tutti da conquistare.

L’Italia, con i suoi primati (patrimonio di biodiversità, quarantadue Dop e un’Igp, produzione ed esportazione di qualità, biologico e ricchezza di tipologie di olio), ha la più bella delle occasioni per essere la grande protagonista di questo nuovo percorso scaturito dal giro di boa che si è appena concluso.

Penso, dopo aver già posto l’accento sulla qualità e la sua tracciabilità con le Dop e l’Igp, al Biologico e alla necessità di facilitare il percorso del suo riconoscimento per non disattendere la domanda crescente di questo tipo di olio extravergine, che arriva da ogni angolo del mercato mondiale.

Penso, soprattutto a quel patrimonio immenso di 500 varietà autoctone, cioè alla ricchezza della Biodiversità olivicola che dà un primato al nostro Paese, irraggiungibile per qualsiasi altro Paese. Un valore inestimabile, straordinario, tutto da organizzare per il bisogno che esso ha di essere raccontato e valorizzato se si vuole che, poi, sia vincente su un mercato che mostra di tendere, sempre più, all’uniformità a scapito della diversità che, nel caso della biodiversità, è vita.

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Adele Scirrotta

23 ottobre 2015 ore 16:41

Ecco che l’ulivo, forte del suo passato e della fama del suo olio extravergine, esprime oggi tutta la sua modernità e, per quanto riguarda la difesa e tutela del territorio - fondamentali per il rilancio e sviluppo dell’agricoltura - la grande centralità.
Questo è uno dei passi che riporto,

Perché mi voglio concentrare su questo perché il territorio è il nucleo di tutto, perché solo partendo dal territorio la storia , la cultura va avanti trova la strada giusta affinché l'evo esca così da questa " guerra fredda", dobbiamo avere il coraggio di poter trasmettere il bene che il proprio territorio produce, senza se senza ma!